SCUOLA/ L’autonomia non c’è, ecco perché il ddl Aprea farà la differenza

- Eugenio Gotti

Perché negare le indubbie novità contenute nel ddl Aprea di autogoverno delle istituzioni scolastiche? EUGENIO GOTTI risponde alle critiche di Annamaria Poggi

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Valentina Aprea (Infophoto)

E’ interessante notare come i giudizi intorno al disegno di legge sull’autogoverno delle istituzioni scolastiche statali, ex-legge Aprea, oscillino dagli allarmi per una fantomatica privatizzazione del sistema scolastico ai rammarichi per la mancata decisa spinta verso l’autonomia scolastica contenuta nel disegno originario.

Sarebbe una legge quindi che è troppo per alcuni e contemporaneamente troppo poco per altri. Il testo finale licenziato dalla Camera risente in effetti di una storica difficoltà – politica, amministrativa, sindacale e di opinione pubblica – nel condividere stabilmente un deciso percorso per un nuovo assetto della struttura del sistema educativo, a partire dalle questioni cruciali dell’autonomia scolastica e del decentramento.

Bisogna contestualmente riconoscere la novità della convergenza dei due maggiori partiti italiani e che il testo va nella direzione giusta. In un Paese dove l’autonomia scolastica definita per legge e riconosciuta a livello costituzionale è costantemente negata per via amministrativa, dove i dirigenti scolastici evitano in gran parte di esercitare persino gli ambiti di autonomia loro concessi e dove gli organi di governo della scuola sono fermi ad un’idea di partecipazione degli anni 70, non si possono sottovalutare le positive novità contenute nel ddl 953.

Entro quindi in dialogo con Annamaria Poggi – a cui si deve riconoscere il costante impegno per un’attuazione dei principi costituzionali di autonomia scolastica e decentramento anche nel recente tentativo di giungere ad un Accordo Stato-Regioni per l’attuazione del Titolo V della Costituzione in materia di istruzione –, per spiegare le motivazioni che mi portano a non condividere il suo giudizio espresso su queste pagine secondo cui il testo della legge appena approvata alla Camera “non solo non comporta nessuna aggiunta reale all’autonomia delle scuole, ma anzi complica il quadro”.

Innanzitutto il passaggio ad un’autonomia statutaria, ben lungi dal non trovare spazi di esercizio, offre alle scuole, spesso paralizzate dai farraginosi meccanismi di rappresentanza, una reale possibilità di libertà di organizzazione interna che non hanno mai conosciuto nella loro recente storia. E’ vero che gli organi sono dati, ma lo Statuto ed i regolamenti interni ne definiranno le modalità di funzionamento. Si tratterà poi per le scuole di evitare di replicare le regole preesistenti e di adottare statuti fotocopia – magari forniti dall’amministrazione centrale -,  ma la norma apre uno spazio per l’esercizio di una libertà e questo è ciò che conta.

In secondo luogo il Consiglio dell’autonomia non è la replica del Consiglio di istituto, potendosi aprire a due membri delle “realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi” del territorio. Ciò può essere un grande stimolo perché la scuola entri in attiva relazione con la società locale ed il sistema produttivo. 

L’esperienza internazionale dei Paesi dove l’autonomia scolastica è praticata da anni e in misura ampia (Inghilterra, Catalogna, Finlandia, Paesi anglosassoni) evidenzia con chiarezza che l’autonomia diventa più efficace quando le scuole superano il proprio ambito e danno valore aggiunto al territorio in cui sono inserite, anche mettendosi in rete tra loro e con il privato sociale, come previsto dallo stesso ddl 953. 

Anche il nucleo di autovalutazione rappresenta una novità per la diffusione di quella cultura dell’accountability, del rendere conto del proprio operato, che è esattamente il superamento dell’autoreferenzialità della scuola. Tanto più perché il nucleo di autovalutazione è costituito con un minimo di cinque membri, di cui almeno un membro esterno, un rappresentante dei genitori ed uno degli studenti. Vi sono le condizioni quindi perché l’autovalutazione possa essere governata dagli stakeholder esterni e non dal personale stesso della scuola.

La valutazione esterna operata dall’Invalsi entrerà poi in relazione con il nucleo di autovalutazione, per una corretta dialettica tra autovalutazione e valutazione esterna. 

Non si può negare che queste siano importanti novità per la cultura della valutazione nel sistema educativo, fino ad ora ancora troppo sottovalutata.

Infine si riconosce all’autonomia scolastica un proprio livello di rappresentanza. A livello nazionale nascerà il Consiglio delle autonomie scolastiche, composto da rappresentanti eletti ed anche le Regioni devono definire strumenti, modalità ed ambiti territoriali delle relazioni con le autonomie scolastiche e per la loro rappresentanza. E’ una novità che soprattutto a livello territoriale consentirà alle scuole autonome di interloquire direttamente con le Regioni e gli Enti locali, superando l’artificiosa rappresentanza oggi esercitata dall’ufficio periferico del ministero. Per altro le Regioni stesse, nel parere dato alla Camera, affermano di condividere sostanzialmente obiettivi e principi ispiratori. 

La legge sull’autogoverno delle istituzioni scolastiche non sarà ancora l’auspicato compimento dell’autonomia scolastica con la sua piena assunzione di responsabilità sulle risorse umane, strumentali e finanziarie, ma è indubbiamente un buon passo passo avanti.



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