SCUOLA/ Abravanel: così la cultura del merito può cambiare la scuola italiana

Valutazione di scuole presidi e docenti, test di misurazione, competenze, trasparenza, merito. Tutte parole chiave del dibattito attuale. Il sussidiario ne ha parlato con ROGER ABRAVANEL

07.03.2011 - int. Roger Abravanel
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Roger Abravanel (Imagoeconomica)

Il cardine del suo pensiero è “meritocrazia”. Roger Abravanel spiega al sussidiario il suo punto di vista sulla scuola italiana e sulla cura che ci vorrebbe per risanarla. Il mondo è cambiato, e la scuola non può ignorarlo. I test devono ora misurare il grado di competenze raggiunto dai nostri studenti, e soprattutto i risultati devono essere pubblici. «La trasparenza è la base per creare un circolo virtuoso di informazioni e con esso introdurre un po’ di competizione, elevando il livello». Le scuole?«Cominciamo a controllare la loro performance attraverso un meccanismo di ispettorato». I sindacati? «Lavorano contro l’interesse delle famiglie».

Abravanel, qual è lo stato della scuola italiana?

In estrema sintesi direi: pessimo, ma con lievi segnali di miglioramento. Dico pessimo perché quasi l’80 per cento degli italiani, stando ad una recente indagine sulla literacy della popolazione compresa tra i 16 e i 64 anni, sono “analfabeti”. Non mi fraintenda: analfabeti non nel senso che non sanno leggere e scrivere, ma che non capiscono quello che leggono, come mostrano bene le indagini Ocse Pisa che misurano le competenze. Non parliamo dell’ultimo rapporto Invalsi-Crusca del luglio 2010.

Partiamo dunque dall’indispensabile valutazione. Cosa pensa del nuovo sistema disegnato dal milleproroghe?

Le scuole devono essere rese responsabili e la qualità del loro insegnamento deve essere resa trasparente al pubblico. Io ho proposto che i test che si cominciano faticosamente ad avviare vengano resi trasparenti in modo che gli insegnanti e soprattutto le famiglie possano capire con chiarezza la qualità della suola frequentata dai figli. La trasparenza è la base per creare un circolo virtuoso di informazioni e con esso introdurre un po’ di competizione, elevando il livello. Per quanto riguarda le scuole, occorre cominciare a controllare la loro performance attraverso un meccanismo di ispettorato, che da noi ancora non esiste. Nella situazione in cui ci troviamo i suoi costi sarebbero più che ripagati dalla qualità dell’investimento.

Il suo modello ideale di valutazione va verso una classifica tra scuole?

Non è tanto un problema di classifica, quanto di poter riconoscere la qualità delle scuole. Devono conoscerla i genitori; deve conoscerla il ministero, perché deve poter intervenire per migliorare le scuole che sono meno buone; devono conoscerla le scuole stesse, perché solo così possono elaborare programmi di auto-miglioramento rafforzando le aree che risultano più deboli. E la dobbiamo conoscere noi contribuenti, perché mettiamo nella scuola una quantità enorme di soldi e abbiamo il diritto di conoscerne il ritorno.

 

Lei cosa propone?

 

Uno dei miei suggerimenti al ministro è stato quello di ridefinire la missione dell’Invalsi. La Gelmini ha compreso l’importanza di un uso sistematico dei test, e gran parte dei miglioramenti avuti di recente nei dati Ocse-Pisa sono dovuti alla sensibilizzazione e alla formazione all’utilizzo di questi test. La mia opinione è che l’Invalsi debba fare solo test, non essere un istituto accademico che fa degli studi di massima sulla qualità del sistema scolastico. Dovrebbe ispirarsi all’Ets americano, l’istituto creato nel 1933 con questo scopo e che oggi ha duemila persone esperte di test e di indagini.

 

L’uso massiccio di test non espone la didattica al rischio di essere orientata alla misurazione, portando ad un impoverimento delle discipline e dei curricula degli studenti?

 

No, il problema è diverso e più profondo. Qual è oggi l’obiettivo della didattica? Si pensa ancora che esso consista nell’insegnamento statico e ripetuto di una cultura immobile e più o meno definita, situata concettualmente agli antipodi della misurazione. Ma il vero problema con il quale oggi tutto il mondo si sta confrontando è che i cambiamenti intervenuti a livello globale richiedono un sistema educativo d’istruzione che indipendentemente dalle conoscenze e dalle discipline che vengono insegnate, sviluppi negli studenti quelle che vengono chiamate le competenze della vita. Esse sono precisamente quelle misurate dai test: la capacità di ragionare con la propria testa, di risolvere problemi, di lavorare in gruppo, di ascoltare. Molti ancora non accettano l’idea della misurazione, perché pensano che fare test voglia dire affrontare un quiz su quanti gol ha fatto Totti in campionato.

 

Insomma, secondo lei sono i cambiamenti macro che impongono un cambio di rotta.

Sì. Come mai questi test dimostrano un percentuale così elevata di quell’“analfabetismo” di cui le dicevo? La gente non ha capito che il mondo è cambiato, che siamo passati ad un’economia post industriale basata sui servizi, in cui conta non tanto imparare a memoria le idee di un altro, ma esser capaci di avere proprie idee.

 

Un punto chiave è quello dei docenti. Da chi li facciamo valutare? Da un corpo di ispettori  – che ad oggi la riforma del milleproroghe prevede solamente per presidi e scuole – oppure dai colleghi, come vuole il progetto sperimentale, che però sta arrancando?

 

Li facciamo valutare dai presidi. Il sistema di valutazione può valutare solo le scuole, non i singoli docenti. Gli ispettori, il ministero, i genitori devono poter valutare una scuola nel suo complesso, al massimo possono farsi un’opinione di un singolo insegnante, che però dev’essere valutato dal preside. Il dirigente scolastico dev’essere anche un manager.

 

Un manager, dice?

 

So che la parola non piace a molti dei nostri insegnanti e sindacalisti, che lanciano l’allarme contro la svalutazione “industriale” della scuola, ma il preside nei fatti anche un  gestore di risorse umane: è lui che conosce meglio di chiunque altro i suoi insegnanti, ed è lui a doverli formare, motivare, sostituire quando non vanno bene. Egli deve quindi essere un ottimo insegnante, ma anche un buon manager.

 

Ha citato i sindacati. Non c’è il rischio che anche il preside subisca l’influenza di quella cultura livellatrice, di ascendenza statalistica e sindacale, che è uno dei mali peggiori della scuola italiana?

 

Assolutamente sì, ed è un motivo in più per cambiare il sistema. Occorre che un valutatore esterno vada dal preside e dica: Questa è la fotografia della tua scuola: i test peggiorano – badi bene: non basta dire semplicemente che sono pessimi, perché può esserci una scuola disagiata e questo dev’essere tenuto in conto -, oppure: La tua scuola andava molto male, ora sta migliorando. La tua, invece, è andata molto peggio in matematica rispetto all’italiano, allora forse devi rafforzarla in questa disciplina: facciamo insieme un piano di tre anni, se fra tre anni siamo allo stesso punto, sappi che ti sostituiamo oppure riduciamo i finanziamenti. E comunque in questo processo i risultati sono resi trasparenti ai genitori, che vedendo come stanno le cose possono decidere di mandare i figli in un’altra scuola.

 

Dall’Austria è venuta la proposta di abolire la bocciatura. Lei che ne pensa?

 

Mi sembra un tema lontano dai nostri problemi attuali. La nostra preoccupazione dev’essere quella di impegnarci nel migliorare la qualità. Non è un compito facile, perché abbiamo perso la misura dell’eccellenza.

 

Che cosa intende?

Se lei guarda i dati internazionali si accorge che il problema non è soltanto il livello deludente della media italiana, ma che la percentuale dell’eccellenza da noi è bassissima, molto più bassa della Francia o della Finlandia. Il che vuol dire che la nostra scuola non premia l’eccellenza, perché è tarata sul più debole. Questo è un tema che andrebbe messo subito al centro del dibattito.

 

Lei auspica un sistema che lascia indietro i più svantaggiati, perdendoli per sempre.

 

No, perché l’obiettivo non è la chiusura delle scuole che hanno cattivi risultati, ma il loro miglioramento. Quello che conta non è il risultato puntuale dei test di misurazione, ma la dinamica: una conduzione scolastica che migliora nettamente un risultato pessimo è migliore di quella che difende nel tempo lo stesso valore superiore in termini assoluti. Più trasparenza farebbe aumentare la domanda di qualità e con essa la pressione sul sistema.

 

Cos’è il “quasi libero mercato” di cui lei ha parlato a conclusione del suo ultimo articolo sul Corriere?

 

Molto semplicemente, il fatto che un minimo di concorrenza tra le scuole può far solo bene. Le scuole della Lombardia che hanno pubblicato i risultati in maniera autonoma e spontanea, lo hanno fatto per dire: Venite da noi che abbiamo scuole migliori. È positivo che alcune scuole lo abbiano fatto, ma ora occorre che lo facciano tutti e quindi il mio appello al ministro è stato di trovare un modo – un decreto, una regolamentazione… – perché tutte le scuole pubblichino questi risultati.

 

Quanto contano ancora i sindacati nella scuola italiana?

 

Moltissimo. I sindacati fanno gli interessi dei propri iscritti ed è normale. Dispiace che siano proprio gli insegnanti a soffrire di questa situazione, perché in Italia c’è qualche centinaio di migliaia di bravissimi docenti che in un sistema poco responsabilizzato vengono penalizzati. Ma più ancora quel che trovo terribile è che l’interesse dei sindacati non tocchi minimamente  quello dei genitori, e soprattutto che i genitori non lo capiscano; e che si crei un’alleanza insensata tra sindacati, insegnanti e genitori, dove questi ultimi sono quelli che hanno più da perdere.

 

Chi può rompere quest’alleanza al ribasso?

 

La meritocrazia. E un paziente e saggio lavoro di buona informazione.

 

(Federico Ferraù)



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