EDUCAZIONE/ Scacco in 4 mosse alla “cattiva” scuola che ha separato il bene e l’utile

La formazione tecnica è in grado di dare un grande lezione alla scuola tutta: i punti unificanti dei percorsi non possono essere interni alle discipline. MATTEO FOPPA PEDRETTI

29.01.2012 - Matteo Foppa Pedretti
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Aula magna dell’Istituto tecnico Regina Mundi, al “Corvetto”, periferia sud di Milano.

Il tema dell’incontro è “La formazione tecnica. una risorsa preziosa per la persona e per la società”. Ragazzi che vogliono approfondire il senso del percorso che hanno intrapreso, genitori che vogliono sapere se iscrivere i propri figli all’istituto tecnico ha un valore formativo per la persona, insegnanti che si confrontano sul modo di fare scuola.

L’incipit è, in qualche modo, drammatico. Il prof. Giuseppe Bertagna, padre della Riforma Moratti, illustra come la scuola italiana faccia ancora (forse addirittura sempre più…) fatica a capire che una delle linee fondamentali del suo sviluppo è quello di allearsi con il mondo dell’impresa. Che c’è urgente bisogno di una scuola in cui si lavora e di una impresa in cui ci si forma. Che bisogna uscire dalla fondamentale tripartizione “tayloristica” della vita, per la quale fino a vent’anni (ma ormai fino a trenta…) ci si forma, fino a settanta si lavora, e poi, finalmente, ci si riposa.

Non si sfonda, sembra dire il professore. Eppure, e sono i dati snocciolati a dirlo ed esperienze vissute da manager e dirigenti aziendali presenti tra i relatori, i diplomati trovano lavoro (a tempo indeterminato, nell’annus horribilis 2011), fanno carriera, imparano sul campo quello a cui la scuola li ha introdotti, diventano manager e dirigenti, contribuiscono a creare il tessuto dell’impresa italiana.

Fare istruzione tecnica oggi è insomma una scommessa. Innanzitutto su un modo diverso di fare scuola. Diverso perché? Educare è introdurre alla realtà tutta intera. Educare a scuola è introdurre alla realtà a partire da uno specifico punto, da un oggetto riconoscibile e utile. Per un istituto tecnico questo oggetto non può che essere il lavoro, la cultura del lavoro legata a uno specifico ambito di indirizzo.

Questa è una fortuna, perché l’oggetto dal quale si parte è esterno alla scuola, alla sua organizzazione. È – scusate il gioco di parole – oggettivo.

La prima grande scommessa che ha di fronte un istituto tecnico è puntare sul fatto che un determinato ambito di professionalità (nel caso del Regina Mundi che ha organizzato l’incontro, legato a quel fenomeno umano, culturale, sociale ed economico che chiamiamo impresa) abbia una così grande forza culturale da aprire le porte di tutta la realtà, e non solo dell’operatività professionale.

La seconda grande scommessa è il metodo: non è più il tempo di fare discorsi sull’impresa, e nemmeno addestramento a determinate e obsolescenti “funzioni” operative. Aristotele diceva che “ciò che impariamo, lo impariamo facendo” e Dante che “non fa scienza, sanza lo ritener, l’aver inteso”.

Si tratta di approcciare l’oggetto di realtà (in primo luogo l’impresa, e in generale la realtà tutta) secondo l’esperienza. Cercare di far leggere ai ragazzi la loro esperienza, di osservarla (diventando sempre più fini e penetranti nel farlo), di descriverla, e quindi di “dare il nome alle cose”. Da qui partono due tragitti fondamentali, che non sono contrapposti ma contemporanei e reciprocamente alimentanti: saper maneggiare la realtà e saperne leggere le leggi (fino alla teoria, fino alla capacità di modellizzare, senza essere schiavi dei modelli).

In questo tragitto si inseriscono il metodo induttivo, i laboratori, lo stage, le unità di apprendimento, le lezioni tradizionali. Un tragitto che parte dall’esperienza, passa attraverso la tecnica (il fare con criterio e intelligenza, per un’utilità, cioè per un bene: il lavoro, in una parola) e che, senza abbandonare i due passaggi (anzi, continuando a tornarci su) arriva alla teoria (allo “sguardo”, secondo la radice greca del temine) e al modello.

La terza scommessa è il lavoro collegiale dei docenti. Giorgio Vittadini ha ricordato, nel suo intervento, che una delle radici più profonde della nostra cultura italiana, il realismo davanti al bisogno o al desiderio dell’altro, si impara da un maestro. Avviene ancora così, per esempio laddove l’impresa forma per davvero gli uomini che lavorano al suo interno. Il lavoro del collegio docenti, in particolare in un istituto tecnico, è in definitiva questo: individuare quali sono i punti unificanti dei percorsi delle diverse materie che ognuno porta avanti. Punti unificanti non autoriferiti alle materie o alle discipline. Ancora una volta il criterio è esterno, è oggettivo: per l’istruzione tecnica è fondamentale il profilo d’uscita. La professionalità, la cultura del lavoro che sta dietro ad ogni figura professionale corrispondente al profilo fa emergere delle capacità proprie di un uomo in azione, a cui tutti i docenti, come una sorta di maestro “collettivo”, partecipano. In questo la didattica per competenze può aiutare. Le competenze (le capacità di un uomo in azione) non eliminano lo specifico di ogni materia, e nemmeno azzerano la diversità dei punti di vista e degli approcci scientifici che ci sono alla base. Li integrano, aiutando a individuare degli oggetti significativi, a cui tutte le materie concorrono. È un lavoro di unità per i docenti, ed è fondamentale per definirne la professionalità.

La quarta – decisiva – scommessa è sull’educazione dei ragazzi che scelgono questo percorso. Occorre cercare di offrire loro la possibilità di interrogarsi sulla realtà che vedono intorno a loro, che gli insegnanti – ma più in generale tutto il contesto degli adulti – propongono loro a scuola. Portarli ad interrogarsi su cosa significa nella loro esperienza, e cominciare a lavorarci su. Accompagnarli a vedere come a queste domande siano state date delle risposte (che hanno la loro logica e la loro dignità culturale) ma che devono essere messe a vaglio critiche, per essere fatte proprie o superate.

Solo così è possibile superare la “barriera del suono”, come l’ha definita Giorgio Vittadini, quella lontananza, quella apatia, quella amarezza che rendono impossibile l’educazione, e fare così della scuola un’esperienza di rapporto, di pienezza umana. A giudicare da certe facce degli studenti, verrebbe da dire che è possibile.

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