SCUOLA/ Né Mao né Confucio ci possono insegnare il “rischio” di educare

- Giovanni Cominelli

GIOVANNI COMINELLI replica a Giorgio Ragazzini sul tema del nostro declino educativo e culturale. Ha senso riproporre astrattamente una cultura educativa fondata sul rigore?

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Foto ImagoEconomica

Poiché Giorgio Regazzini forse non sospetta che io sia completamente d’accordo con la parte conclusiva del suo articolo, provo a dimostrarglielo, separando i fili del suo discorso, forse troppo frettolosamente tra loro intrecciati.
Che esista “un legame tra rapido sviluppo economico e tipo di istruzione” è innegabile. Anche se poi è da vedere quale tipo di istruzione (secondaria superiore? tecnica? universitaria?), perché non è per nulla o sempre meno autoevidente – lo faceva notare Giulio Sapelli sul Corriere della Sera, scrivendo della rivolta tunisina dei giovani universitari disoccupati – la correlazione positiva tra laurea e professione corrispondente e adeguata.

Ancora più determinante è la relazione tra modello educativo e sviluppo economico. Per quanto riguarda la Cina i fatti sono due: un modello di civiltà – e perciò di educazione – profondamente radicato nella filosofia di Confucio (grosso modo coetaneo – 551-479 a.C. – di Eraclito), che il maoismo ha ripreso e rinforzato e che l’attuale gruppo dirigente continua; uno sviluppo vertiginoso, con tassi di crescita fino al 10% annuo, che sta portando la Cina ai vertici della gerarchia economica mondiale. Tra i due fatti c’è un nesso di causa/effetto.

Marx, fonte qui insospettabile, nei Grundrisse e nel Capitale ha descritto e classificato il cosiddetto “modo di produzione asiatico” e il “dispotismo orientale”, non potendo antivedere che la Cina di Mao sarebbe divenuta il prototipo moderno del dispotismo orientale e che, peggio ancora per il grande barbuto di Treviri, il maoismo avrebbe verniciato di marxismo e di comunismo esattamente il modo di produzione asiatico. La cui unità di base socio-economica non è né la famiglia né l’individuo: è la collettività, la comune di villaggio. Lo Stato è il proprietario effettivo, che si pone al di sopra delle “comuni”. Esso ha il potere di organizzare grandi lavori pubblici forzati.

Nel caso della Cina, essi ruotano storicamente attorno alla regimazione delle acque nelle sterminate pianure del Paese. È la stessa storia dell’Egitto e della Mesopotamia. Chi detiene le funzioni pubbliche-statali – i mandarini della burocrazia amministrativa e militare – è pertanto il padrone assoluto dell’economia e perciò della società. Non esiste proprietà privata, neppure degli alti funzionari. È lo Stato il proprietario assoluto. Questo spiega perché esista una continuità impressionante tra la Cina della Dinastia Ming, quella maoista e quella attuale.
 

I mandarini sono sempre lì. La differenza consiste nel fatto che la Cina moderna ha dovuto fare i conti con la sfida dell’imperialismo otto-novecentesco delle potenze europee e con il capitalismo industriale. E perciò ha sviluppato una corsa all’accumulazione originaria che è simile a quella dell’Inghilterra del Seicento-Settecento. Di essa ha ripreso i passaggi essenziali: lo svuotamento repentino del mondo contadino (in Cina i contadini sono 800 milioni su un popolazione di 1 miliardo e 300 milioni), la proletarizzazione selvaggia di milioni di persone, una giornata lavorativa di 18 ore, pochi giorni di ferie all’anno, un giorno alla settimana di riposo, lavoro dei bambini dai quattro anni in su, niente sindacati, niente welfare sanitario e pensionistico. La via cinese all’industrializzazione di uno sconfinato Paese contadino – ma già praticata dai piani quinquennali di Stalin dal 1929 – ha comportato e richiede tuttora un costo umano e sociale incalcolabile ed è stata possibile solo comprimendo grandi masse dentro un meccanismo dispotico e totalitario senza scampo.

Il mao-confucianesimo è la proiezione ideologica e l’autocoscienza teorica di questo modello. Il soggetto libero e responsabile non esiste. È una variabile dipendente della “Comune”. La morale e l’educazione consistono nel preparare l’individuo ad accettare l’autorità dello Stato e a lavorare a testa bassa per tutta la vita. Perciò l’autoritarismo dispotico in Cina è l’essenza dei rapporti sociali, familiari e, dunque, dell’educazione.

A questo punto mi pare difficile sostenere – alcuni reazionari e conservatori in Italia, nostalgici del liberalismo autoritario e del fascismo, lo pensano, ma nessuno osa confessarlo – che per reggere la sfida dello sviluppo con la Cina dovremmo percorrere la stessa strada educativa: autorità, disciplina, rigore, punizioni severe, dura selezione. La tesi è insostenibile per due ragioni.
 

La prima: si tratta di un modello economico-sociale-istituzionale fragile, che non durerà a lungo. Inevitabilmente l’espansione del mercato interno e dei consumi farà crescere nelle persone tensioni alla libertà, alla rivendicazione dei fondamentali diritti umani, al welfare, alla democrazia. Quante Tiananmen dovremo vedere, dopo quella del 1989, non è dato prevedere. Ma già sono affiorate attraverso le maglie di un sistema informativo blindato notizie di rivolte di massa, di costituzione di forme di resistenza allo sfruttamento selvaggio e alla compressione totalitaria. La Cina è entrata in un loop, nel quale il totalitarismo politico e educativo oggi sospinge lo sviluppo, ma lo sviluppo sta già minando le basi ideologiche e istituzionali del totalitarismo. Senza soffermarci qui sul fatto che la Cina è un mosaico di 56 etnie (anche se l’etnia Han rappresenta il 92 percento, il restante 8 percento conta pur sempre più di 150 milioni di persone), e di regioni a diverso ritmo di sviluppo economico che storicamente le dinastie e lo stesso regime comunista hanno fatto fatica  a tenere insieme.

La seconda ragione è che il modello educativo cinese di esercizio della responsabilità educativa adulta e dell’autorità confligge totalmente con la tradizione cristiano-liberale europea, perché non prevede l’esistenza della persona libera e responsabile. Perciò “autorità”, “responsabilità degli adulti”, “disciplina”, “rigore”, “rispetto delle regole” di simile con i cinesi hanno solo il vocabolo: sotto stanno, nei due contesti, significati del tutto opposti. Se le cose stanno così, la Cina è non è un modello, è una sfida. Sfida a riscoprire le radici della nostra civiltà, che sono tre: la persona, la libertà, la storia aperta. E sono queste tre categorie che stanno alla base dello sviluppo economico e del capitalismo industriale in Europa e della sua diffusione su scala planetaria.

È per queste categorie che l’educazione da noi è un “rischio”, in Cina no. Ma su tutto ciò sono d’accordo con l’ultima parte dell’articolo di Ragazzini. Il problema è che “libertà” è divenuto sinonimo di “irresponsabilità”, di implosione narcisistica dell’Io, di fuga dei genitori e degli insegnanti dal loro ruolo di adulti. Solo che tale fuga non è rimediabile a valle con il rigore e la disciplina imposti inevitabilmente dall’alto, alla cinese. Se gli adulti se la danno a gambe, la loro repressione perde legittimazione, le regole divengono “gride” impotenti. Ed è esattamente quanto sta accadendo.
 



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