FUORICLASSE/ La fine di una fiction che ha “tradito” il cuore dei giovani

- Luigi Ballerini

Fuoriclasse, commenta LUIGI BALLERINI, più che una scuola ha mostrato un laboratorio di psicologia sperimentale. Fine ingloriosa di una fiction nata male

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Fuoriclasse - Luciana Littizzetto (Foto Ansa)

Su queste pagine, di Fuoriclasse è già stato scritto a sufficienza e bene. Sono state esaminate le falle narrative della sceneggiatura, alcuni anacronismi e imprecisioni di contenuto, i pregi e i difetti nella recitazione dei protagonisti. E’ già stata lodata la buona prova della Littizzetto e la mediocrità di certi comprimari.
Adesso che siamo arrivati al termine dei dodici episodi possiamo provare a fare anche qualche riflessione sui ragazzi rappresentati nella fiction. Che immagine viene data di loro? Su quali tratti si è soffermata l’attenzione di chi li ha descritti? Cosa ha voluto evidenziare?

La prima constatazione è che i seicento minuti di programmazione non sono bastati a farceli conoscere, questi ragazzi. E ciò ha il sapore dell’ennesima occasione mancata. Sì, conosciamo i loro nomi e magari ci siamo anche un po’ affezionati a loro; riusciamo a riconoscerli associando il nome alla faccia e forse i tratti principali del loro carattere li abbiamo anche messi a fuoco. Colpisce però come i protagonisti non abbiano storia, semmai solo (poco) sviluppo, non abbiano un passato da cui arrivare. Fanno eccezione i due a loro modo “casi”:  Soratte, l’assai poco credibile caratteriale dall’animo buono, e Frasca, il giovane alle prese con il suo presunto orientamento sessuale alternativo. Del primo sappiamo giusto che cinque anni prima ha subito un incidente in macchina con la famiglia di cui è rimasto l’unico sopravvissuto. Ma niente di più, solo quel pizzico di storia che possa funzionare come teoria del trauma a giustificazione del suo essere rabbioso. Del secondo, travagliato da una faccenda seria e drammatica che viene gaiamente liquidata con un ballo en travesti, conosciamo solo per qualche sequenza il padre despotico e all’antica. Gli altri restano personaggini di contorno imprigionati ciascuno dentro lo stereotipo in cui lo sceneggiatore li ha relegati, privi di sapore e individualità.

Solo il più credibile Michele, figlio della protagonista Passamaglia/Littizzetto, spicca un po’ fuori dal coro, ma viene il dubbio che sia unicamente per il fatto che gli è stato dedicato più tempo e la sua storia con un padre sempre in fuga abbia avuto lo spazio per dipanarsi meglio.
I giovani vengono per lo più rappresentati vuoti di domande, privi di desideri e di progetti per il futuro; sono spesso infantilizzati nei comportamenti con scene che rasentano il ridicolo: sia in classe sia in pullmann durante la gita sono ritratti tirarsi con insistenza e grande divertimento palline di carta. Certo, può accadere, ma non con una modalità così diffusa e macchiettistica a diciotto anni!
Non li vediamo discutere davvero di sé, nessuna curiosità verso il reale, non un traccia di apertura al mondo. La scuola si trasforma in un microcosmo, quasi un laboratorio di psicologia sperimentale in cui dei topi chiusi in scatoletta vengono osservati per come si muovono secondo i loro istinti, o al massimo secondo un apprendimento condizionato.

Possiamo piuttosto dire che non importa se giovani o adulti, i protagonisti sono tutti accomunati da un unico grande tema, cui restano sottesi dal primo all’ultimo episodio: l’innamoramento. Verrebbe da dire che Fuoriclasse non sia una fiction sulla scuola, come dichiarato, ma un vero e proprio trattato sull’innamoramento. Tutti si innamorano di tutti con un assortimento di combinazioni il più variegato possibile: ragazzo-ragazza, ragazzo-ragazzo, ragazzo-professoressa, ragazzo-professore, ragazza-professore, professore-professoressa, genitore-professore, professore-ragazza. Variazioni dello stesso tema in cui il primato va allo sguardo, non alla parola e al dialogo. Sono infatti frequentissime e innumerevoli le scene in cui l’oggetto dell’innamoramento di turno si trova al centro dell’inquadratura con davanti e dietro due altri soggetti che sospirano per lui/lei. Il regista ha lavorato molto sulla profondità di campo, ma assai poco sulla profondità degli affetti. L’azione si riduce così ad un grande gioco a specchi in cui chi guarda è a sua volta guardato da un altro.

L’amore non sta di casa in questa fiction, essenzialmente perché – a differenza dell’innamoramento che è im-mediato (il colpo di fulmine!) – richiede un lavoro per darsi e mantenersi. E raramente i nostri protagonisti si mettono al lavoro nei rapporti; si agitano invece, preda di sentimenti spesso ingovernabili, ma non pensano, non riflettono, tendono a non concludere. Parlano tanto, e non si dicono niente.
Chi ha sceneggiato e diretto Fuoriclasse non ha certo dimostrato amore per il pensiero dei ragazzi, vera loro risorsa nella strada per diventare grandi. Purtroppo un vizio di partenza che ha corrotto l’intera narrazione impoverendo la credibilità e lo spessore dei personaggi.

Ma noi non ci perdiamo d’animo: attendiamo con pazienza qualche (vero) fuoriclasse che trovi il coraggio di parlare diversamente di scuola e ragazzi. Dimostrando che lo si può fare anche in televisione, in una fiction popolare.
Intanto loro, i ragazzi veri, per fortuna continuano a riempire le scuole delle loro domande, magari non riconosciute e mal poste, ma non per questo inesistenti. In fin dei conti è per loro che, ogni mattina, i Passamaglia di carne prendono sottobraccio il registro e si incamminano lungo i corridoi. E’ per loro che entrano in classe tirandosi la porta dietro le spalle, con l’intuizione, più o meno consapevole, di non trovarsi affatto in una stanza chiusa, ma di fronte a una finestra spalancata sull’universo. 



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