SCUOLA/ I Colloqui Fiorentini: se la conoscenza è un incontro, cambia tutto

- Gilberto Baroni

La relazione di GILBERTO BARONI al convegno “La conoscenza nella scuola” organizzato dall’Associazione culturale “Il Rischio Educativo” sabato 19 febbraio all’Università Cattolica di Milano

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Particolare del Duomo di Firenze

Impossibile nel tempo a disposizione presentare nella ricchezza delle sue articolazioni e flessioni l’esperienza fiorentina. Così ho deciso di dare la voce a chi ha partecipato ai nostri Convegni e consegnare a delle diapositive tutto l’implicito della mia comunicazione.

1. “Accade” che in questo anno scolastico 3.600 studenti e docenti provenienti da tutte le regioni italiane accettino le nostre proposte (I Colloqui Fiorentini-Nihil Alienum, Performance d’Autore, Le Vie d’Europa, Scienzafirenze) e questo perché nei nostri convegni “accade qualcosa” – che il passa parola amplifica – come ci ha scritto un’insegnante lombarda dopo la sua partecipazione a I  Colloqui Fiorentini. “Avevo pensato di andarmene il primo giorno perché, visto il livello, mi ero convinta che con le nostre tesine non avremmo avuto nessuna possibilità di vincere alcun premio. Invece il giorno dopo ho telefonato a mio marito, piangendo, dicendogli la mia intenzione della sera prima e la novità di accorgermi che il premio passava in secondo piano, perché “mi stava accadendo qualcosa” che aveva a che fare con la mia vita ed era questo che contava”.

E un insegnante veneto: “Io e i miei studenti siamo tornati cambiati. Il ritorno a scuola ha portato una grande diversità che si sperimenta concretamente: è trasformato lo sguardo delle persone che hanno partecipato ai Colloqui. Ora è bello tornare a scuola perché qualcosa ci è accaduto. Vi ringrazio perché siete stati tramite di questo avvenimento così atteso e desiderato, ma impossibile a me… i Colloqui sono la forma più intelligente ed efficace di affronto della cultura della scuola come passione per lo studio e come luogo di avvenimento in cui può accadere il miracolo del cambiamento delle persone che vi si imbattono.  

Stava accadendo o riaccadendo anche a loro quanto era accaduto e accadeva a noi per primi: l’incontro con qualcosa di più grande che si esprime nei nostri convegni e che ci interpella personalmente e che ha a che fare con il nostro destino.

Dunque, la natura dei nostri eventi non è quella di un’organizzazione, ma di un’esperienza personale e comunitaria (una compagnia di insegnanti all’opera) e della volontà di comunicarla a tutti. È il porsi di una Presenza evidentemente attraente, che si impone, stupendo noi per primi.

Questa esperienza è dovuta all’incontro con don Giussani e il suo carisma, incontro in cui ci è stato svelato il segreto dell’uomo e del cosmo e che assieme agli amici di Diesse Firenze abbiamo voluto giocare sistematicamente nel nostro studio personale e nel nostro insegnamento, verificando non solo l’aridità, ma l’inadeguatezza della cultura tutta analisi ed astrazione della cultura egemone, mentre ci è apparsa affascinante l’avventura di quella conoscenza in cui si verifica la pertinenza di quell’Incontro con tutto. Da qui una nuova esperienza di scuola scoperta e verificata giorno dopo giorno nel nostro insegnamento che abbiamo voluto comunicare a tutti, a partire dai nostri studenti, con una certezza – sempre più maturata e consolidata negli anni – che rispondesse al bisogno di tutti.?

Questo incontro è diventato una storia e, quando si è presentata un’occasione favorevole, ha generato la sua proposizione pubblica, permettendoci di incontrare il bisogno di conoscenza e di insegnamento nuovi presente in quanti hanno poi accolto le nostre proposte.  

 

2. Accade ai nostri Convegni, perché accade nelle nostre classi e scuole in cui il bisogno di conoscenza dei nostri studenti impatta una “presenza che si impone” alla loro curiosità, alla loro attenzione, al loro desiderio, e si impone, perché ricca di realtà amata e conosciuta, proprio per un rapporto nuovo con la realtà. Ne consegue la proposta non di una conoscenza qualsiasi, quella solita delle scuole o università, ma di una conoscenza nuova. Essa:

 

A) provoca l’io ad essere protagonista necessitato e ad aprirsi a tutto. Le lezioni in classe, e i convegni pubblici, diventano così il regno dell’io, perché coinvolgono la totalità della persona e la totalità del suo bisogno, come documenta questo intervento di una studentessa della terza classe di un Istituto Tecnico per il Turismo di Firenze: “Sentivo che alla mia vita mancava qualcosa, ma non sapendo cosa le mancasse, neanche lo cercavo. Poi ho iniziato la Terza e ho capito cosa cercavo: l’ho capito attraverso l’insegnamento e lo studio di letteratura e storia. Prima non lo capivo bene, ma ciò che cercavo era un senso per la mia vita. Ora mi sono messa al lavoro. Sicuramente non posso dire di aver capito tutto, ma ora mi sono messa al lavoro ed è un’esperienza che ti porta a stupirti di essere stata cieca così a lungo, un’esperienza che ti spinge a cambiare il tuo modo di conoscere, di vedere le cose, di vivere. Più ci penso […] più mi rendo conto di non voler diventare una persona superficiale. Voglio vedere ciò che sta dietro ai gesti, agli sguardi, alle parole delle persone, vedere quello che adesso non vedo, capire quello che adesso non capisco. Chi ha vissuto un’esperienza del genere va oltre le apparenze, vede la bellezza che la superficialità non riesce a percepire e che quindi crede di dover creare lui, non accorgendosi invece che il problema sta solo nel riconoscerla. Durante le lezioni mi sono sentita ‘tirata in causa’, provocata e ho sentito, e sento, il dovere di capire e rispondere, sapendo quello che dico. Il mio scetticismo iniziale si è trasformato in interesse e curiosità di capire, di conoscere, di imparare a vedere con un’altra sensibilità. Per concludere cito la frase che più mi è rimasta impressa nella mente e che mi ha fatto pensare all’eccezionalità e alla singolarità di questa esperienza: La persona si apre alla abissale verità della sua natura umana ed è scoperta esplosiva, deflagrante, che non lascia più niente come prima, perché prima l’io, senza questa coscienza, quasi non esisteva”.

“Una conoscenza che cambia”, perché mobilita tutto l’io, grazie ad un incontro, è un avvenimento – come ci ha scritto al termine de I Colloqui Fiorentini, una ragazza calabrese, anche a nome della sua compagna  Genny: “Nostalgia. Sento nostalgia di questi giorni trascorsi. E quando sono nostalgica leggo e rileggo, furiosamente, quasi volessi ingozzarmene, questa poesia (il vento che nasce e muore/ nell’ora che lenta s’annera/ suonasse te pure stasera scordato strumento,/ cuore. (Eugenio Montale, Ossi di seppia; Movimenti). I giorni trascorsi sono stati intensi e difficili da dimenticare. Entrambe – io e Genny – ne riparliamo come fossero stati  i giorni della rivelazione divina: è impossibile ignorare come ci abbiano cambiate.

 

B) esalta l’io da una parte e fa incontrare il suo oggetto dall’altra, cioè la realtà. Queste le parole di una studentessa abruzzese dopo il convegno ScienAfirenze: “Partecipando a questa esperienza ho capito che, dopo aver appreso un fenomeno, niente è più come prima. Molte persone pensano che con la conoscenza diminuisca lo stupore, ma è esattamente il contrario: se si conosce perché il cielo al tramonto è rosso osservandolo, è commovente il fatto che tutto sia così perfetto e che sia comprensibile nella sua complessità. Questo è un aspetto che ha incentivato la mia curiosità per la natura e la mia voglia di capire sempre di più. In conclusione mi è piaciuto anche che la scuola (e con scuola intendo soprattutto gli insegnanti) sia diventata attiva, capace di fare nuove proposte senza necessariamente costringere gli alunni dietro un banco, aiutandoli a trovare cose alle quali interessarsi veramente, uscendo dalla passività di molti che nel pomeriggio studiano la lezione per il giorno successivo solo perché sentono il dovere o l’obbligo di farlo”.

 

3. Nei nostri Convegni, proponendo l’esperienza che facciamo nelle nostre classi, proponiamo dunque la “nostra scuola”, i cui tratti caratteristici sono:

Una concezione della cultura e della conoscenza come incontro e non come dominio, che provoca l’emergere dell’io e la sua apertura all’altro;

Attraverso l’affronto non di astrazioni, che ad esempio privilegiano le correnti letterarie o le teorie scientifiche, ma di un particolare della realtà: un autore incontrato attraverso i suoi testi, un fenomeno fisico (esperimento);

Un fenomeno o un autore, un fatto, da interrogare, secondo il metodo specifico e, almeno tentativamente, fino in fondo, col quale paragonarsi e confrontarsi per maturare quella familiarità amicale con la realtà tutta che è causa e insieme esito di una conoscenza vera: una conoscenza affettiva;

L’incontro con un particolare della realtà proposto offrendo un’ipotesi di lavoro: i titoli dei nostri convegni esprimono questo, non la ricerca di un effetto pubblicitario. Essi propongono infatti il senso religioso come criterio di giudizio dell’insegnamento dei docenti e dello studio degli studenti.

Conoscere insieme: domandare e cercare insieme, il docente insieme ai suoi studenti e gli studenti fra di loro, che lavorano in gruppi di massimo cinque persone.

4. La ricaduta nell’attività didattica ordinaria si può documentare:

A) A livello del lavoro del singolo insegnante. Un’insegnante di Istituto Professionale di Firenze ci scrive: “Vi scrivo per ringraziarvi del Convegno su Caproni, perché vedo già dei frutti inaspettati: 1. la gioia della mia collega e di alcuni alunni in particolare. 2. la bellezza di aver scoperto un autore tanto affascinante. 3. il lavoro che è nato: ho trascritto tutti gli appunti del convegno, li ho fotocopiati e distribuiti, ho ripreso punto per punto la lezione, leggendo i testi proposti, analizzandoli, mettendolo (Caproni) in programma, facendoci sopra, da domani, le interrogazioni e inserendolo nel prossimo compito scritto (tipologia A dell’esame di stato – analisi del testo – poesia di Caproni non studiata in classe). Sono colpita perché non avevo certo pensato che  potesse nascere tutto ciò e devo dire che i ragazzi sono contenti; incredibilmente hanno imparato che cosa è la  prosopopea, sentono i suoni simili, trovano rime interne al verso. E alcuni con vero gusto”.

 

B) A livello del lavoro di istituto. “Le Vie d’Europa – dice il prof di un istituto comprensivo fiorentino – sono una possibilità per me, insegnante di lingue di sfidare la mia professionalità e rimettere in moto il mio desiderio di incontro con il reale, nella fattispecie con un autore anche nel particolare dell’espressione linguistica originale. Proponendo il progetto delle Vie d’Europa a scuola mia, ho suggerito, in consiglio di classe, che le tematiche affrontate attraverso l’autore potessero essere uno spunto anche per il lavoro che tutta la sezione a indirizzo musicale svolge e che si conclude poi in un concerto finale. La proposta fatta si è concretizzata in un lavoro fra i vari docenti (italiano, lingue straniere e strumento) per quattro anni consecutivi, cosa che ha permesso agli studenti e, nel concerto di fine anno anche a tutti i genitori, di verificare cosa significhi introdurre i propri alunni ad una idea di unitarietà del sapere attraverso le varie espressioni dell’uomo. Il progetto Le Vie d’Europa si è, nei quattro anni, allargato, tanto che su 21 classi della nostra scuola (7 sezioni) ben 4 terze e 2 seconde hanno preso parte al Convegno. Il metodo che è nato dal lavoro su Le Vie d’Europa ha segnato anche una possibilità di confronto per tutti i docenti della scuola; nel consiglio di presidenza esso è stato preso come modello con cui confrontare gli altri progetti o impostarne di nuovi”.

 

(Gilberto Baroni, Diesse Firenze)

 



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