SCUOLA/ Reclutamento e dintorni, aspettare “Godot” non conviene più

- Vittorio Campione

Siamo sicuri di non alimentare un sogno, quello di una Riforma cos decisiva da risolvere tutto in un colpo solo? Occorre un altro approccio. Il commento di VITTORIO CAMPIONE

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Foto: Imagoeconomica

Ho già avuto modo di dire, assieme ad altri amici, che il tema della qualità dei docenti mette in questione il futuro dei nostri figli e che dietro alla dibattito sulla qualità si cela il grande equivoco della coincidenza tra abilitazione dei docenti e loro assunzione. 

A giudicare da come va avanti la discussione sul reclutamento (come quasi tutti continuano a chiamare l’assunzione del personale della scuola, quasi si trattasse di brigate combattenti) questa opinione sul rapporto fra qualità e futuro, condivisa a parole da tanti, finisce con l’essere, al massimo, un esercizio di retorica. Proviamo a precisare.

Tutta la discussione sul numero di persone da ammettere alle procedure di formazione iniziale previste dalle attuali norme dà per scontata la scelta (che è esattamente quella che andrebbe a mio avviso rivista) di lasciare le cose come stanno: immissione cioè in un ruolo che prescinde totalmente dall’autonoma organizzazione del servizio di istruzione sul territorio, che viceversa dovrebbe essere (dal DPR 275/99 in poi) il punto irrinunciabile dal quale prender le mosse.

La capacità (certificata se si vuole da un’abilitazione) di svolgere un determinato lavoro non è in nessun settore condizione sufficiente per essere chiamati a svolgerlo e conseguentemente assunti. Viceversa, nella scuola, si rivendica quasi come un diritto (del quale al massimo si accetta di rinviare la riscossione) la collocazione in un posto stabile e la prospettiva di una carriera, lenta e magari non entusiasmante, ma garantita. Così stando le cose è evidente che diventa fondamentale contrattare numeri e tempi cercando, da parte di chi oggi governa il processo, di contenerli e viceversa cercando di dilatarli da parte di chi preme per entrare.

Stretta in questo contrasto la scuola appare destinata a portarsi dietro dei pesi sempre meno sostenibili: un numero assai elevato di docenti in condizione precaria, con tutte le conseguenze in termini di motivazione decrescente e inefficacia didattica, un carosello di insegnanti che si arresterà solo quando (ormai avanti nella carriera e negli anni) ognuno avrà raggiunto la sede di lavoro più gradita, una crescente distanza fra i piani dell’offerta formativa adottati e le caratteristiche dei docenti in servizio nelle singole scuole.

La qualità, oggi, dipende (oltre che da uno sforzo volontario e non riconosciuto dei singoli docenti sul piano dell’arricchimento della propria preparazione e della costruzione della capacità di lavorare in squadra) quasi esclusivamente dal caso che fa incontrare nella singola scuola persone che si ritrovano in un agire comune. Il ruolo di chi ha la responsabilità dell’indirizzo generale è stato in questi anni pressoché nullo e sono ancora troppo pochi (e spesso contrastati) quei dirigenti scolastici che hanno dedicato i loro maggiori sforzi a trasformare il collegio e le sue articolazioni in luoghi di innovazione didattica e di costruzione di team disciplinari e interdisciplinari coesi ed efficienti.     

La qualità dei docenti da assumere nei prossimi anni richiede quindi due precondizioni: un alto livello di competenza disciplinare e professionale e la trasparenza e la periodicità regolare delle procedure di assunzione. 

Tutto ciò, tradotto in regolamenti e procedure significa ripensare la formazione universitaria garantendo non solo le competenze disciplinari ma anche quelle professionali (didattiche, organizzative, tecnologiche, linguistiche, di problem solving e di team building, etc.) oggi necessarie, e garantire che tutti i posti che, di anno in anno, si rendono disponibili vengano assegnati attraverso procedure di assunzione che consentano a chi ne ha la responsabilità di fronte al territorio e alle comunità di assicurare il miglior funzionamento delle scuole.

La prima cosa passa attraverso un rapporto paritario, su questi aspetti, fra scuola e università che provi a ricostruire quel circolo virtuoso che nei momenti migliori per la scuola italiana ha visto le esperienze realizzate nelle scuole (elementari o superiori, senza gerarchia) alimentare la ricerca e la sistemazione scientifica delle università, e queste misurarsi con la concretezza delle scelte quotidiane delle scuole: da Agazzi a Lombardo Radice, a Visalberghi a tanti e tanti altri. Dalla Biblioteca di Documentazione Pedagogica ai Musei didattici presso le facoltà universitarie.

La seconda cosa comporta la decisione di spostare la responsabilità dell’assunzione al livello, se non delle singole istituzioni scolastiche, delle reti di scuole appositamente costituite sul territorio ponendo come condizione per poter accedere al ruolo di docente il possesso di un titolo conseguito in un concorso pubblico nazionale da svolgersi periodicamente (e comunque con una cadenza biennale o al massimo triennale a seconda dei casi), ma incrociando questo preliminare requisito con la verifica delle specifiche competenze professionali richieste.

So bene che un intervento su questo delicatissimo punto può essere avviato solo se contemporaneamente si procede alla definizione di una governance della scuola che riesca a valorizzare pienamente l’autonomia delle istituzioni scolastiche e il ruolo delle reti; e che il trasferimento a questo livello delle decisioni sull’assunzione e gestione del personale è tutt’uno con una progressiva riforma dell’organizzazione del lavoro che metta in discussione le attuali gabbie rappresentate da quadri orari, classi, gerarchia delle discipline, etc.

E so bene che la gabbia rappresentata dal modo in cui si entra come docenti nella scuola è solo una delle molte. Non penso, però, che per romperla sia necessario aspettare un disegno organico e complessivo, la mitica Riforma che corre il rischio di diventare l’insegna dietro a cui si corre mentre la realtà va da un’altra parte. Non penso che tutti i difetti della scuola italiana, simul stabunt simul cadent, siano destinati a scomparire tutti assieme come se fossero frutto della stessa storia o a sopravvivere all’infinito. Penso che sia tornato il tempo nel quale dire con coraggio e chiarezza tutto quello che deve essere ripensato e ridiscusso. E costruire consenso su ognuno dei singoli aspetti. 



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