SCUOLA/ L’allarme della maturità: chi insegnerà agli studenti a scrivere?

- Claudio Cereda

I dati sulle scelte dei temi della priva prova scritta della maturità di quest’anno risultano per certi versi preoccupanti. CLAUDIO CEREDA, preside dell’ITIS P. Hensemberger di Monza, fa un bilancio dell’esame di Stato

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Leggero come un articolo, pesante come la storia

Di solito, durante gli esami di stato riesco a dedicarmi alla storia. Cominciò molti anni fa con la Storia dell’Italia Moderna di Giorgio Candeloro, poi sono venuti tanti altri sino ad Hobsbawm e recentemente Montanelli con la Storia d’Italia (di cui in questi giorni ho letto i volumi dal primo novecento al quarantatre scoprendo su Mussolini e la sua vicenda una serie di sottigliezze che erano sfuggite alla mia formazione originaria).

L’esame di Stato mi stimola su due versanti: l’estrema ignoranza degli studenti nei confronti dell’ultimo secolo, l’aria di rassegnazione dei docenti di lettere che, con l’eccezione di quelli di storia e filosofia, considerano la storia come la parente povera della letteratura.

Butto lì qualche considerazione (fuori dal mio paniere) sapendo di attirarmi qualche ostilità della serie “i fisici si occupino di fisica”.

L’analisi del testo

Tanto di cappello alla tipologia A; ma come mai è diventata una prova per amatori anche nell’ambiente colto dei licei (4,7% per il brano di Primo Levi)? Non sarà colpa di un malinteso senso della autonomia per cui i docenti, un po’ rassegnati, trasmettono il messaggio che “quelle cose lì non fanno per voi?”. La prova tecnica si sta riducendo a prova per una minoranza di licei e, al loro interno, per una minoranza di studenti.

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Quando uscì mi parve un modo per dare un senso a tutto quello studio storico-letterario di cui faticavo a percepire la sensatezza. Fuori da un discorso sul testo mi pare che l’ambito letterario si esaurisca in chiacchiere per sentito dire, con lo studente che cerca di intuire cosa il commissario voglia sentirsi dire (riassunti di opere, inquadramenti sulla poetica con la risposta esatta che muta al cambiare della sensibilità del commissario, definizioni che tali non sono e che vengono invece pretese con precisione matematica).

Scrivere per il lettore

 

Tipologia B: saggio breve e articolo di giornale: due forme di scrittura e quattro ambiti. Nella testa di Berlinguer doveva essere la cosa più innovativa. Ma non è stato così. A scuola quasi nessuno si cimenta con dei brevi saggi (quelli veri, non i temi del prof. di lettere) e gli unici che scrivono articoli sono, quando va bene, i redattori del giornalino di istituto.

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La tipologia B va per la maggiore all’esame solo perché lo studente medio ha la sensazione di poter scegliere più liberamente l’argomento e così, se chi corregge si dimostra appena pretenzioso, sono dolori.

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L’articolo di giornale è per sua natura leggero, non vuole dimostrare ma emozionare (e lo stile ne consegue); è permesso esagerare; è permessa l’analogia; è permesso il paradosso. L’articolo deve essere asistematico, deve avere un attacco che invogli alla lettura, può non riferirsi ad alcun documento, deve depositare nel lettore un messaggio non strutturato, ma chiaro; deve indurre ad una tesi.

Dunque non è indispensabile confrontarsi con le citazioni proposte dall’ispettore che ha predisposto le tracce. Si può persino prendere posizione nei loro confronti citandole come inadeguate, ma in un articolo meglio ignorarle.

 

Il titolo è fondamentale: Leggero come un articolo, pesante come la storia. Il saggio breve deve avere struttura: benvenute le titolazioni interne; ma è assurdo chiamare saggio breve le tre mezze colonne di foglio protocollo che corrispondono grosso modo a una cartella word; e invece le consegne allegate al testo ministeriale lo pretendono.

Le titolazioni non le vedo mai e men che meno vedo saggi che sostengono una tesi. Cos’è un saggio senza una tesi? Come si fa a sostenere una tesi se si è costretti ad usare le citazioni da baci Perugina costruite per non far torto a nessuno e, il più delle volte, non dire nulla?

Io non so di chi sia la colpa, ma che il materiale documentario ridotto ad aforisma o poco più non funzioni è del tutto evidente. In uno dei temi di quest’anno ho letto la seguente frase: come sostiene Immanuel Kant nel suo articolo“per la critica della ragion pura” …

 

Ridare la prima prova alla commissione

 

Occorre una scelta drastica: il materiale per il saggio breve non può venire da Roma. O Roma dice alle commissioni di cercare materiale in loco e metterlo a disposizione come si fa per le prove pratiche dell’istruzione artistica, oppure Roma decide che la prima prova la formulano direttamente le commissioni che, finalmente, potranno tener conto del documento del 15 maggio e tarare la prova su di esso (scelta degli argomenti, scelta dei documenti).

Questa ipotesi si sposerebbe bene con l’esigenza di passare alla III prova nazionale gestita dall’Invalsi (prima prova alle commissioni e le altre due al centro). Il prossimo anno la cosa sarebbe praticabile senza grandi traumi visto che, nella sequenza delle alternanze, la prima prova dovrebbe spettare agli interni.

 

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Ho fatto il Presidente in un IGEA (tecnico commerciale) e ho visto lo scritto di economia aziendale con i prospetti di bilancio fatti rigorosamente e obbligatoriamente a mano con lo studente che, invece di concentrarsi sulla struttura e sui nessi tra le diverse celle, deve prestare attenzione ad inventare numeri plausibili e che alla fine quadrino. Far usare Excel è troppo?

Aggiungo una proposta rivoluzionaria che è tale solo in un paese in ritardo storico nell’uso delle nuove tecnologie.

Vogliamo introdurre pian piano la possibilità di scrivere con un programma di trattamento testi e contemporaneamente introdurre nell’insegnamento la modalità struttura che è presente in Word dai tempi di Windows 3.1?

La modalità struttura farebbe bene a molti manager nella impostazione delle relazioni e farebbe bene a molti docenti nella documentazione del proprio lavoro. Essa insegna ad organizzare un tema, permette di ripensare e spostare una argomentazione, insegna a titolare e a dare uno schema logico alla esposizione del pensiero. Insomma dovrebbe essere al centro di un laboratorio di scrittura.

 

La storia scritta e raccontata

 

Tipologia C: grande entusiasmo degli ex AN perché finalmente le foibe sono uscite dal silenzio. Ci si contenta di poco, visto che il tema storico, che di solito non fa quasi nessuno, questa volta è stato del tutto ignorato.

La colpa non è né dei “professori di sinistra” che ignorano le foibe (come ha scritto qualche deluso su facebook), né dell’argomento, presentato in modo particolarmente specifico nella formulazione.

Al massimo ciò può aver contribuito a far passare le preferenze al tema storico dal 2,6 % dell’anno scorso allo 0,9% di quest’anno, ma in entrambi i casi la conclusione è che su 100 giovani maturandi solo da 1 a 2 fanno il tema di storia.

Nessuno fa il tema di storia perché in pochi insegnano ad amare la storia e la maggioranza la trasforma in una materia da studiare. La insufficienza in storia diventa una ragione per bocciare (non per la gravità della lacuna) ma perché se è insufficiente anche in storia vuol dire che non studia ed è da bocciare. Non mi è mai capitato di sentire una insufficienza motivata dicendo non ragiona e non capisce la storia.

I libri di storia sono sempre più belli e, probabilmente, complicati da usare per via degli apparati iconografici e documentari, degli schemi, delle tabelle, delle cartine. Il libro è pensato per consentire una lettura a molti livelli: libri sempre più grandi, sempre più colorati, con la riproduzione dei documenti originali, che nessuno legge.

 

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Ho finito le superiori nel 1965 e noi timidamente chiedevamo di sapere del fascismo e della II guerra mondiale. Ora lo studio della contemporaneità è diventato obbligatorio, ma ti capita che uno studente scelga di aprire il colloquio parlando degli anni ’50 e ’60 e non sappia letteralmente nulla della decolonizzazione e del movimento dei non allineati come se in quel periodo fossero esistite solo la guerra fredda prima e il crollo del comunismo poi.

La cosa che trovo paradossale è che la storia sia abbastanza gettonata nella scelta dell’argomento di apertura mentre scompaia nella prova scritta sia nella tipologia C sia nella B. Probabilmente viene vista come una materia da figurine Panini che si presta bene all’approfondimento tematico (si fa per dire), che consente di farsi tirare per la giacca su diversi versanti (e qui mi collego a Diritto, e qui mi collego ad Inglese, e qui mi collego a Padre Pio), ma non corrisponde mai ad una occasione vera per far interagire conoscenze provenienti da ambiti diversi, occasione per approfondire e capire (la geografia, la scienza politica, l’economia, la storia della scienza e della tecnica, il costume, …).

 

Per concludere

 

Ho visto avanzare da più parti la proposta di tornare al passato e cioè al vecchio tema general generico (tipologia D) che, nella maggior parte dei casi, si caratterizza come fiera della banalità.

Dissento e dissento profondamente. Servono due riforme.

1. A scuola bisogna insegnare a scrivere; cogliere ogni occasione per stimolare a farlo; remare contro la cultura dei messaggini; usare tutte le forme di scrittura tarandole sull’età degli interlocutori; affidare l’incarico di occuparsene non solo ai docenti di Italiano; assegnare temi la cui scrittura possa anche durare un mese (quando a monte ci deve essere un lavoro di documentazione); far usare le nuove tecnologie; insegnare a riassumere; insegnare a strutturare; insegnare a trasformare un saggio in un articolo.

2. La prova in Italiano, in corso d’anno e all’esame, deve essere coerente al punto precedente e dunque multiforme nelle tipologie e negli strumenti tecnologici, tarata sulle caratteristiche generali e specifiche della Istituzione Scolastica, sensata rispetto alle competenze tecniche che ogni tipo di scuola deve avere nella sua mission. Infine deve consentire allo studente il poter scegliere perché scrivere è un piacere; se non è un piacere che gusto c’è?

 

Claudio Cereda, DS ITIS Hensemberger – Monza

 

 

 

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