SCUOLA/ Gontero (Agesc): famiglie e Regioni mettano il lavoro in “cattedra”

- int. Roberto Gontero

Abbiamo alle spalle una cultura liceale che ha demolito il valore dell’istruzione professionale. Ma si può cambiare, e famiglie e Regioni siano in prima fila. ROBERTO GONTERO (Agesc)

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“Siamo in piena sintonia con il ministro Fornero sulla valorizzazione dell’istruzione professionale”. Il presidente di AGeSC (Associazione Genitori Scuole Cattoliche) Roberto Gontero, interpellato da IlSussidiario.net, commenta così le dichiarazioni del ministro del Lavoro Elsa Fornero sulla valorizzazione del percorso di istruzione e formazione professionale (IeFP).

“Dalla rilevazione Isfol 2011 risulta che un giovane su due tra quelli che hanno frequentato un percorso di istruzione e formazione professionale (IeFP) triennale o quadriennnale (dai 14 ai 18 anni), presso agenzie formative private accreditate dalle Regioni, ha trovato il suo primo impiego dopo soli 3 mesi dal conseguimento della qualifica. D’altra parte le imprese non trovano i tecnici di cui hanno bisogno” dice Gontero.

Lei ha rilevato le grandi potenzialità della IeFP nel dare ai giovani una formazione spendibile sul mercato, al tempo stesso ha notato come le esigenze del mondo del lavoro non intercettino l’offerta formativa della scuola. Perché accade questo e cosa si deve fare?

Nella nostra associazione c’è una buona presenza di genitori che hanno scelto per i figli una scuola professionale paritaria. I dati di cui disponiamo evidenziano che tre ragazzi su quattro, diplomati in un istituto tecnico, trovano lavoro in tre mesi. E’ urgente spostare l’asse dell’impianto educativo italiano verso tipologie formative maggiormente mirate alle reali opportunità di lavoro. La responsabilità prima di questo ricade sulle famiglie, che possono ri-orientare i giovani verso il lavoro manuale e l’istruzione tecnica e professionale.

Perché l’istruzione tecnica e la formazione professionale non sono recepite come una reale alternativa, finendo per sembrare un ripiego rispetto allo studio tradizionale?

Questo è assolutamente vero: c’è ancora la mentalità che il liceo è l’alternativa migliore e le famiglie scelgono più volentieri scuole che danno una preparazione teorica. Abbiamo alle spalle una cultura trentennale liceale che ha demolito il valore dell’istruzione professionale. Qualcosa, però, sta cambiando anche perché si sta prendendo atto che non sempre il liceo e l’università garantiscono un impiego. Ci basta dare un occhio alle cifre che mettono all’ultimo posto il nostro Paese, per numero di laureati, rispetto alle altre nazioni europee.

Il 40% di giovani che vengono da famiglie con bassi livelli di istruzione non completano gli studi secondari (dato Ocse per l’Italia). Cosa le suggerisce questo fatto?

Noi, come Agesc, ci stiamo muovendo per dare ai genitori un sostegno concreto. Ad esempio, il prossimo anno partirà in Veneto un progetto in cui i nostri associati terranno corsi di italiano ai genitori provenienti dall’estero, in modo tale che questi ultimi riescano ad aiutare attivamente i propri figli. La scuola italiana, da parte sua, dovrebbe mettere in campo risorse economiche e di qualità di insegnamento per sostenere i ragazzi che hanno alle spalle famiglie disagiate. Un esempio positivo dell’impegno del ministero è lo stanziamento di 50 milioni di euro che è servito, secondo dati concreti, al miglioramento della lettura e della comprensione dei testi italiani nelle scuole pugliesi. Questa è la dimostrazione che grazie ad un piccolo investimento si possono ottenere grandi risultati.

Le percentuali di Neet un po’ si abbassano, quando consideriamo che i giovani coinvolti nella IeFP non sono intercettati da rilevazioni Ocse come Education at a glance. Però la dispersione, soprattutto al Sud, rimane alta. Cosa fare?

Purtroppo, occorre evidenziare che oltre Roma la formazione professionale è pressochè inesistente: è un paradosso perché nelle regioni meridionali la dispersione scolastica tocca percentuali molto elevate, pari circa al 30%. I dati forniti dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo durante il Convegno sulla dispersione scolastica, tenutosi la scorsa settimana a Torino, hanno evidenziato che nemmeno al Nord possiamo dirci soddisfatti, poiché restiamo al di sotto di tutti gli standard europei. Dal mio punto di vista, servirebbe potenziare gli accordi, che dovrebbero essere maggiormente sostenuti dalle istituzioni scolastiche e politiche, fra istituti ed imprese.

Per fermare la dispersione e favorire la vocazione personale dei giovani con percorsi adeguati, ci vuole più o meno Stato?

Occorre sviluppare percorsi di formazione professionale in quelle regioni, responsabili di questa tipologia educativa all’interno del sistema scolastico italiano, che li hanno abbandonati. In parallelo è opportuno valorizzare e incrementare gli istituti tecnici superiori (Its), introdotti dalla recente riforma. Sulla carta ci sono tutti i presupposti, ma ancora manca la volontà politica per agevolare anche a livello fiscale le aziende. Risultano, poi, ancora insufficienti le “passerelle” che i ragazzi utilizzano durante lo studio per un periodo di formazione nelle imprese. Un limite che pagano quando escono dagli istituti e non riescono a trovare lavoro.

Che cosa devono o possono fare le famiglie? Qual è la loro parte? 

Occorre partire dal presupposto che la prima educatrice è la famiglia, la quale dovrebbe avere come priorità la scelta di una buona scuola per i figli e questo è fondamentale per quelli che si apprestano ad affrontare il mondo del lavoro. Investire in istruzione, sia statale che paritaria, è la soluzione per dare ai ragazzi “le ali per volare alto”. Purtroppo, le istituzioni tendono a svilire l’importanza di un’educazione scolastica riducendo, il più delle volte, gli insegnanti a semplici impiegati statali.

Cosa pensa della riforma dell’apprendistato del ministro Fornero?

E’ un ottimo punto di partenza per evitare che l’apprendistato diventi una sorta di manovalanza da impiegare in azienda a costo zero.

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