SCUOLA/ Quella paritaria, buona e pubblica, piacerebbe anche a Voltaire

- Marco Lepore

Le “ragioni” di una scuola paritaria possono essere spiegate a tutti, perché un buon servizio non ha steccati. MARCO LEPORE ha letto “La buona scuola pubblica per tutti statale e paritaria”

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Immagine d'archivio

Che cosa può aver spinto due suore Marcelline, suor Anna Monia Alfieri e suor Miranda Moltedo, insieme a una mamma, Maria Chiara Parola, a scrivere un libro su uno dei temi più scottanti e controversi del sistema scolastico italiano? Quale intenzione, quale progetto, può averle convinte a dedicare tempo ed energie alla stesura di un testo che, oltre a ricevere i sicuri apprezzamenti positivi di tante famiglie e di tanti cittadini consapevoli del valore delle scuole paritarie, probabilmente sarà snobbato, se non aspramente criticato, da molti addetti ai lavori?

Nel clima di scontro ideologico, che ancora caratterizza la nostra società a riguardo della libertà di scelta educativa, non è affatto semplice farsi largo tra le maglie – ancora molto strette – del pregiudizio e dell’ostilità, anche se qualcosa, pian piano, inizia a cambiare, facendo scorgere qualche varco che lascia ben sperare.

Ed è proprio in questi nuovi spazi di dialogo e di riflessione che il libro La buona scuola pubblica per tutti statale e paritaria (Laterza, 2010) cerca di inserirsi, offrendo un quadro completo, ragionato e propositivo, sul tema della parità scolastica, arricchito dai contributi di chi vive in prima persona, in quanto gestore, preside o genitore, l’avventura dell’educazione delle giovani generazioni.

Già nel titolo sono presenti due aggettivi, “buona” e “pubblica”, che descrivono quello che sarà il fil rouge di tutto il testo: “buona”, cioè una scuola che metta al centro – come è stato sin dall’origine della storia – a) il diritto-dovere delle famiglie all’educazione/istruzione dei propri figli; b) la persona degli alunni che la frequentano; c) una costante attenzione al rispetto di quei requisiti strutturali e gestionali che ne assicurano la conformità alle leggi vigenti; “pubblica”, cioè una scuola di qualità per tutti e per ciascuno, non più alimentata (anzi, depauperata) da sterili e controproducenti dicotomie come “pubblico-privato” e “statale-non statale”, bensì riconosciuta tale, come sancito anche dalla sentenza  2605/2001 del Consiglio di Stato, in quanto erogatrice di un servizio offerto a tutti e orientato al bene della res publica, di cui la famiglia è e resta la fondamentale cellula costitutiva.

Certo, come il testo spiega approfonditamente soprattutto nei primi tre capitoli, nel nostro Paese tutto questo appare ancora come un miraggio: il diritto/dovere all’educazione da parte dei genitori resta tanto formalmente riconosciuto quanto disatteso; anche se esiste una legge (L. 62/2000) che istituisce il Sistema Nazionale di Istruzione e riconosce la “parità scolastica”, in Italia ai genitori non è possibile scegliere liberamente la scuola cui mandare i propri figli. Se vogliono che frequentino una scuola “paritaria” devono pagare. E pagare talvolta “salato”. Che parità è questa? E quale libertà di scelta educativa, pure sancita dalla Costituzione?

Occorre chiarire, però, che non ci troviamo al cospetto di un libro delle Lamentationes o di una sterile elencazione di mancanze, anche se ce ne sarebbe modo e motivo… Tutt’altro. Il tono delle autrici è sempre quello dell’analisi ragionata e della proposta costruttiva, sia che si parli delle questioni più spinose e problematiche – come la mancanza di una reale parità economica – sia che si tratti del sistema di valutazione e dell’accreditamento delle scuole o che si riportino le opinioni, le considerazioni e le esperienze dei genitori.

Si tratta, insomma, di un testo che dimostra, attraverso dati, avvenimenti ed esperienze, come sia possibile rispondere alla crescente attesa e ricerca, da parte delle famiglie (ma non solo), di luoghi e persone che siano in grado di arginare la drammatica emergenza educativa in cui ci troviamo, offrendo una istruzione di qualità senza rinunciare all’attenzione alla persona e proponendo orizzonti di significato più solidi e significativi di quelli – miseri e deprimenti – offerti dall’attuale cultura nichilista e relativista, così presente, purtroppo, anche in tanti istituti scolastici statali italiani.

Ed è forse questo il tratto più interessante e convincente di quest’opera, che scorre come in filigrana per tutto il libro: la comunicazione di una esperienza positiva, bella, fatta da chi è implicato nella gestione come da chi la vive in quanto genitore; un’esperienza che vale la pena far conoscere a tutti.
Sappiamo bene, infatti, che a poco o nulla valgono le dispute sulla parità scolastica e i confronti pubblici sui giornali, a suon di argomentazioni più o meno dotte e di statistiche; come diceva Voltaire (citazione riportata in apertura del cap. VI): “Bisogna aver rinunciato al buon senso per non convenire che non conosciamo nulla se non attraverso l’esperienza”.

Ecco, allora, che diventa più facile rispondere alla domanda posta in apertura di questo contributo: che cosa può aver convinto due suore e una mamma a scrivere un simile libro? Nessun progetto, nessuna pretesa: solo il desiderio di comunicare, pacatamente e razionalmente, le ragioni di una esperienza buona che potrebbe (e dovrebbe) essere offerta a tutti. Perché una buona scuola pubblica per tutti, statale e paritaria, è possibile: ad impossibilia nemo tenetur, sed ad possibilia.
 

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