FUORICLASSE/ L’ironia della Littizzetto non basta a salvare la caricatura della scuola reale

- Gianni Mereghetti

Ieri è andata in onda la prima puntata della fiction Rai Fuoriclasse, ambientata in una scuola. Il commento di GIANNI MEREGHETTI

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Fuoriclasse - Luciana Littizzetto (Foto Ansa)

È andata ieri in onda la fiction sulla scuola “Fuoriclasse” con Luciana Littizzetto, due ore di luoghi comuni su insegnanti e studenti, caricati da una vena macchiettistica che esaspera sia le situazioni scolastiche sia le vicende personali.

“Fuoriclasse” vorrebbe dare un’immagine realistica della scuola d’oggi e lo fa esasperando i tipi umani che la caratterizzano: alcuni insegnanti sicuri di sé, altri indecisi o problematici, alcuni che vogliono sfruttare i progetti per quattro soldi, altri che invece si impegnano mossi da tanta passione; alcuni studenti che pensano allo studio, altri fuori dal coro, alcuni che fanno il verso agli insegnanti, altri che si danno da fare per la democrazia, il tutto condito da trame scontate e poco originali.

“Fuoriclasse” è il requiem per una scuola defunta, è una fiction nel vero senso del termine, astrae dalla realtà e crea un’immagine ridicola e di basso profilo della vita scolastica. Si può ridere e vi sono dei passaggi che fanno ridere, si può anche assentire a momenti, per ora rari, di realtà scolastica, ma la scuola vera è da un’altra parte, “Fuoriclasse” è proprio a lato di ciò che invece vive, vibra dentro la classe.

Riccardo Donna ha voluto raccontare la scuola con il metodo delle tinte forti, ha voluto ridicolizzare le meschinità che di fatto caratterizzano la vita degli insegnanti, come ha tentato di far emergere la positività di chi ha tanto interesse per l’insegnamento, ma il tutto senza una visione d’insieme che sappia cogliere ciò di cui vive oggi la scuola.

La fiction parla più dei problemi privati degli insegnanti che non dei rapporti tra loro e gli studenti, come a voler dire che questi si riflettono sulla vita quotidiana della scuola; le stesse trame sono condizionate dagli scontri o dalle alleanze tra docenti, spesso per questioni futili, come se le dinamiche scolastiche dipendessero da pettegolezzi e invidie. Discutibile poi l’idea di una preside suora, forse provocatoria, ma con una dose altissima di irrealtà per una scuola statale.

Che cos’è l’insieme che manca in questa fiction? Che la realtà della scuola è più semplice da una parte, e più drammatica dall’altra. Più semplice, perché la vita scolastica è centrata su una quotidianità fatta di lezioni, interrogazioni, studio, dibattiti, comprensioni, incomprensioni, democrazia. Drammatica, perché in essa a diverso livello si gioca il destino delle persone, degli insegnanti che cercano una ragione del loro lavoro o si battono per una stabilità, degli studenti che sui banchi di scuola colgono l’occasione per crescere o la perdono.

 

Manca nella fiction di Riccardo Donna il respiro ideale, che piccolo o tanto che sia, è il fattore decisivo per una scuola. Quella di Riccardo Donna è una scuola senza respiro ideale, è per questo che diventa macchiettistica e banale. Sopra le righe va la protagonista, Luciana Littizzetto, che con una frizzante interpretazione del suo personaggio si pone al di sopra della dominante scontatezza: più umana e più vera, la sua ironia – può piacere o non piacere – fa comunque riflettere!

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