SCUOLA/ Se i libri di testo tengono in ostaggio i professori…

- Paolo Ravazzano

La soluzione ai problemi dei libri di testo (troppo cari, malfatti, ideologici) non è la loro abolizione, afferma PAOLO RAVAZZANO, ma nuove forme che solo scuole “impegnate” possono trovare

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Libri di testo cari? Lo sappiamo, a ogni inizio d’anno (e anche dopo) se ne riparla. Per fare un esempio: il Ministero fissa un tetto di spesa massimo che supera i 300 euro per un allievo del liceo scientifico, ma trecento euro abbondanti spesso non bastano e il tetto viene superato da non poche scuole. Dati dell’osservatorio dei consumatori di Federconsumatori e Adusbef in realtà parlano di cifre medie più vicine ai 500 euro. Mica poco, soprattutto in una fase di ristagno economico come quella che stiamo vivendo e per di più in un’era in cui i supporti elettronici stanno facendo passi da giganti (CD, Web, eReader, iPad, servizi di storage e di condivisione via Cloud, ecc.). Quasi un milione di vecchie lire all’anno per i libri del figlio sono un sacrificio (se poi i figli sono due o tre…), ma i sacrifici si misurano anche sul valore, sull’utilità, quindi anche di questo bisognerà parlare per soppesare la cifra. Ogni discussione che si fermi solo alla questione economica faticherà a giudicare bene. Qualità e utilità, quindi: ma proprio qui, proseguendo nel nostro elenco, le dolenti note non mancano.

Libri di testo malfatti? Solo pochi anni fa si vedevano giovanissimi ragazzi con cartelle inquietanti… tomi da 400-500 pagine per ogni materia! Ora, dopo circolari ministeriali sul peso dei libri e varie proteste questi eccessi sono stati un po’ mitigati. Ma il problema di fondo, l’impostazione di ciascun testo, resta. In breve e semplificando molto, si fa riferimento ad una disciplina accademica e si elabora un “riassuntone”. Ne derivano spesso testi enciclopedici con introduzioni complesse e didatticamente inagibili, proliferazione di termini ultraspecialistici (dettata da uno scientifico “come si può non accennare anche a questo?” che ci dovrebbe far riflettere…); inoltre i contenuti sono spesso sommersi da ‘strumentazioni’ didattiche ridondanti. Anzi, la metodologia a volte riempie la prima parte di tanti testi (o li attraversa con un’inflazione di esercizi, schede, percorsi… spacciati per “metodologia”) quasi come un elemento estrinseco, forse proprio perché si fa fatica a padroneggiare davvero un metodo, che allora dovrebbe emergere nella struttura stessa del testo, nei suoi contenuti e nelle sue scelte. Ma non solo: non si fa in tempo a trovare un testo “buono” che, pochi anni dopo (ora cinque, secondo recenti normative che hanno un po’ frenato il fenomeno) la casa editrice, per mille motivi (ma è difficile negare che quello prevalente sia impedire il riciclaggio dei testi usati), ne ha modificato (si dice “aggiornato”) la versione.

Libri di testo ideologici? Se ne è discusso spesso. Oggi se ne parla molto meno. Forse perché il processo di omologazione culturale, di cui i libri di testo sono stati certamente corresponsabili, è giunto a una fase più che avanzata? In effetti, tendenze accademiche e di moda tratte dal marxismo, dallo strutturalismo e dal positivismo, per una trentina d’anni hanno plasmato la grande maggioranza dei libri di testo, anche se, recentemente, sembra esserci uno spazio per testi più equilibrati.

A un genitore che mi chiedeva perplesso: “Ma nelle librerie tra i mille libri che ci sono non ce ne sono di buoni?” trovavo difficile spiegare che un docente non può semplicemente adottare il libro che gli pare, magari scegliendolo in libreria nella produzione editoriale corrente; la sua scelta deve avvenire tra i libri ufficialmente dichiarati ‘libri di testo’; la scelta  deve poi essere ratificata dal Collegio dei docenti e tante sono le spinte perché nella scuola, sullo stesso insegnamento sia adottato un unico libro di testo. Inoltre l’insegnante non è neppure certo della sezione in cui sarà chiamato ad insegnare l’anno successivo. L’impressione, tenendo conto di tutti i fattori ricordati, è che neppure a questo livello si gioca la questione decisiva.

Libri di testo poco usati? Quanti lettori ricorderanno di avere avuto, da studenti, libri di testo effettivamente usati dall’insegnante, per i motivi più disparati, per un 20-30% al massimo, quando non semplicemente abbandonati dopo le prima 20-30 pagine? E ad alcuni sarà capitato che per una o più materie l’insegnante seguisse nelle sue spiegazioni un libro diverso da quello adottato (la mia prof di scienze lo rilegava in blu scuro, così non si vedeva il titolo, e lo usava per fare le sue lezione… chi riusciva ad avere il titolo e a comprarselo era a posto).

Aboliamo i libri di testo? Questa questione, che così posta ha troppo il sapore (e i limiti) degli anni ’70, va forse riformulata a partire da un criterio di giudizio più mordente la realtà. Semplificando un po’, la domanda a cui rispondere potrebbe essere così formulata: i libri di testo sono diventati i padroni della nostra scuola? Se sì, dobbiamo sapere che, con i padroni, o li si ubbidisce o li si ignora. Nel primo caso, a che cosa serve davvero un insegnante? Nel secondo caso, a che cosa servono i libri di testo?

Una disamina del potere (strapotere?) delle case editrici sul mercato e sulla stessa produzione dei libri di testo, ma anche sugli effetti che essi hanno sugli insegnanti, sugli allievi (quante volte un docente si accorge che l’allievo ha imparato non ciò che lui ha insegnato, ma “ciò che dice il libro”?) e su una certa idea del sapere e dello studio (per cui oggi i nostri ragazzi sono tanto passivi e svogliati verso un testo quanto curiosi e intraprendenti di fronte a Internet) sarebbe qui opportuna.

Cambi di rotta? Di fronte a questa galassia di questioni, che abbiamo richiamato per sommi capi ma che potrebbe essere utilmente arricchita, è necessario un punto di svolta. E come spesso accade, questo non partirà da un tentativo di rincorrere tutti questi punti dolenti, ma dalla realtà dei fatti e dal coraggio di una responsabilità professionale e collegiale.

Due anni fa una scuola di Brindisi ha tentato una strada diversa, per dare qualità e risparmio centrati sull’esperienza professionale dei suoi docenti: detto in modo molto semplice, i libri di testo se li sono fatti loro. Notizia passata quasi in sordina, ma oggi tutto questo è diventato un progetto aperto (bookinprogress.it) che sta coinvolgendo 300 docenti… Pochi giorni fa i quotidiani italiani hanno parlato della Fondazione Ikaros per la sua innovativa decisione di usare come piattaforma didattica per le sue quattro scuole (quindi non solo libri di testo, ma anche software didattici, dizionari, mappe, eserciziari, comunicazioni, ecc.) una rete Internet dedicata: per questo ha consegnato un iPad2 a ogni suo allievo e insegnante.

Due casi interessanti e istruttivi non perché il libro di testo viene abolito, ma perché viene ricondotto a una dimensione adeguata ai compiti che la scuola si assume, in modo che il docente (e quindi lo studente) possa padroneggiarli come un vero strumento – ma non il solo – del suo insegnare/imparare. La soluzione al problema dei libri di testo non sarà il libro di testo perfetto o la recente multimedialità via web affiancata ai testi, ma partirà da scuole (e da docenti, ma non da soli) che si assumono in pieno la loro responsabilità educativa e formativa, fino a riconsiderare libri, dispense, ecc. al di là di logiche di mercato o di contrapposizioni ideologiche, come strumenti di una professionalità docente autentica e di una scuola che voglia tornare a fare davvero il suo mestiere.

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