SCUOLA/ Cari colleghi, non facciamoci “adottare” dai libri

Nel contrapporre il libro di testo e il web si possono generare degli equivoci se non si definisce quale siano i ruoli per cui si usa la rete. Ne parla in questo articolo SERGIO PALAZZI

04.09.2010 - Sergio Palazzi
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Un libro di scuola

Nel contrapporre il libro di testo e il web si possono generare degli equivoci se non si definisce quale siano i ruoli per cui si usa la rete. Il caso più semplice è usarla come una copisteria, scaricando testi pdf o simili, magari da stampare in tutto o in parte su carta; sta ad etica e buon senso farlo con materiale open source e non con roba piratata.

Nel secolo scorso, in un istituto ancora povero di computer e connessioni e con la disapprovazione della preside, scaricavo da casa mia tutti i testi che trovavo, portandoli sull’unico pc del laboratorio con una cartuccia ZIP100 (le ricordate?); chi aveva un pc a casa poteva farne copia. 

Eravamo ben pochi, allora, ad avere pubblicato interi testi web in italiano: ciò significava sforzare gli studenti all’uso dell’inglese, che è cosa buona anche se ti guardano male. Non era però molto diverso da una lezione tradizionale con l’uso di fotocopie, anche se avevo poche alternative, vista la specializzazione del nostro programma sperimentale e l’assenza di monografie che lo coprissero ragionevolmente.

Da allora i materiali disponibili in italiano si sono moltiplicati all’inverosimile: non credo vi siano materie per le quali docenti e consigli di classe coraggiosi non possano trovare gratuitamente volumi e dispense che li svincolino interamente dalle case editrici; anche stampandoli su carta in un centro copia il costo è contenuto.

D’altro canto, il libro di carta ha tanti vantaggi: si sfoglia rapidamente, stimola la memoria visiva, è materialmente più durevole; uno dei pionieri del web aggiungeva che si può portare anche in bagno: ma non c’erano ancora i Kindle.

La reale differenza nell’insegnare con la rete non è però nella forma fisica del testo, ma nel fatto di disporre con grande rapidità di molti testi, immagini, filmati, software; nella possibilità di navigare scegliendo liberamente, magari ogni volta, i materiali da proporre. Pochi anni dopo le suddette fatiche potevo insegnare con un portatile e un proiettore collegati in rete, in ognuna delle mie aule e ogni volta che volevo. Era semplice perché ero l’unico a farlo con regolarità e quindi non faticavo ad appropriarmi degli apparecchi: quello dell’hardware, che costa, è delicato ed obsolescente (sia le lavagne multimediali sia i lettori portatili) è però un problema serio, se si vuole informatizzare intensivamente la scuola, e merita una discussione a parte.

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 Integrando i materiali avevamo eliminato il libro di testo, non l’avevamo semplicemente sostituito. Chi usa la rete sa tuttavia che questo approccio può essere molto più time consuming di frugare in uno scaffale, pur disponendo di una banda sufficiente, e che aumenta anche il rapporto fra robaccia e cose utili trovate. Mantenendo la flessibilità di poter cambiare idea o seguire sentieri diversi in funzione del riscontro della classe (torniamo a Florenskij!), un requisito per la didattica web è quindi che il docente sappia prima cosa cercare, dove e come. Lo diciamo brutalmente? Molto lavoro non retribuito nella preparazione ed un grande sforzo di attenzione in aula per non divagare. Chi lo vuol fare deve esserne conscio e convinto, per non intraprendere un percorso velleitario che potrebbe presto spegnersi nella noia.

 

L’ulteriore salto di qualità è rielaborare quello che alcuni innovatori, negli anni 50, chiamavano metodo Gutenberg. Sovrasemplificando, l’idea era che fosse assurdo sprecare il docente ed il tempo di lezione per riempire lavagnate di parole o dettare appunti, usando un costoso libro solo come eventuale appendice postuma. Anticipando agli studenti, in modo critico, le parti del testo da esaminare per le lezioni successive, il rapporto interpersonale, il ruolo del maestro stava nel guidare e far progredire lo studio già avviato. Credo che Frank Lambert, il nonagenario chimico creatore di Gutenberg ed ancora attivo sul web, sia d’accordo sull’incredibile sviluppo che si ha usando non soltanto un libro ma, interattivamente, tutto il cyberspazio; ma qui, a maggior ragione, va ulteriormente approfondito l’atteggiamento che deve avere l’insegnante, perché non si riduca a "per la prossima volta guardate da pag. x a pag. y", con l’aggravante che almeno da pag. x a pag. y il numero di informazioni è limitato ed ordinato.

Oggi i nuovi testi devono essere gemellati con la rete. Ne ho visti ancora pochi in italiano; ne conosco in altre lingue, nati per mercati più esperti nell’uso di queste forme: mi entusiasmano poco. E’ raro che siano interamente originali, la parte web spesso si riduce a supporti che con un po’ di sforzo si trovano tranquillamente altrove. Ma il vero lavoro in rete comincia dove tali contenuti finiscono: tra "libro di testo in adozione" e didattica aperta, quel che stride non è l’idea di libro, ma quella di testo in adozione. E’ questo che rende quel libro uno strumento chiuso; sarebbe triste riproporre la stessa logica sul web.

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