SCUOLA/ Traccia regionale nell’esame di stato? La Lega ha ragione, ma non sa perché…

- Gianni Mereghetti

Massimiliano Orsatti, consigliere regionale della Lombardia, ha proposto di aggiungere una traccia “regionale” a quelle decise dal ministero per l’esame di stato. GIANNI MEREGHETTI

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Immagine d'archivio (Imagoeconomica)

Massimiliano Orsatti, consigliere regionale della Lombardia, ha proposto di aggiungere una traccia di interesse regionale a quelle predisposte dal ministero per la prima prova del prossimo esame di stato. Immediata la reazione negativa di tutte le componenti politiche, ma anche all’interno della Lega si è scatenato il dibattito, perché alcuni suoi rappresentanti hanno ritenuto inopportuna una tale proposta proprio nell’anno in cui si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia.
Le ragioni che Orsatti adduce a sostegno della sua proposta sono sostanzialmente due: la prima è l’autonomia, che già oggi prevede una quota per programmi regionali, anche se non superiore al 20 percento, ma tale da giustificare la possibilità che ogni regione predisponga una traccia sulla propria storia e cultura; la seconda è l’interesse che i giovani avrebbero per tematiche regionali, tanto da far dire a Orsatti che questa traccia risulterebbe senza ombra di dubbio la più scelta.
Non ci sarebbe nulla di male ad inserire una traccia regionale nella prima prova scritta degli esami di stato. In realtà il problema vero che sta dietro la boutade di Orsatti è che la scuola italiana è autonoma solo sulla carta, perché di fatto lo statalismo è ancora dominante e più che vedere scuole tentare nuovi percorsi di conoscenza, si assiste allo spettacolo per nulla edificante di doversi omologare alle indicazioni del Ministero. Del resto la domanda che domina nei collegi docenti non è “come possiamo raggiungere noi, con la nostra creatività, gli obiettivi didattici ed educativi che ci competono?” ma “quali sono le indicazioni del Ministero?”. L’autonomia è ancora tutta da conquistare.
Vista dal punto di osservazione della prima prova scritta dell’esame di stato, la questione non è quella posta da Orsatti, è un’altra, è se abbia ancora senso che le tracce siano fissate a livello nazionale. Ma non per affidare ad ogni regione il compito di stabilirle – sarebbe decentramento, non autonomia! – bensì per autorizzare  ciascuna scuola a farlo. Sarebbe utile che il dibattito si indirizzasse in questa direzione, per capire se l’autonomia possa arrivare fino a stabilire le tracce degli esami di stato.

Infatti se c’è una cosa che è emersa chiaramente in questi anni di tracce ministeriali è la loro astrattezza, che poi è anche una delle cause dei risultati non esaltanti dei candidati. Le tracce sono astratte perché costruite su un programma ideal-tipo, sono pensate sui programmi che si dovrebbero svolgere e pongono questioni che spesso non c’entrano con il percorso di studio fatto dagli studenti. È questo che li mette in difficoltà, dover ragionare sulle astrazioni, su ciò che non entra nel loro orizzonte esperienziale, su ciò che non morde la realtà, e chiunque sa qualcosa di scrittura ha chiaro quanto sia difficile scrivere quando manca la materia.
Sarebbe del tutto diverso se le tracce fossero elaborate a partire da ciò che gli studenti hanno effettivamente svolto. Valorizzerebbe la loro esperienza umana e di studio, e li metterebbe nelle condizioni di dare il meglio di loro stessi nello scrivere. E chi meglio degli insegnanti con cui hanno fatto tre, quattro, cinque anni di lavoro può sapere su che cosa si può sfidarli a comunicare di sé?
Dare alle scuole il compito di redigere le tracce per la prima prova scritta di italiano non è solo realizzare l’autonomia, è molto di più: è mettere ogni studente nelle condizioni migliori per comunicare nello scritto ciò che ha imparato. Tracce nazionali invece favoriscono elucubrazioni mentali, voli pindarici, arrampicate sui vetri da far paura. Occorre andare oltre quello che ha proposto Orsatti, ci vuole il coraggio di perseguire l’autonomia fino alle sue estreme conseguenze affidando a chi opera dentro la scuola la responsabilità di stabilire su che cosa e come valutare i propri studenti.
A ciò si potrebbe obiettare che allora gli esami di stato non sarebbero una vera prova e che ogni scuola tenderebbe a gonfiare le valutazioni dei propri studenti. Obiezione legittima, ma una valutazione delle scuole non può partire dalla “coda”. E poi: la vera professionalità di un docente non si misura anche dalla sua capacità di valutare? Pensiamoci.



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