SCUOLA/ La “pubblicità” dei dati Invalsi? Basta evitare il cattivo marketing

- Loredana Leoni

È utile rendere pubblici i dati Invalsi relativi alle prove delle singole scuole? LOREDANA LEONI (Andis Lombardia) interviene sul dibattito aperto da Stefano Pierantoni nei giorni scorsi

dati_numeri_graficoR400
Foto: Fotolia

La domanda è: perché pubblicare i risultati Invalsi della propria scuola? I motivi si ritrovano nell’attuale dibattito: la trasparenza e la rendicontazione di chi utilizza risorse pubbliche e deve rispondere dei risultati. I risultati della scuola sono gli apprendimenti degli alunni. Quindi la pubblicazione dei dati è la logica conseguenza di tale ragionamento.

Un’altra risposta, che spesso viene associata a questa, è relativa alla necessità di dare ai genitori informazioni sulla scuola per consentire loro di scegliere. Un percorso che porterebbe ad attrarre iscrizioni nelle scuole “migliori” con l’idea che la competizione possa migliorare il sistema: se alcune scuole vengono scelte, le altre sono stimolate a migliorarsi, pena la chiusura per mancanza di iscrizioni.

La polarizzazione delle iscrizioni è un fenomeno che attualmente si realizza sulla base del marketing che le scuole hanno imparato a fare, ma anche della “reputazione”, costruitasi sulla percezione o sulle esperienze di chi quella scuola frequenta o ha frequentato. Ma come si costruisce la reputazione di una scuola? Dovremmo saperne di più visto che è il criterio base per sperimentare la premialità dei docenti.

Cosa conta per i genitori? Piero Cipollone, presidente dell’Invalsi, riferendo i risultati di ricerche internazionali, chiarisce che i genitori apprezzano innanzitutto le caratteristiche dell’utenza, cioè chi saranno i compagni dei figli. Ormai sappiamo che l’effetto dei pari, peer effect, e di composizione del gruppo, conta in modo determinante sui risultati.

Altri fattori costruiscono l’immagine di una scuola, alcuni frutto di percezioni soggettive e in qualche caso distorte. Allora la pubblicazione dei risultati di apprendimento potrebbe essere un elemento oggettivo per apprezzare la qualità della scuola.

Ma qual è il problema? La scuola media che dirigo è composta da due plessi situati in una cittadina dell’Interland milanese. Nelle rilevazioni Invalsi la mia scuola ha ottenuto risultati decisamente superiori rispetto alla media nazionale e regionale. Quindi non ci dovrebbe essere alcun problema a rendere pubblici i risultati di apprendimento, anzi potrebbe essere un modo per aumentare la reputazione della scuola attraendo più iscrizioni, magari pescando dalla scuola paritaria, non avendo altri “concorrenti” statali sul territorio. Visti i risultati i docenti mi hanno fatto capire che non sarebbero contrari, anzi!

Non farlo si potrebbe definire una questione etica. La scuola è situata in uno dei primi 50 comuni per Pil individuale, è frequentata da un bassissimo numero di stranieri neo-arrivati e può contare su risorse del territorio, sia in termini di intervento che soprattutto di collaborazione. Naturalmente non voglio dire che gli ottimi risultati, sia in prima media che in terza, siano frutto solo del contesto, ma sappiamo che questo conta moltissimo.

 

Analisi riportate nell’ultima ricerca della Fondazione Agnelli, basata sui dati Ocse-Pisa, evidenziano quanto il contesto territoriale e la tipologia di scuola frequentata, quindi il gruppo dei pari, possa modificare il risultato di uno studente. Questa analisi evidenzia che solo considerando la variabile territorio, cioè frequentare una scuola al nord o al sud, la differenza in termini di risultati di apprendimento è paragonabile ad un anno e mezzo di studio. Ma le stesse analisi ci dicono che se i risultati in termini assoluti degli studenti dei licei sono superiori a quelli dei tecnici, il dato cambia e addirittura si inverte se gli esiti vengono depurati dalle variabili di contesto e se si considera il punto di partenza degli studenti. Ed è proprio il punto di partenza che ci serve per dire cosa ha fatto davvero quella scuola, se la sua azione ha inciso sulle situazioni di ingresso degli studenti, se ha consentito loro di modificare il livello delle conoscenze e delle competenze.

 

La restituzione dei dati da parte dell’Invalsi alle scuole dovrebbe riguardare, oltre ai risultati assoluti, anche quelli corretti in relazione al contesto, oppure dovrebbero essere raggruppati per scuole per rendere possibile il confronto, in considerazione di caratteristiche simili. Non solo il questionario, che già propone Invalsi, ma anche la possibilità di raccogliere in senso diacronico i risultati dei singoli alunni dalla seconda elementare in poi in modo da poter rilevare i progressi.

 

Per pubblicare i dati vorrei sapere quindi come la mia scuola ha lavorato su quello che sapevano i bambini arrivati dalla scuola primaria, se le loro conoscenze e le loro abilità sono almeno in parte il frutto del nostro lavoro didattico e organizzativo, se i livelli raggiunti sono davvero merito nostro.

 

In Inghilterra i risultati delle scuole “vengono sbattuti in prima pagina”, ma l’effetto di school choice non ha prodotto quanto ci si aspettava: “Traslocare costa molto e le famiglie si rassegnano” Ha risposto Bottani durante un Seminario per i dirigenti scolastici della Lombardia. Se vogliamo che la pubblicazione dei risultati innesti un percorso virtuoso, dobbiamo poter inserire i dati in un sistema che ci restituisca il Valore Aggiunto, senza lasciare le scuole da sole.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori