SCUOLA/ 7 domande ai “pasdaran” della scuola pubblica (in piazza o no)

- Vincenzo Silvano

Ieri, 12 marzo, è andata in scena la manifestazione pro scuola pubblica. La “strana” difesa di quest’ultima nel liceo D’Azeglio di Torino e il commento di VINCENZO SILVANO (Foe)

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Manifestazione a Torino (Ansa)

L’intervento del presidente Berlusconi a riguardo della scuola statale, nella quale si “inculcherebbero” ideologie contrarie ai valori delle famiglie che alla scuola hanno affidato l’istruzione – e anche l’educazione – dei propri figli, fa venire alla mente un ormai famoso detto inventato da un altrettanto famoso uomo politico dei nostri tempi: “a pensar male si fa peccato, però spesso ci si azzecca…”. Le reazioni scandalizzate al limite del parossismo, che hanno dato seguito – addirittura! – a delle manifestazioni di protesta a difesa della cosiddetta scuola pubblica, rivelano che è stato toccato un nervo scoperto; quando certe affermazioni sono evidentemente delle “bufale”, infatti, la risposta più efficace e convincente è il sorriso e l’ironia.

Così non è stato, e una ulteriore riprova di quanto stiamo affermando (non ne avremmo bisogno, ma questa è “bella” e va raccontata) viene dall’incredibile performance del dirigente del Liceo D’Azeglio di Torino, che ha diffuso via etere, nella “sua” scuola, un messaggio di augurio per la manifestazione a favore della costituzione e della scuola “pubblica” prevista per il giorno dopo (e svoltasi ieri, 12 marzo), dando per scontata la partecipazione di tante classi: “…non essendoci domani a scuola numerose classi, ho ritenuto opportuno intervenire oggi con un breve messaggio rivolto a tutto il Personale ma, soprattutto, agli Studenti”. Sì, perché (ha detto a conclusione)  “diventa un imperativo morale – con la libertà di pensiero e di scelta di ciascuno – impegnarsi in difesa della Costituzione, in difesa della scuola pubblica”…

Già, la scuola statale non fa politica, deve solo istruire ed è neutrale, pluralista, mica schierata ideologicamente come le scuole private… E il dirigente, lo sappiamo, è proprio il garante della legalità e della imparzialità.

Ma quel che è più bello, a definitiva conferma di quanto sopra, è che per far capire ai giovani cos’è l’istruzione davvero libera, imparziale, pluralista, il valente dirigente ha utilizzato “un breve intervento di un grande uomo di cultura”: il discorso di Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma, l’11 febbraio 1950.

In sintesi, per chi ancora non l’avesse letto, Calamandrei in tale discorso ipotizza (in modo “furbetto”) l’esistenza di un occulto regime, che no, non vuole fare “una nuova marcia su Roma”, però tenta di “istituire, senza parere, una larvata dittatura”; per fare questo, cerca di rendere inoffensiva e improduttiva la vera fabbrica del pensiero libero e democratico del paese: le scuole di Stato, che “hanno difetto di essere imparziali. E come avviene tutto ciò? L’occulto regime comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi… Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private.

Poi, se non fosse sufficiente, il potere provvede anche ad “attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico, in dispregio di ciò che prevede la nostra Costituzione.

 

Ora, non vogliamo sicuramente disconoscere l’impegno politico e sociale di cotanto illustre esponente della sinistra italiana, però è evidente che il testo proposto (o imposto?) agli studenti del liceo d’Azeglio offre una visione assolutamente unilaterale, quasi una caricatura della realtà, tanto è schierata e non veritiera circa la situazione attuale del nostro sistema sociale e scolastico; allo stesso modo (e questa è, dal punto di vista educativo, la cosa più grave) non offre chiavi ermeneutiche che consentano ai giovani di farsi domande o di trovare delle risposte partendo dai dati di realtà.

 

Vorremmo allora, per chiarire meglio la nostra perplessità, porre al bravo dirigente (e a tutti coloro che brandiscono slogan ormai vetusti) alcune domande proprio sui dati di realtà:

Lei sa che il bilancio della scuola statale e quello della paritaria ammontano a quasi 45 miliardi di euro per la prima e circa 500 milioni di euro per la seconda (cioè, appena sopra l’1%, e questo nonostante la popolazione scolastica che frequenta le paritarie ammonti al 12% del totale)?

 

Lei sa che esiste una legge, la 62/2000, che ha istituito il sistema nazionale di istruzione, formato dalla scuole statali e dalla non statali paritarie, e che – come recita anche la sentenza 2605/2001 del Consiglio di Stato – una scuola è pubblica non in base alle caratteristiche del soggetto gestore, ma in quanto erogatrice di un servizio offerto a tutti e orientato al bene della res publica?

 

Lei sa che le scuole paritarie, per essere riconosciute tali, devono essere conformi a tutte le normative previste per le scuole statali (e rispetto a queste, tra l’altro, sono soggette a infiniti controlli…), comprese quelle relative ai titoli dei docenti?

 

Lei sa che, nonostante la Legge sulla parità, le scuola paritarie percepiscono un contributo economico che è poco più che simbolico per ciò che riguarda l’infanzia e la primaria, mentre è quasi nullo per le secondarie di primo e secondo grado?

Lei sa che la nostra Costituzione, che ha “invitato” i suoi studenti (a dispetto di ogni norma scolastica) ad andare a difendere in piazza, riconosce la libertà di educazione, cioè il diritto-dovere delle famiglie all’educazione/istruzione dei propri figli (art. 30), e alla Repubblica il “compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”?

 

Lei sa che l’art. 33 della Costituzione recita che Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato, e che gli stessi padri costituenti spiegarono che si  intendeva solo  precludere l’obbligo per lo Stato di finanziare l’istituzione delle scuole private, e non ogni altra possibilità discrezionale di sostegno economico? (si leggano, a tal proposito, le dichiarazioni di Epicarmo Corbino).

 

Lei sa che l’esistenza delle scuole paritarie garantisce allo Stato un risparmio annuo di oltre 6 miliardi di euro, data la differenza di costo rispetto agli alunni delle statali?

 

Queste e altre domande vorremmo e potremmo fare al bravo dirigente. Soprattutto, però, sarebbe stato utile che accanto al discorso del Calamandrei, egli stesso avesse presentato ai suoi studenti questi dati, per sollecitarli ad una indagine critica e costruttiva.

 

Perché il compito di una scuola, statale o paritaria, non è indottrinare, alimentando il pregiudizio e l’odio sociale, ma far crescere delle “teste pensanti”. Siamo proprio sicuri, esimio dirigente, che sia questo il metodo giusto per realizzare (come ha detto a conclusione del suo bel discorso) “quella scuola che educa ad essere cittadini consapevoli e soprattutto liberi”? Non avrà paura delle “teste pensanti”?

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