EDUCAZIONE/ Il segreto del vero maestro? Una stima senza fine

- Stefano Giorgi

Il problema dei ragazzi non è tanto la mancanza di impegno con la realtà, ma di adulti che prendano sul serio la loro domanda di verità. STEFANO GIORGI non vuole “togliere il disturbo”

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Foto Imagoeconomica

In questi ultimi anni si sono moltiplicati gli studenti che arrivano a scuola con la certificazione di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). È certamente un passo avanti significativo il non ridurre, come spesso si faceva prima, le difficoltà nella scuola alla semplice mancanza di voglia, di impegno: a volte ci sono delle difficoltà oggettive che è importante saper riconoscere e affrontare con gli strumenti adeguati. Ma non si può, d’altro canto, rischiare di medicalizzare le difficoltà, con la conseguenza di ridurre per l’ennesima volta il tema dell’insegnamento ad un problema eminentemente di raffinatezza tecnica.

Già nel 1987 don Luigi Giussani, parlando dei giovani, usava una immagine efficace per descriverne la situazione. : “È come se tutti i giovani di oggi fossero stati investiti da una sorta di Chernobyl, di enorme esplosione nucleare: il loro organismo strutturalmente è come prima, ma dinamicamente non lo è più; vi è stato come un plagio psicologico, operato dalla mentalità dominante. È come se oggi non ci fosse più alcuna evidenza reale se non la moda. Quello che si ascolta e che si vede non è assimilato veramente: ciò che ci circonda realizza in noi una estraneità rispetto a noi stessi. Si rimane cioè […] astratti nel rapporto con se stessi e affettivamente scarichi” (1).

In un recente corso di formazione per insegnanti conclusosi con un’assemblea su Il rischio di educare Giancarlo Cesana, ordinario di Igiene generale e applicata nell’Università di Milano Bicocca, faceva alcune sottolineature circa la condizione dei ragazzi particolarmente significative: “Se noi guardiamo alla nostra esperienza ci rendiamo conto che ci impegniamo, lavoriamo, siamo presenti, perché gli altri ci vogliono bene. Magari non siamo molto coscienti di questo, però se noi teniamo seriamente ad un’altra persona e questa persona non riconosce quello che facciamo, ci restiamo male, perché la radice profonda dell’essere umano, la nostra costituzione sta nell’essere amati. Quando uno vince il premio Nobel è certamente contento di aver fatto una scoperta scientifica, ma è soprattutto contento che la propria scoperta è un bene per tutti, determina un riconoscimento grato da parte degli altri. Noi nella vita ci diamo da fare per essere voluti bene, ma – in realtà – il processo è il contrario, cioè agiamo e facciamo perché siamo voluti bene prima, non dopo. La radice profonda della gratuità, dell’essere gratuiti è proprio la consapevolezza di essere voluti bene; se uno sa di essere voluto bene, si muove, agisce; ha più entusiasmo, più forza, più energia e più passione. I ragazzi che fanno fatica, quelli che frequentano In-presa per esempio, mancano essenzialmente di questa esperienza originale, cioè non sono sicuri di essere originalmente voluti e di essere voluti bene, non hanno la prospettiva del rapporto umano, del significato profondo del rapporto umano e, quindi, fanno fatica a impegnarsi. Fanno fatica perché il loro impegno non ha una ragione, non perché non capiscano cosa sia la matematica; non la capiscono perché non capiscono quale sia il loro posto nel mondo, che cosa siano al mondo a fare; non capiscono che c’è qualcuno che li vuole” (2).

È il riecheggiare della grande verità della persona: “L’angoscia di tutte le angosce è la paura di non essere amati, di perdere l’amore; la disperazione è perciò la convinzione di avere perduto per sempre ogni amore, l’orrore della totale solitudine. Viceversa la speranza nel senso proprio della parola è la certezza che riceverò il grande amore, che è indistruttibile, e che già fin d’ora sono amato di questo amore” (3).

Si tratta quindi di partire da una proposta il cui nucleo essenziale sia l’affermazione del valore della persona senza alcuna misura: “La prima condizione – diceva Emilia – sempre e comunque perché sia in atto un processo educativo è che davanti a una persona che deve fare un passo ci vuole un adulto che dica:Vieni dietro a me” (4). Possibilità offerta a partire da uno sguardo di affermazione dell’altro come valore inestinguibile. Quella espressione di Emilia: Vieni dietro a me in questi dieci anni di In-presa è diventata aiuto allo studio e preparazione all’esame di terza media attraverso percorsi personalizzati; percorsi triennali di qualifica professionale e sperimentali in alternanza scuola/lavoro per aiuto-cuochi e manutentori elettrici; percorsi di accompagnamento al lavoro.
Si è fatta, cioè, proposta didattica, compagnia nello studio e nei vari percorsi di apprendimento; sempre pronta a scommettere sull’inestirpabile desiderio di ogni giovane di tuffarsi nel mare della scoperta della realtà e del suo significato, nell’avventura della conoscenza.

Avventura che è sempre anche “ri-nascita” dell’io: “Cara Emilia, sono un ragazzo di 15 anni […] sono qui ad In-presa perché mi hanno bocciato due volte in seconda media. Con la prof. Elena abbiamo letto il libro dedicato a te… leggendo il libro ho capito che hai aiutato molte persone bisognose; mi ha colpito la storia di un ragazzo di terza media che era tremendo e tu hai creduto in lui ospitandolo in casa tua. Ti dobbiamo ringraziare perché hai dato un’opportunità a tutti i ragazzi!” (5). 
La didattica prende forma da questo scommettere sull’altro. Il risultato positivo dell’insegnamento non è l’adeguata applicazione di uno strumento conoscitivo estraneo al soggetto, bensì che i ragazzi possano scoprirsi desiderosi di comprendere di più il proprio contesto: l’esito è un legame nuovo.
Il nodo decisivo non è partire ideologicamente dagli interessi dei ragazzi. Il nodo è partire da ciò con cui loro sono già – anche se inconsapevolmente – in relazione. 

La consapevolezza (il giudizio) è l’inizio di un cammino di realizzazione di una nuova personalità, non più alla mercè dell’opinione dominante, ma con un volto proprio, certo e dignitoso. Si chiarisce di più il compito dell’insegnante in questo cammino: una magnanimità capace di sorprendersi della presenza dell’altro e capace di svelare ai ragazzi il valore della relazione che esiste nella realtà. Così l’incontro con i contenuti di una disciplina o un procedimento per realizzare un prodotto diventano la strada per dare compimento ad un desiderio di costruzione di nuovo divenuto operante. Il conoscere avviene come la scoperta del legame, intimo, che tiene unite tutte le cose perché l’uomo realizza se stesso come autocoscienza di tutto: la conoscenza è il farsi uno con tutte le cose!

Il recente libro di Paola Mastrocola, che tanto dibattito ha suscitato, è intitolato Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare. Mi permetto di osservare, però, che la libertà è una energia messa in moto da qualcuno che, in rapporto con me, vuole tutto tranne che “togliere il disturbo”. Non si può affrontare il tema della scuola in termini di impegno o esortazione, in termini di voglia o meno di studiare.
Il problema dei ragazzi non è tanto la mancanza di impegno con la realtà: uno nella realtà è sempre immerso. Ciò che viene bloccato è il cammino di conoscenza della realtà in cui si è inevitabilmente immersi. Ciò che viene bloccata è la conoscenza di sé in rapporto con quello che c’è. Ancora una volta è il problema dell’unità dell’esperienza. Una unità desiderata, a partire da una scintilla che ha la forma di qualcuno che si piega su di te: “Dimenticate tutto il resto e ditelo solo a me, ditelo a me come amico” dice nel finale del filmIl discorso del Re il logopedista Lionel al nuovo re Giorgio VI.

“Ciò che si sa o ciò che si ha diventa esperienza se quello che si sa o si ha è qualcosa che viene dato adesso: c’è una mano che la porge ora, c’è un volto che viene avanti ora” (6).
La vera novità didattica, che può dare una nuova forma alla scuola, è in realtà un adulto che, appassionato del destino proprio e di chi gli è affidato, dica: “Maestà… ditelo solo a me”.

(1) Luigi Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986/1987), BUR 2010, p. 181
(2) Insegnare a Zaccheo e a Maddalena. I Quaderni di In-presa, p. 24
(3) Joseph Ratzinger, Guardare Cristo, Jaka Book, 1989, p. 57
(4) Emanuele Boffi, Emilia e i suoi ragazzi, Lindau, 2010, p. 158
(5) Dal tema di un ragazzo che frequenta i percorsi personalizzati di aiuto allo studio
(6) Luigi Giussani, inedito, Volantone pasquale, 2011

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