SCUOLA/ I tre punti che salvano la sperimentazione dal fallimento

- Giovanni Cominelli

Continua il dibattito sui due recenti progetti sperimentali di valutazione dei docenti e delle scuole. GIOVANNI COMINELLI spiega come dare ad essi un’ultima possibilità di successo

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Foto: Imagoeconomica

Poiché nel dibattito in corso su questo e su altri giornali sono condivise sia le basi teoriche sia le finalità dei Progetti di sperimentazione, la discussione si può circoscrivere attorno ad un’unica questione: se i mezzi scelti – i due Progetti – si possano considerare un primo passo coerente ed efficace rispetto al fine. Luisa Ribolzi, membro del Comitato che li ha elaborati, risponde di sì con i seguenti argomenti: a) considerata “la brevità dei tempi”, non è possibile realizzare da subito la valutazione esterna; b) il Comitato di valutazione presieduto dal Dirigente, affiancato da due docenti, è una soluzione accettabile; c) pur essendo auspicabile un modus operandi sistemico, ma prendendo atto che il blocco del pdl 953 per ora non lo consente, è necessario muoversi da subito, pena l’immobilismo.

Il primo argomento e il terzo argomento sono quelli portanti, ma sono anche i più fragili. I tempi che la politica di centro-destra e di centro-sinistra si è presa non sono affatto brevi, sono straordinariamente lunghi. Dalla Conferenza nazionale della scuola (30 gennaio-3 febbraio 1990) sono passati ventuno anni. Dall’incontro tra Luigi Berlinguer e una Commissione di esperti Ocse, quattordici; dalla costituzione dell’Invalsi undici. Che le forze politiche di centro-sinistra siano state e restino timide e fuggitive si spiega con lo statalismo divenuto ideologia quotidiana. Si saldano qui statalismo cattolico e statalismo di sinistra. Il loro interlocutore sono gli addetti, non gli utenti.

Spiegazioni più complesse richiede, invece, il ripetuto rinvio delle decisioni “impopolari” da parte del centro-destra. Data la generale predicazione liberal-liberista su autonomia, merito, premio; dato che la categoria degli insegnanti vota massicciamente per il centro-sinistra, è del tutto controintuitivo che le maggioranze e i governi di centro-destra non abbiano finora avuto il coraggio di definire per via normativa l’intera materia, andando allo scontro con i sindacati. Peraltro questi non fanno parte della constituency del centro-destra, salvo, forse, un pezzo della Cisl. Per un verso, paiono scattare antichi riflessi andreottiano-consociativi da Prima repubblica; ma, per altro verso, la concezione e la pratica della democrazia liberale appaiono piegate da una forte tensione populista-plebiscitaria.

In altre parole: non basta il programma di governo (anche se, in effetti, la scuola stava solo al 7° posto delle priorità della campagna elettorale del 2008) approvato nelle urne e accompagnato da un congruo numero di deputati. No! È il plebiscito quotidiano, via-sondaggi, via-piazze, via-manifestazioni di protesta che detta la linea quotidiana del governo. Così, se gli insegnanti portano in piazza centinaia di migliaia di studenti a proprio favore, se i docenti universitari fanno lo stesso, se i sindacati trattano ai tavoli e agitano le piazze, allora i programmi della campagna elettorale diventano flatus vocis. E si rinvia. La stella cometa diviene il consenso qui e ora.
 

Nicolas Sarkozy ha guardato per sei giorni lo spettacolo della Francia paralizzata dagli scioperi contro l’innalzamento dell’età pensionabile. Poi ha riunito il Parlamento, che ha votato la legge che milioni di persone contestavano nelle piazze. Perderà le prossime elezioni? Può darsi. Ma intanto ha costretto il Paese a fare un passo in avanti irreversibile, ha fatto il bene del Paese. Quella francese è la democrazia liberale; quella italiana è democrazia consociativa e plebiscitaria.

O Luisa Ribolzi, parlando di “brevità dei tempi”, pensa a quelli della XVI legislatura? Finora il ministro Gelmini non ha avuto la forza politica né di trainare la sua maggioranza parlamentare ad approvare il pdl 953 né di trasformarlo in proposta del Governo, visto che si tratta per lo più di una Legge-delega. Perché? Dicevamo sopra della Cisl. Dal 1985, allorché Franco Marini succedette a Pierre Carniti quale segretario generale, essa pratica una ben nota doppiezza: moderata nel settore del lavoro dipendente privato, intransigente nella difesa delle ragioni corporative del lavoro dipendente pubblico. Così, oggi il governo di centro-destra può incassare un discreto appoggio alle politiche del lavoro di Sacconi, in cambio di un’opposizione ostinata a quelle della Gelmini. Così Bonanni si atteggia in un modo, Francesco Scrima sulla valutazione degli insegnanti in un altro. Come a dire: la Fiat è una priorità del centro-destra, la scuola no.

Per uscire dalla stretta, il ministro Gelmini ha fatto ricorso all’escamotage dei progetti di sperimentazione. Incapace di portare la croce, l’ha addossata all’apparato ministeriale, il quale a sua volta l’ha appoggiata provvisoriamente sulle spalle di un Comitato/Commissione di esperti. Con ciò si evita per l’ennesima volta – la seconda per il centro-destra, che così ha raggiunto il numero di legislature inadempienti del centro-sinistra – di regolare in modo definitivo e cogente per via normativa la questione della carriera dei docenti e la valutazione esterna come una tessera essenziale dello status giuridico e della carriera: chi non accetta la valutazione non entra nella carriera insegnante.

Il meta-messaggio del disimpegno del ministro è limpido: la politica non ce la fa, neppure questa volta, che la scuola si arrangi. Questo abbandono del campo rende felici gli insegnanti conservatori e disperati gli innovatori. Intanto la croce del Comitato-Cireneo è divenuta troppo pesante per le sue generose, ma strette spalle. Non si vede infatti quali scuole e quali insegnanti possano ormai accettare di esporsi volontariamente alla sperimentazione, dopo i massicci rifiuti. Allora il metodo della sperimentazione non ha più senso? Lo può avere, se essa anticipi in un tempo/territorio determinato gli obbiettivi che la normativa intende istituzionalmente stabilizzare. Nella storia recente ci sono due esempi di tale metodo: le sperimentazioni Brocca e i quattro progetti Pilota per costruire l’Invalsi.
 

In ambedue i casi, si sapeva dove andare a parare. Nel primo, poiché le leggi di riforma morivano prematuramente in Parlamento, il Ministro Falcucci nel 1986 pensò di aggirare l’ostacolo dell’impotenza della politica con la via amministrativa alle riforme (che poi finirà per sfuggire di mano e generare effetti controfinali). Nel secondo caso, c’era da superare l’opposizione diffusa della scuola: dal 2001 al 2004 furono sperimentati quattro Progetti Pilota, che portarono l’adesione volontaria delle scuole da 1.800 a circa 8.000. Nel 2005 fu possibile fare la prima somministrazione obbligatoria dei questionari e nel settembre 2006 produrre il Primo Rapporto Invalsi. Sperimentare è metodo utile – non si dà qui un giudizio di merito né su Brocca né sull’Invalsi – a condizione che il progetto guardi avanti.

Ora – ed è il secondo argomento di Luisa Ribolzi – l’ipotesi del Comitato di valutazione, presieduto dal Dirigente, guarda esattamente avanti, anche se riprende un’idea, mai attuata, dei Decreti delegati del 1974. Anche Paolo Franco Comensoli pare condividere questa ipotesi: il Preside è in grado di esprimere un giudizio sugli insegnanti, coadiuvato da due insegnanti eletti. Anch’io sono convinto che non solo il Dirigente, ma anche ciascun insegnante, alunno e forse anche qualche genitore dispongano già della conoscenza necessaria per esprimere un giudizio realistico su ogni altro insegnante. È la Peer Review, grosso modo. Ma il problema sta tutto nella raccolta, nel trattamento e nella formalizzazione di queste conoscenze diffuse.

Rispetto al 1974 sono cambiate alcune cose. La prima è la caduta della qualità professionale dei Dirigenti, che è la conseguenza di un abbassamento generale della qualità professionale del corpo insegnante – dal quale i Dirigenti sono tratti – e di un allentamento o di un’assenza delle procedure di reclutamento. Anche laddove siano stati fatti dei rari e recenti concorsi, il reclutamento avviene incrociando le procedure formali con quelle “reali” delle appartenenze partitiche, sindacali, professionali. La seconda è che i nuovi Dirigenti, rispetto a quelli della mia generazione, sono prigionieri di una rete formale e informale di potere sindacale: le RSU furono istituite con il Dlgs 3 febbraio 1993 n. 29, che, fingendo di privatizzare il rapporto di lavoro degli insegnanti, legittimava una sindacalizzazione pervasiva e invasiva della vita scolastica.
 

Oggi, ciò che preoccupa un insegnante che accetti di farsi valutare non è solo il familismo amorale – che è un dato, non un’invenzione – ma il sindacalismo amorale, il partitismo amorale, l’associazionismo amorale… A una condizione irrinunciabile si potrebbe concordare con la soluzione suggerita da Ribolzi e Comensoli: che il Dirigente fosse a sua volta valutato severamente dall’esterno. Il che vale soprattutto per il Progetto sperimentale di valutazione della qualità delle scuole, ma anche per il Progetto valutazione insegnanti. L’azione e il giudizio sul personale del Preside sono decisivi ai fini della qualità.

Hanno un futuro i due Progetti? Pare di no. Dovrebbero essere rielaborati, tenendo presente in filigrana il pdl 953. E pertanto occorrerebbe tenere insieme autonomia di reclutamento da parte delle scuole, valutazione, retribuzioni premiali. Da realizzare in territori dove le condizioni politico-culturali sono più favorevoli. Ma, in parallelo, poiché non c’è più tempo da perdere, occorre attivare da subito le procedure per l’approvazione del pdl 953. Tutto il resto è fumo.
 



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