SCUOLA/ 3. Il preside: le prove Invalsi riaprono il nodo delle competenze

- Carlo Di Michele

Le prove Invalsi lanciano ad ogni scuola la sfida di superare l’autoreferenzialità per accettare il confronto con le altre. Il punto di CARLO DI MICHELE, dirigente scolastico a Pescara

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Foto: Imagoeconomica

Matematica. Italiano. Questionario studenti. In tutto 210 minuti. Più le pause. Insomma una mattinata di scuola. Questo il terribile danno arrecato alla scuola superiore italiana dalle prove Invalsi 2010. Adesso aspettiamo le correzioni e i risultati. Poi i commenti…

Qualche considerazione a caldo comunque si può già fare. Difficili ad oggi statistiche precise, ma a parte qualche sparuta frangia di oppositori ispirati più a motivi di carattere politico-sindacale e a quel nucleo, sempre presente, di resistenti a qualunque-cambiamento-qualsiasi-forma-abbia, si può dire certamente che la maggioranza dei docenti ha accolto queste prove con interesse e curiosità, comunque con la disponibilità a cogliere la sfida di superare l’autoreferenzialità della propria scuola per accettare il confronto con le altre. Insomma, l’idea che valutare il sistema scuola sia un’urgenza per il nostro Paese è avvertita da tutti, anche da chi continua a mantenere delle perplessità sul valore di questo tipo di prove.

C’è da dire che il ministero ha talvolta accresciuto la confusione, con note esplicative ambigue (esempio: la correzione delle prove è obbligatoria per la scuola o per l’insegnante curricolare?), con messaggi all’opinione pubblica, insegnanti compresi, non sempre chiari sulle differenze che esistono tra la valutazione del sistema e la valutazione delle scuole e delle performance degli insegnanti avviate in questi mesi in via sperimentale in alcune scuole campione. Non si poteva poi in modo esplicito prevedere qualche risorsa per incentivare i docenti? Forse gli studenti delle superiori, che hanno affrontato con serietà le prove – per loro nuove e anche più pesanti perché svolte nella stessa giornata – potevano essere maggiormente coinvolti, per evitare di farli sentire un po’ semplici cavie di un meccanismo lontano dai loro interessi.

Nonostante tutto, ha prevalso però quello spirito collaborativo che era stato richiesto ai docenti (e a dirigenti e segreterie): ancora una volta una conferma che prevale nella scuola italiana la voglia di cercar di capire che cosa avviene nelle aule, che insegnare è un’arte che si impara ogni giorno e che le occasioni di confronto fanno bene. Soprattutto se quello che faticosamente si insegna ogni giorno diventa apprendimento reale e cultura nei nostri giovani.

Una certezza innanzi tutto: chi temeva “i quiz dell’Invalsi” (come si leggeva in qualche volantino sindacale circolato nelle scuole in questi giorni) può sentirsi sollevato: le prove sono apparse complesse ma costruite in modo comunque convincente.

Sulle prove. Piuttosto difficili sono sembrate quelle di matematica. Sia perché c’è grande differenza nei programmi svolti nelle diverse tipologie di scuole: gli stessi licei non sono tutti uguali, i percorsi non sono omogenei, i contesti contano ancora molto. Sia perché molte domande esigevano risposte non meccaniche, ma chiedevano riflessione e capacità di risolvere problemi, cosa che i nostri studenti non sempre sono educati a fare. È il nodo delle competenze…

Le prove di italiano, invece, sono apparse più in linea con i percorsi scolastici. In fondo il lavoro di analisi delle diverse tipologie di testo è consolidato nelle nostre scuole. Sulla grammatica e sintassi aspettiamoci delle sorprese. Con molta probabilità poco lusinghiere (sorprese che saranno tali, però, per chi conosce poco il livello di conoscenza della “lingua madre” dei quindicenni italiani). Le domande sul contesto, piuttosto soft, non troppo invadenti.

Ci sarà molto da riflettere: alcuni temi di cui da anni si discute, quali la continuità nei percorsi tra i vari ordini di scuola, la necessità di individuare livelli minimi di apprendimento e i nuclei essenziali delle discipline, di elevare i livelli di conoscenze e di combattere la dispersione scolastica specie di certe aree della nazione, la capacità delle scuole di creare quel valore aggiunto che garantisca il raggiungimento di un vero “successo” formativo per tutti, potranno trovare nei risultati delle prove Invalsi uno strumento di confronto, fondato su dati reali ed attendibili e non su analisi generiche. E questo percorso di riflessione sarà tanto più efficace se il sistema di valutazione sarà articolato nel tempo.







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