ESAMI DI STATO 2010/ Maturità: traduzione di Platone seconda prova. Verifica la tua traduzione dal punto di vista della resa letterale del testo

- La Redazione

Uno svolgimento della versione di greco (Platone, Apologia di Socrate, 32b a 32d) assegnata agli studenti del liceo classico nella seconda prova dell’esame di maturità 2010. Versione letterale, a cura di MATTEO CAPITANI

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Esami di Stato 2010 – Seconda prova, greco, la traduzione di Platone, Apologia di Scorate 32b 32c – Di seguito un altro svolgimento della versione di greco assegnata agli studenti del liceo classico nella seconda prova dell’esame di maturità 2010. Si tratta di un brano di Platone tratto dall’Apologia di Socrate, 32b a 32d.

Puoi verificare qui di seguito se hai tradotto correttamente la versione di greco, seconda prova della maturità 2010 al liceo classico, sia dal punto di vista grammaticale, che sintattico e semantico. La traduzione che vi proponiamo è di un docente che si è volutamente attenuto, anche nella resa in italiano,  per quanto possibile al testo greco.

 

 

 

«Io infatti, o Ateniesi, non ho mai esercitato nessun’altra carica politica nella città, ma ho fatto parte della bulè: ed è capitato casualmente che la nostra tribù antiochide avesse la pritania, quando voi decideste di processare i dieci strateghi che non avevano raccolto i superstiti della battaglia navale tutti insieme, illegalmente, come poi a tutti voi è parso chiaro. Allora io solo tra i pritani mi rifiutai di fare alcuna cosa contro le leggi e votai contro, e quando i politici erano pronti ad accusarmi e arrestarmi, e quando voi li spingevate e gridavate, pensai che piuttosto dovessi rischiare stando dalla parte della legge e della giustizia  che stare con voi che decidevate cose non giuste, temendo carcere o morte.

E ciò avveniva quando la città era ancora democratica; ma quando ci fu l’oligarchia, i Trenta a loro volta mandatomi a chiamare alla loro sede come quinto, ordinarono di portar via da Salamina Leonte di Salamina perché fosse condannato a morte; e appunto quelli ordinarono molte cose di questo tipo a molti altri, volendo che fosse pieno di colpe il maggior numero possibile di individui; allora io dimostrai dunque non a parole ma con i fatti, che a me della morte non importa, se non fosse un parlare troppo rozzo, un bel niente, invece del non fare nulla di ingiusto e di empio, m’importa del tutto. A me infatti quella dittatura tanto crudele non colpì così da farmi compiere qualcosa di ingiusto, ma quando uscimmo dalla sede, i quattro andarono a Salamina e portarono via Leonte, io invece me ne andai a casa».

 

(traduzione di Matteo Capitani)

 

 

 

 



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