SCUOLA/ Le iscrizioni premiano i licei “light” (e la disoccupazione)

- Tiziana Pedrizzi

Le iscrizioni alla scuola superiore si sono appena chiuse. L’analisi di TIZIANA PEDRIZZI sui dati della Lombardia indicano un duplice scenario

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Foto: Imagoeconomica

Le iscrizioni alla scuola superiore si sono appena chiuse. Niente slittamento per i ritardi negli Accordi Territoriali fra Miur e Regioni su come realizzare l’offerta di Istruzione e Formazione Professionale: gli istituti professionali sono stati autorizzati ad accogliere in via transitoria le iscrizioni. Da molte parti si pensa che le cose rimarranno in gran parte d’Italia sostanzialmente come prima: gli istituti professionali erogheranno le qualifiche regionali, con il permesso delle Regioni, senza cambiare granché. Le Regioni per parte loro, senza federalismo fiscale e susseguente applicazione del Titolo V, non fanno la fila per prendersi in mano quella patata bollente che è la scuola. Nel frattempo, a causa di questo immobilismo, continueranno ad uscire dalla formazione e dal lavoro le decine di migliaia di giovani su cui periodicamente vengono versate lacrime di coccodrillo.

In attesa dei dati nazionali delle iscrizioni, si può fare qualche considerazione su quelli lombardi, che sono già a disposizione. L’attivazione dell’Anagrafe Regionale degli Studenti ha infatti per la prima volta messo a disposizione i dati il giorno stesso della chiusura delle iscrizioni. Il 96% degli studenti ha utilizzato regolarmente le procedure di iscrizione, i ritardatari sono solo il 4%. Lo stato delle iscrizioni è a disposizione dell’Assessorato Regionale e dell’Ufficio Scolastico ed anche di ogni Istituto per quanto concerne i propri dati.

Balzo in avanti dei licei che, rispetto al 32% dello scorso anno, raggiungono il 43%. Anche depurato dal dato dell’opzione scienze applicate (5%)che lo scorso anno era conteggiata   nell’anagrafe lombarda nell’istruzione tecnica, resta un +5.

L’Istruzione Tecnica tiene mediocremente, attestandosi intorno al 29%. Lo scorso anno era intorno al 34% e quest’anno ha subito l’amputazione dell’opzione “scienze applicate” del liceo scientifico, scelta dal 5% degli studenti.

Forte riduzione dell’Istruzione Professionale, che si ferma all’11% rispetto al 21% dello scorso anno, a fronte di un aumento significativo della Istruzione e Formazione professionale (IeFP) regionale che arriva al 17% rispetto al 13% dello scorso anno. Al suo interno, i CFP regionali mantengono un ruolo importante, essendo stati scelti dal 14% degli studenti, rispetto al 13% dello scorso anno.

Quali le principali conclusioni se ne possono trarre? Continua l’espansione della licealità anche in Lombardia, che in questo modo si omologa al resto d’Italia. Si tratta di una licealità molto umanistica: i licei di questa tipologia totalizzano il 50% degli iscritti. La “leggerezza” di questo umanesimo è leggibile dall’11% del liceo classico a fronte del 16% del liceo linguistico, del 13% del liceo delle scienze umane etc. Il liceo delle scienze applicate (ovvero l’unico vero liceo scientifico) si ferma all’11%.

 

Nel campo dell’istruzione per il lavoro l’Istruzione Professionale e l’Istruzione e Formazione Professionale regionale insieme vanno ad un testa a testa con la Istruzione Tecnica. L’Istruzione e Formazione ad ordinamento regionale – che in Lombardia non viene semplicemente data in appalto agli Istituti Professionali, ma ha una sua peculiarità ordinamentale e può essere erogata da IP e CFP – supera abbastanza nettamente la Istruzione Professionale quinquennale.

 

Nell’anno intercorso prese di posizione di associazioni datoriali, opinionisti ed anche di decisori politici ed amministrativi hanno cominciato ad ipotizzare che esista un rapporto fra disoccupazione e sottoccupazione giovanile e scelte di studio. Comincia a diventare interessante anche l’analisi delle scelte e degli esiti di studio dei giovani immigrati di seconda generazione.

 

Sembrano delinearsi diversi possibili scenari. Il primo ci parla di un “travaso virtuoso”: i giovani autoctoni, godendo di migliori condizioni di partenza, si dedicano a studi più lunghi, ma impegnativi, da cui il Paese trae giovamento. Il pensiero corre subito al campo scientifico-tecnologico, anche perché attualmente dai giovani italiani disertato; tuttavia un serio sviluppo delle conoscenze umanistiche in relazione alla valorizzazione del patrimonio italiano potrebbe portare altrettanti vantaggi. Gli immigrati in una prima fase occupano i settori professionali disertati e successivamente si osmotizzano in ragione del loro merito.

Il secondo scenario è quello del travaso “non virtuoso” ed è quello che si sta realizzando. I giovani autoctoni si spaccano in due tronconi: quello minore, ma con maggiori opportunità (che non sono necessariamente solo quelle economiche, ma anche e soprattutto quelle legate a un maggior capitale sociale) si internazionalizza, fruisce delle maggiori opportunità di studio e mobilità rispetto alla generazione precedente, sia pure in condizioni di instabilità relativa.

Il troncone maggioritario più debole (non solo e non tanto economicamente, ma soprattutto culturalmente) si dà a studi secondari ed universitari poco impegnativi, si appoggia alle opportunità economiche delle famiglia, è poco disposto a sacrifici in termini di spostamenti ed impegno pesante.

 

Alla fine si trova sulla china della discesa sociale, senza neppure più le condizioni di formazione e motivazione utili per accedere ai lavori operativi disponibili. Che sono invece occupati da immigrati in ascesa sociale. Un’alfabetizzazione di massa inconsistente nei contenuti  porta ad illusioni di massa: posti di lavoro sicuri di impegno medio-basso e consumi di lusso lowcost sembrano sparire dall’orizzonte.

Sembra questa oggi la frontiera dell’orientamento, anche in una regione storicamente caratterizzata dalla cultura del lavoro come la Lombardia.

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