SCUOLA/ Una prof: caro Ministro, si può fare storia dell’arte fuori da logiche corporative

- Laura Polo D'Ambrosio

La riforma ha decurtato le ore di storia dell’arte. Protestano le associazioni di insegnanti, risponde il ministro. Per LAURA POLO D’AMBROSIO occorre tornare al cuore della disciplina

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo, 1599 (immagine d'archivio)

Venticinque anni d’insegnamento sono tanti, cinque lustri dedicati a far conoscere ed apprezzare ai ragazzi le opere d’arte nelle loro più fantasiose varianti. Dalle incisioni rupestri alle bizzarrie del contemporaneo, ce ne vuole di fantasia per tener desta l’attenzione di studenti che dai 14 ai 19 anni si affacciano per la prima volta in modo sistematico al mondo dell’arte. Per me è l’entusiasmante esperienza quotidiana di una passione e di un modo di guardare da comunicare a loro. Da questa esperienza è nato anche un libro di testo (Giorgi, Bolzoni, Massone, Polo D’Ambrosio, Artual, ed. D’Anna, ndr) scritto con altre colleghe, che tenta di proporre modalità e percorsi di introduzione alla storia dell’arte nella scuola che cambia.

Per questo mi sono sentita interrogata da alcuni comunicati relativi all’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole superiori di secondo grado. L’affermazione ufficiale, comparsa sul sito Miur il 13 settembre, in cui si osservava la sostanziale continuità dell’insegnamento della storia dell’arte rispetto al quadro orario scolastico prima della riforma Gelmini, ha visto l’immediata replica dell’Anisa (Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell’Arte) che, in un comunicato (link) del 14 settembre, ridimensiona di molto l’affermazione del Ministero. Dal mio limitato punto di osservazione, un piccolo istituto di provincia con sole tre sezioni, non posso che dare ragione all’Anisa: una decina di anni fa nel liceo classico dove insegno è stata introdotta la sperimentazione della storia dell’arte (due ore settimanali per tutti e cinque gli anni di studio; con la riforma dovrò inventare una strategia nuova di lavoro che, a partire dal prossimo anno (quando le prime classi della riforma approderanno al triennio), mi permetta di strutturare l’insegnamento su soli tre anni di studio e sempre con due ore settimanali; lo stesso problema si pone per la collega docente di pari anzianità che insegna storia dell’arte all’istituto tecnico turistico della mia città: gradualmente sta perdendo classi, poiché con la riforma non è più previsto l’insegnamento della disciplina al biennio del turistico, ma solo al triennio per due ore settimanali.

Molto è stato detto e scritto intorno alla riforma scolastica, ma a questo punto, visto il piano orario d’insegnamento che dobbiamo comunque rispettare, l’azione più produttiva che un docente di storia dell’arte può fare è quella di mettersi a riflettere sul suo lavoro educativo, a partire da questa domanda: qual è la peculiarità del mio insegnamento rispetto alle altre discipline?

La mia esperienza mi porta ad affermare che l’arte è un linguaggio finalizzato alla comunicazione e dunque è riferibile ai percorsi formativi ed educativi che nella riforma concernono l’area linguistico-comunicativa. Come per altre forme di comunicazione, dunque, mi devo preoccupare che lo studente sviluppi un’efficace capacità di osservazione, acquisisca padronanza nell’analisi del testo e utilizzi un lessico specialistico; inoltre mi dovrò attivare nel guidare lo studente nella verbalizzazione orale e/o scritta di concetti. A questo proposito trovo anch’io più comodo – visto l’esiguo monte ore a disposizione e l’elevato numero di allievi per classe – approntare dei test di verifica a risposte chiuse, ma penso anche sia necessario impegnarsi a valorizzare forme diverse di verifica; alcune le troviamo già suggerite e confezionate nei siti delle case editrici, perché dunque non provare ad utilizzare anche queste nuove modalità di valutazione? Magari alcune potrebbero risultare anche più stimolanti per i giovani, dal momento che sfruttano la tecnologia multimediale.

Ritengo che una delle peculiarità della storia dell’arte sia l’approccio particolare nei confronti della realtà. Il vero problema che mi pongo quale docente della disciplina è pertanto quello metodologico: la storia dell’arte non dovrebbe essere una sequenza di informazioni legate ai diversi autori. Il punto centrale non può essere se non il considerare l’opera d’arte come “testo”. Da insegnante non mi sento obbligata a parlare di tutti gli autori e le opere proposte nel libro di testo in adozione (ciascun manuale infatti ha giustamente una ricchezza di contenuti che non è mirata alle due/tre ore settimanali d’insegnamento, ma è sempre ampia ed articolata) e soprattutto non considero obiettivo minimo dell’apprendimento della disciplina il leggere e ripetere il libro di testo, ma piuttosto imparare a leggere l’opera d’arte nei suoi dati oggettivi. Ciò significa accompagnare l’allievo nell’osservazione e nello studio degli aspetti costitutivi dell’opera d’arte, affinché apprenda un metodo di lettura e dunque di analisi specifica dell’oggetto iconico; significa creare all’interno della propria programmazione dei percorsi trasversali, ragionando per opere d’arte e non per artisti e suggerendo spunti di riflessione relativi a specifici contenuti che coinvolgano più opere. In questo modo rispondo a quanto sostiene la Riforma in relazione alle linee generali e competenze di tutti i licei (escluso lo scientifico, per il quale è centrale nella formazione l’aspetto del disegno grafico/geometrico): è necessario “sottolineare che un’opera d’arte non è solo un insieme di valori formali e simbolici, né il frutto di una generica attività creativa, ma comporta anche una specifica competenza tecnica”.

Se da una parte però la riforma mi sostiene assicurandomi che bisogna imparare a leggere le opere d’arte dal momento che questa operazione non si può improvvisare, dall’altra il ministro Gelmini (lettera al Corriere della Sera del 18 settembre scorso) sostiene che la proposta formativa offerta ai ragazzi rispetto “all’immenso e straordinario patrimonio artistico del nostro Paese” risulta rafforzata da una riforma che riserva comunque il suo insegnamento solo agli studenti liceali, mentre l’ha totalmente esclusa dai curricula degli istituti professionali. In questi ultimi compariva infatti come materia di indirizzo nei corsi di Grafica (3 ore settimanali per il quinquennio), Moda (2 ore settimanali nel biennio e 4 ore settimanali nel triennio), nel biennio conclusivo dell’indirizzo Alberghiero/Turistico (2 ore settimanali) e nel Turismo (3 ore settimanali al III anno e 2 ore settimanali in IV e V anno).

Mi auguro che, come sostiene anche il comunicato Anisa, “il dibattito apertosi in questi giorni incoraggi una nuova valutazione del problema”. Non si tratta, come sostiene il ministro nella lettera al Corriere, di valutare se è vero che “ogni Associazione disciplinare vorrebbe vedere aumentare l’orario della propria materia”, ma di ragionare tutti insieme – MiBac (Ministero dei Beni Culturali) incluso – su come appassionare e soprattutto coinvolgere i giovani nella custodia e valorizzazione del nostro patrimonio artistico e ambientale, nella consapevolezza che non può esistere tutela se dapprima non si riconosce la realtà come Bene.

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