UNIVERSITA’/ C’è la crisi? E il governo tassa gli studenti

- Andrea Oggioni, Marco Lezzi

Nel ddl Stabilità che il governo ha consegnato al parlamento è cuntenuto un provvedimento che penalizzerà il diritto allo studio. Come? Tassando i giovani. ANDREA OGGIONI (Clds)

monti_dipinto_conferenzaR400
Mario Monti (Foto: Infophoto)

Il 49esimo Consiglio dei ministri del Governo Monti ha deliberato il disegno di legge di Stabilità da presentare al Parlamento. Con la pubblicazione ufficiale del testo sono emersi dettagli preoccupanti. Il Governo si dimostra ancora incapace di tagliare la spesa dello Stato centrale e allo stesso tempo aumenta le tasse sui cittadini, oltretutto in modo iniquo. Di che si tratta?

In questi giorni hanno fatto molto discutere gli interventi che colpiranno specifiche agevolazioni per spese e donazioni di cui il contribuente può beneficiare. Si tratta di una franchigia di 250 euro che andrebbe a penalizzare una lunga serie di spese e donazioni sino ad oggi detraibili (sottraibili alle imposte dovute) o deducibili (sottraibili al reddito imponibile). Come denunciato dal Clds (Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio), ad essere colpite sarebbero non solo le spese mediche, le donazioni a enti non profit, ma anche le spese per l’istruzione superiore e universitaria, così come le donazioni a università ed enti di ricerca, anche allo scopo di finanziare borse di studio. È possibile quantificare l’impatto di tale provvedimento sul mondo dell’università e della ricerca? Certamente non assisteremo alla chiusura di nessuna università, non vi saranno fasce della popolazione affamate per questo. Dove sta quindi la miopia del provvedimento? Il Governo sta pian piano cancellando i pochi spazi di libertà e sussidiarietà previsti dal nostro ordinamento.

«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Così l’art. 34 della Costituzione definisce il diritto allo studio, un sistema finanziato quasi esclusivamente dallo Stato, in parte attraverso trasferimenti diretti da Roma, in parte (la più rilevante) attraverso una tassa (di 140 euro) che gli studenti universitari pagano ogni anno, in parte con risorse delle regioni. Questo sistema, recentemente riformato dalla Legge Gelmini, dovrebbe garantire a tutti gli studenti considerati “capaci e meritevoli” di poter scegliere liberamente dove e cosa studiare. Questo tuttavia non accade per insufficienza dei fondi statali e deficienze del sistema nel suo complesso: borse di studio di importo inadeguato, requisiti di merito insufficienti con conseguente dispersione delle risorse, livelli di reddito per poter ricevere la borsa eccessivamente ridotti rispetto al reddito medio delle famiglie italiane, qualità dei servizi e libertà di scelta da parte degli studenti in molte regioni non accettabili.

Fortunatamente non esiste solo lo Stato. In Italia vi sono ancora numerose realtà (singoli soggetti privati, fondazioni, imprese, enti locali) che donano denaro alle università sotto forma di borse di studio. Di fronte all’iniziativa dei privati, lo Stato come risponde? Tassando chi riceve questi benefici. Le borse di studio, eccetto quelle strettamente “statali” (ai sensi del D.Lgs. 68/2012), sono considerate reddito da lavoro dipendente. Così le università devono versare l’Irap sulle borse erogate, gli studenti devono pagare l’Irpef, le famiglie, se il reddito complessivo del figlio supera i 2.840,51 euro, non possono più considerarlo persona a carico (nulla di più irrealistico). Per quanto riguarda chi conferisce le risorse, le imprese invece già avevano una limitazione: le somme donate a scopo di borse di studio sono deducibili nel limite del 2% del reddito imponibile. Come se non bastasse, oggi il Governo vorrebbe penalizzare anche i soggetti privati donatori.

Qual è la ratio di tali provvedimenti? A fronte di maggiori entrate in misura trascurabile da parte dello Stato, si dà un segnale sconfortante a tutti coloro – università, privati cittadini, imprese – che ancora oggi si adoperano per investire nel capitale umano, unica vera risorsa da cui l’Italia più sperare di ripartire.

In uno scenario politico, economico e sociale desolante, sarebbe saggio investire non solo su rigore e sostenibilità di bilancio, ma anche sul futuro del Paese: si tratta di due aspetti che non possono trovarsi in contraddizione. Su questo tema il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari ha approvato all’unanimità una proposta per detassare le borse di studio. Il Governo e il Parlamento hanno ora l’opportunità di dare un segnale concreto agendo di conseguenza, senza più nascondersi dietro grandi promesse disattese, ma affrontando i veri problemi del Paese. I giovani chiamano, ma da troppo tempo non ricevono risposta.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori