UNIVERSITA’/ Tre buone ragioni per aumentare le tasse

- Tommaso Agasisti

Le dichiarazioni del ministro Profumo, secondo le quali non vi dovranno essere aumenti della rette, non sembrano adeguate alla realtà delle cose. Il commento di TOMMASO AGASISTI

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Nelle ultime settimane prima della pausa natalizia, è stata improvvisamente sollevata all’opinione pubblica la questione delle rette pagate dagli studenti universitari: una associazione studentesca ha ottenuto una sentenza favorevole da parte del TAR, il quale ha sancito che un ateneo (Università degli Studi di Pavia) debba restituire parte del gettito derivante dalla contribuzione studentesca agli studenti. Un DPR del lontano 1997, infatti, prevede che, per ciascuna università, il gettito complessivo della contribuzione studentesca non possa eccedere il 20% del fondo di finanziamento ordinario da essa ricevuto dallo Stato. Poiché nell’ateneo di Pavia il gettito era di poco superiore (circa 21%), l’eccedenza dovrà essere restituita agli studenti. Il fatto specifico ha, nei fatti, imposto una riflessione generale per tutto il sistema universitario, poiché le università che superano il limite del 20% sono numerose, addirittura la maggioranza degli atenei statali (dati del Sole 24 Ore del 22 novembre 2011).

Molti opinionisti ed esperti hanno commentato la situazione, dividendosi tra coloro che sostengono la necessità di tutelare l’istruzione superiore pubblica, mantenendo una sostanziale gratuità dell’università, e coloro che invece invocano tasse elevate per finanziare gli studi superiori. In questo commento, vorrei proporre alcune argomentazioni che giustificano la mia propensione per questa seconda visione.

Primo. Un sistema di istruzione universitaria gratuito (o quasi), come quello attuale, è molto iniquo. Per essere gratuito, il sistema deve essere finanziato dalla fiscalità generale ossia, per definizione, anche da coloro i cui figli non frequentano l’università. Poiché, in media, i figli delle famiglie meno abbienti hanno meno probabilità di frequentare l’università, il finanziamento pubblico agli atenei è di fatto regressivo. Inoltre, l’ottenimento di un titolo universitario comporta un beneficio in parte privato (maggiore reddito, migliore status sociale), pertanto sarebbe più equo che i diretti beneficiari sostenessero anche il costo dell’istruzione per l’ottenimento di questo titolo; da questo punto di vista, la retta pagata dagli studenti non si configura come una “tassa”, ma come il corrispettivo di un servizio (beneficio).

Si potrà obiettare che, in assenza di sussidi per i soggetti più poveri, questi ultimi non potrebbero iscriversi all’università a causa di rette troppo elevate. Questa obiezione è non solo ragionevole, ma corretta; tuttavia, la soluzione non può risiedere nel finanziamento pubblico indiscriminato, bensì nell’aumento delle borse di studio disponibili per gli studenti “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” (articolo 34 della Costituzione). In questa prospettiva, sarebbe a mio avviso auspicabile un sistema universitario basato su rette elevate e numerose borse di studio (o prestiti, o forme miste di questi strumenti).

Secondo. La presenza di rette elevate ha il doppio vantaggio di stimolare gli studenti a dare il meglio (per non dilungare la propria permanenza all’università) e di far emergere in modo indiretto la qualità delle università. Infatti, le università con minore reputazione non potrebbero fissare rette troppo elevate, poiché altrimenti perderebbero studenti; mentre le università migliori potrebbero imporre rette elevate senza correre questo rischio (come avviene in molti paesi, Uk e Usa in primis). Le borse di studio (e i prestiti) di cui sopra garantirebbero l’equità del sistema, per evitare che gli studenti si distribuiscano tra gli atenei sulla base del censo (disponibilità economiche per il pagamento delle rette).

Infine, per mantenere (e possibilmente aumentare) la qualità dei nostri atenei, occorrono quantità di risorse sempre maggiori; poiché, per fortuna, il tempo della spesa pubblica senza limite è finalmente finito, è chiaro che tali risorse dovranno essere recuperate attraverso il ricorso a fondi privati. Da un lato, la capacità degli atenei di fare ricerca applicata garantirà sempre maggiori risorse per la ricerca finanziata dall’esterno (e anzi, questa forma andrebbe incentivata con detrazioni fiscali per le imprese e gli enti pubblici e privati interessati). Dall’altro lato, gli studenti dovranno essere chiamati ad una maggiore responsabilità finanziaria, sulla base delle argomentazioni precedenti.

Certamente, le università dovranno assumersi la responsabilità di chiedere più soldi ai propri studenti: e per farlo dovranno dimostrare di offrire servizi adeguati e didattica e ricerca di qualità. Tuttavia, dovranno essere libere di definire le proprie politiche di contribuzione studentesca, e gli attuali vincoli impediscono l’esercizio di questa autonomia (e responsabilità). Da questo punto di vista, le dichiarazioni del ministro Profumo, secondo le quali non vi dovranno essere aumenti della contribuzione studentesca, sembrano fuori luogo non solo nel merito, ma anche nel metodo, poiché denotano un interventismo ministeriale su una materia che dovrebbe essere lasciata alla autonoma discrezione delle università.

Quali conseguenze per la situazione attuale, dopo la sentenza del Tar sul caso dell’ateneo di Pavia? Se i ricorsi fossero ripresentati in altri atenei, il sistema universitario verrebbe messo in seria difficoltà, perché la maggioranza degli atenei versa in condizioni finanziarie difficili, e senza l’eccedenza di gettito di contribuzione studentesca (oltre il 20% del Ffo consentito dalle norme attuali) non potrebbero mantenere un equilibrio finanziario. Come è possibile evitare questo rischio, e al contempo disegnare un sistema universitario più equo ed efficiente, secondo le indicazioni proposte in precedenza? Abolendo tout court i limiti al gettito della contribuzione studentesca, e lasciando libere le università di fissare l’ammontare delle proprie rette.

Il Ministero dovrebbe evitare di intervenire su questa materia, e dovrebbe invece destinare più risorse al finanziamento di borse di studio e prestiti d’onore, al massimo imponendo agli atenei di utilizzare parte del gettito della contribuzione studentesca per borse di studio e prestiti. Se, invece, si continuerà con la retorica e il tabù delle “tasse basse”, la qualità delle università sarà sempre più a repentaglio, e a rimetterci saranno gli studenti e lo sviluppo del Paese.

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