UNIVERSITA’/ Carvelli (Ceur): i collegi, opportunità vitale per il sistema educativo

- Maurizio Carvelli

MAURIZIO CARVELLI è intervenuto al convegno dell’8 aprile alla Camera dei Deputati  “L’università possibile: esperienze in atto”. L’importanza dei collegi nel far crescere le eccellenze

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Foto Imagoeconomica

L’articolo è tratto dall’intervento tenuto da Maurizio Carvelli al Convegno “L’università possibile: esperienze in atto” Roma – Camera dei Deputati, venerdì 8 aprile 2011, nell’ambito della tavola rotonda del pomeriggio sulla valorizzazione del merito.

La legge 240/2010 inquadra i Collegi tra i soggetti che contribuiscono alla qualità del sistema universitario. In cosa consiste principalmente tale contributo dei collegi alla qualificazione del sistema universitario, in una situazione in cui parlare di merito sembra “politicamente scorretto”?

La legge di riforma  prevede un nuovo “statuto giuridico” dei Collegi universitari legalmente riconosciuti, che li colloca non più nel capitolo del diritto allo studio, ma, con molto più rispetto per la realtà dei fatti,  in quello relativo al fondo per il merito e alla qualità del sistema universitario.

I collegi sono realtà nate in Italia dalla tradizione cattolica. Papa Ghislieri (Sisto V) e il cardinale Borromeo avviarono nel 1561 e nel 1567 i due collegi di Pavia, ancora oggi in funzione con lo scopo di avviare e sostenere gli studenti meritevoli agli studi universitari. Una tradizione che nel ‘900 fu ripresa e rilanciata – soprattutto nel secondo dopoguerra – da diverse fondazioni, secondo il peculiare carisma dei fondatori, in un’ottica sussidiaria. La società, dunque,  si è organizzata per sostenere i ragazzi provvisti di talento ma spesso privi di mezzi economici. Si iniziò questa attività a Padova con il collegio don Mazza, a Torino nei collegi Einaudi, a Roma, nel 1946, con Villa Nazareth del cardinale Tardini. Una rete di solidarietà a sostegno della scarsa capacità dello Stato di allora nel sostenere il diritto allo studio. Poi sono nate tutte le residenze della fondazione Rui nel 1959 e negli anni ‘90 la nostra Fondazione Ceur che proprio quest’anno celebra il 20° del riconoscimento ministeriale. Per questo genere di attività, come potete notare dai dati anagrafici,  siamo relativamente giovani. Oggi in Italia le fondazioni sono 14, i collegi 47, gli studenti circa 4.000.

Quindi, come si può notare, la riforma ha, per la prima volta dopo cinquant’anni, previsto, dato forma a ciò che, nella sostanza, si era sviluppato in quegli anni  in maniera importante, perché decine di migliaia di studenti universitari, molto della classe dirigente passata e attuale, sono stati formati in questi collegi.

Oggi rispetto a venti anni fa il contesto è cambiato. Il diritto allo studio è garantito (più o meno) dalle Regioni attraverso le borse di studio e il nostro ruolo si è evoluto e si è inserito in quel segmento della formazione universitaria volto alla cura degli studenti migliori. E qui parlo direttamente della fondazione Ceur e di ciò che facciamo con i nostri 700 studenti che ospitiamo nei sette Camplus. Camplus è il marchio unitario dei 7 collegi e sta ad indicare la dimensione sistematica e personalizzata del nostro progetto formativo e la community che si instaura tra i ragazzi dei diversi collegi.

Il nostro mestiere è realmente sostenere il merito, non come fanno le Regioni attraverso lo strumento delle borse di studio e l’erogazione di servizi, ma attraverso il metodo e il contenuto proprio dell’università, cioè la proposta agli studenti di un rapporto con degli adulti che  ti introducono alla realtà, non appena universitaria ma complessiva, con  un’apertura culturale a 360gradi.   

La vera questione è se oggi è possibile far vivere a uno studente un’esperienza entusiasmante nell’imparare: se questo avviene per un talento, l’efficacia dell’intero sistema formativo italiano diventa notevole.  

Che cosa fa entusiasmare un giovane? E’ possibile oggi far vivere un’esperienza entusiasmante nella conoscenza? Ma soprattutto non stiamo forse parlando di ciò che è la sostanza dell’Università? Oggi viviamo in un terribile equivoco: che l’Università non debba avere un ruolo educativo, come se l’educazione possa essere considerata un percorso già terminato alle scuole superiori (quando mai fosse iniziato). L’equivoco sta nel concepire il compito dell’Università nella mera preparazione alla professione, nella trasmissione di competenze e abilità, nell’insegnare a produrre, nel trasmettere regole, anzi (oggi va di moda) nel trasmettere valori. E in questo si trova a volte il consenso anche degli studenti che in fondo in fondo possono accontentarsi di inserirsi in un percorso di apprendimento necessario e, perché no, vantaggioso. E della società che, in termini analoghi, non disdegna la riduzione dell’università a questa produzione di utilità…

Ma lo scopo ultimo nella conoscenza dell’uomo non è questo! Ceur parte dal fatto che se siamo esseri razionali, è logico il nostro impegno nel trovare una ragione in tutte le cose. L’impegno nella ricerca del vero, nel capire e far capire il mondo, è la più valida di tutte le eredità di qualsiasi attività scientifica ed è la più interessante attività dell’uomo.

Se la questione è questa, ciò di cui abbiamo bisogno non è solo di un insegnante ma di un maestro. L’insegnante infatti trasmette un sapere: il maestro trasmette anche un senso. L’insegnante trasmette regole; il maestro mostra una verità: il primo chiede di imparare, il secondo sollecita una verifica. Tutta la missione educativa dell’Università dipende allora dalla capacità e volontà sia del docente che dello studente di mettere in gioco sé stessi. Come ciò avviene per gli studenti nei nostri Camplus?

1. nel rapporto con un adulto, il direttore, che ha il compito di seguire personalmente ogni studente nelle sue scelte, nei suoi dubbi, ma soprattutto nelle sue domande;

2. nel rapporto con dei tutor che li sostengono nel metodo per affrontare lo studio, ma soprattutto li aiutano nell’approfondimento di ciò che studiano (e oggi in Università francamente approfondire ciò che si apprende favorendo un’integrazione dei saperi in una ricercata unitarietà e interdisciplinarietà è complicatissimo soprattutto perché gli atenei, con il 3+2, impongono corsi a raffica agli studenti, vanificando la possibilità sia di approfondire e qualche volta anche di rendersi conto di ciò che si studia;

3. con gli incontri con personalità esterne, anche docenti, dove l’esperienza è a tema;

4. con l’orientamento al lavoro e l’introduzione nel mondo della ricerca e della professione; moltissime aziende vengono a cercare i nostri studenti non solo perché hanno voti alti ma perché hanno fatto un’esperienza che li ha aperti criticamente su più piani della realtà. Se un ingegnere è, per esempio,  a contatto con uno studente di lettere e ascolta e discute di Leopardi, si crea un’apertura indicibile e foriera di nessi imprevedibili;

5. con la valorizzazione dei talenti artistici di ciascuno, attività anche queste assolutamente formative e performanti il carattere e la personalità dei nostri ospiti;

6. con la vita comunitaria fatta di tutte le relazioni e gli episodi che ciascuno non può più scordare della propria vita giovanile.

Quando gli studenti, i giovani per cui lavoriamo arrivano a uno sguardo positivo sulla vita, quando innestano un curiosità positiva sul futuro, vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

I Collegi rappresentano un’opportunità per il sistema universitario laddove si voglia perseguire una qualità che abbia un suo output evidente nella preparazione accademica, culturale, umana e quindi professionale dello studente. Se gli Atenei intendono curare una determinata classe di studenti, preoccupandosi anche del loro inserimento lavorativo noi siamo soggetti che, sapendo svolgere questo compito, possono integrarsi con le politiche di questo tipo degli Atenei. Essi devono aver chiaro che questo tipo di obiettivo non si persegue con la politica classica delle borse di studio, tra l’altro spesso malamente gestite dalle aziende per il diritto allo studio – cioè senza effettivo riscontro sul merito. Per valorizzare il merito bisogna partire da chi già lo sta facendo, come peraltro dice la legge di riforma, e incentivarne l’autonomia.

Gli italiani non hanno materie prime ma hanno soprattutto una risorsa: il proprio cervello. Concediamoci il privilegio di valorizzare il nostro talento.

 

(Maurizio Carvelli, Amministratore Delegato Fondazione CEUR)

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