SCUOLA/ Tonna (Apef): serve una riforma dei docenti per rendere “utili” i dati Invalsi

- Paola Tonna

PAOLA TONNA (Apef) interviene sul tema della pubblicazione da parte delle scuole dei dati Invalsi. Va bene per innescare un meccanismo virtuoso di competizione, ma non basta

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Immagine d'archivio

Il recente intervento sull’opportunità di rendere pubblici i dati Invalsi focalizza il centro della questione che andava affrontata nel Progetto sperimentale sulla Valutazione degli Istituti.

Si parla della necessità di una valutazione di sistema degli istituti da quando è nata l’Autonomia con “l’obbligo di adottare procedure e strumenti di verifica e valutazione della produttività scolastica e del raggiungimento degli obiettivi”. Questo, molto prima della ventata valutativa del ministro Brunetta. Valutazione e autonomia sarebbero dovute andare di pari passo almeno dal 2000. Inoltre, come per la valutazione dei docenti, non siamo all’anno zero poiché ci sono dei precedenti: il ministro Moratti aveva avviato fin dal 2002 i Progetti pilota per la valutazione degli istituti che, nell’ultimo dei tre anni di realizzazione, avevano visto l’adesione volontaria della quasi totalità delle scuole. Che fine hanno fatto quei risultati e perché ricominciare ogni volta da capo? Cambi di governo, commissariamenti e una buona dose di miopia politica hanno accumulato colpevoli ritardi con i risultati che sappiamo in termini di efficienza ed efficacia del nostro sistema istruzione. Ad onor del vero l’Invalsi sta recuperando rapidamente terreno, ma l’imperativo è fare presto poiché nei due terzi dei paesi europei le amministrazioni centrali richiedono alle scuole un processo interno di analisi della qualità sulla base dei test nazionali.
Inoltre, diversamente da noi, i nostri partner europei sono impegnati fin dai primi anni ’90 anche nella Valutazione esterna.

Noi riteniamo che si debba favorire una cultura della valutazione e autovalutazione e della qualità degli istituti, sensibilizzando concretamente le scuole a praticarla. Vi sono esempi, esigui per la verità, di scuole che hanno eletto, là dove c’erano le competenze tra i docenti, funzioni strumentali per l’autovalutazione d’istituto che a fine anno è stata oggetto di riflessione da parte dei collegi. Buone pratiche insomma, a cui si sarebbe dovuto dare la massima considerazione e diffusione. Ma andavano sensibilizzati i dirigenti prima di tutto e quella leadership professionale di docenti, coordinatori della didattica, di dipartimento, funzioni strumentali che realizzano questo tipo di azioni nelle scuole.
 

In definitiva sarebbe stato opportuno da tempo attuare la pubblicizzazione dei risultati presso l’utenza, che  attiverebbe un sano meccanismo di competizione tra le scuole, e dei test sugli apprendimenti degli studenti, uniti ad una regolare autovalutazione d’istituto (organizzativa e didattica) che sia di supporto ai processi di revisione e miglioramento da parte dei Collegi dei docenti. Per fare questo sono necessarie però, com’è stato correttamente notato, competenze specifiche, che si dovrebbero trovare nelle scuole quando finalmente si capirà che solo un nuovo Stato giuridico con una carriera dei docenti, imperniata su fasce di specializzazione da formare, come ad esempio le competenze statistiche e d’indagine valutativa, fornirà gli strumenti necessari per realizzare a regime una valutazione di sistema degli istituti italiani. Come nel resto d’ Europa.

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