SCUOLA/ E se dopo la “sbornia” delle 6 ore tornassimo alla proposta Bertagna?

- Roberto Pellegatta

Il problema è che la boutade sulle 6 ore in più potrebbe chiudersi senza dar luogo a una discussione seria sui veri tagli da fare e sul riassetto dell’ordinamento. ROBERTO PELLEGATTA (Disal)

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Francesco Profumo (InfoPhoto)

1.  Purtroppo la “boutade” inventata dalla Ragioneria di Stato col comma 42 dell’art. 3 del ddl Stabilità (secondo la più pura tradizione “tremontiana” dei tagli orizzontali) non è servita neppure a rimettere in pista una seria riflessione sull’organizzazione della scuola statale italiana. Qualcuno ha persino tentato di attribuire a quella proposta (6 ore in più per tutti o per assumere obbligatoriamente spezzoni o per fare supplenze, comunque gratuiti) la nobiltà di una “revisione della funzione docente”, discutendo su orari di insegnamento italiani ed europei.

Già dalla comparsa del testo alcune associazioni professionali (come quella di dirigenti scolastici Disal) hanno chiesto di stralciarne le parti riguardanti la scuola per trattarle in modo dignitoso e competente.

Il ministro Profumo, che per mesi aveva dato segnali di interesse alla qualità della scuola e sottolineato l’interesse ad una riqualificazione della professione docente, il 17 ottobre alla Camera si diceva disponibile a rivedere il ddl, ma poi (ahimè) si è riferito alla proposta definendola una “grande riforma”. “Gaffe” o lapsus che sia, se la disponibilità alla revisione esiste, la politica deve saper trasformare l’assurdo comma del ddl in un serio ragionamento sull’organizzazione della scuola.

Purtroppo, nel frattempo, quella “boutade” (come si fa a definirla meglio?) ha scatenato il putiferio e ha riattizzato la conflittualità (ne avevamo proprio bisogno), non favorendo certo un buon terreno per discutere seriamente su come coniugare razionalizzazione della spesa, risparmio, rinnovamento e sviluppo della scuola.

La proposta delle 6 ore in più ha fatto tornare la confusione e la corporazione: si sono visti di nuovo molti collegi docenti trasformati in assemblee sindacali, che hanno così riversato le conseguenze delle loro scelte sugli studenti e sulle famiglie, che con quella proposta, poveretti, non c’entrano proprio nulla. 

Di razionalizzazione della spesa nella scuola se ne parla da anni (fin dal “Quaderno bianco” del 2007), ma nessun intervento normativo ha affrontato il problema a partire dall’unico terreno efficace: una chiara e moderna visione della scuola, in grado di suggerire, insieme alle esigenze di risparmio e di riduzione degli sprechi, soprattutto quell’innovazione e sviluppo ormai così vitali per evitare il declino della scuola.

2. Il ddl tocca diverse questioni della scuola. Alcune di queste potrebbero essere rirpese in un contesto organico serio di ripensamento dell’organizzazione scolastica: il rinvio alla Conferenza Stato-Regioni di criteri più realistici per le dimensioni delle istituzioni scolastiche autonome;  la revisione organizzative degli Uffici scolastici regionali;  la regolazione delle iscrizioni agli esami di idoneità per studenti privatisti; la limitazione dell’abuso di permessi per la la legge 104;  il giusto riconoscimento agli assistenti amministrativi che svolgono funzioni di direttore amministrativo. 

Ma quanto all’idea della modifica dell’orario dei docenti c’è da domandarsi davvero chi l’abbia inventata.   

In realtà si tratta di questione vecchia e discusa da decenni. Non è vero che gli insegnanti italiani lavorano più di altri paesi europei: l’ultimo Rapporto Ocse sull’educazione lo documenta inequivocabilmente. Ma è altrettanto vero che il riconoscimento economico e sociale, a fronte del lavoro svolto, è basso. 

Se si vuole mettere mano al problema in modo serio occorre avere innanzitutto stima del lavoro svolto nell’insegnamento. Invece si è lanciato uno “schiaffo morale” considerando l’insegnamento di così poco valore da poter variarne l’impegno orario senza alcuna visione del suo utilizzo né riconoscendovi un corrispettivo. Come mai questo trucco non è stato proposto anche per i docenti universitari? Oppure per gli assistenti amministrativi o per i bidelli? Se la logica era quella di risparmiare diminuendo gli occupati con l’aumento dell’orario di servizio, perché non la si applica in tutto il pubblico impiego?

La strada scelta invece conferma la visione impiegatizia dell’insegnamento, disincentivando (come sempre fatto finora)  a fare di più e meglio e allontanando i migliori. Sul tema degli spezzoni orari nulla vieta che si chieda l’obbligo di accettazione ai docenti titolari delle scuole (potrebbe essere un primo passo verso scelte professionali full-time), ma è ovviamente assurdo fare questo a titolo volontario e gratuito.

Altre parti del testo del ddl, poi, denotano assoluta non conoscenza del sistema scolastico e dei suoi meccanismi, come il divieto della monetizzazione delle ferie, assolutamente impraticabile nell’organizzazione attuale. Altrettando assurdo l’impedimento all’esonero per i membri delle Commissioni per gli esami di Stato, che in questo modo dureranno sempre di più nel tempo, comportando quindi aumento di spesa.

3.  Credo che nessuna posizione associativa e politica seria rifiuti di considerare la necessità di contribuire tutti alla revisione dell’elefantiaca spesa pubblica. Ma la via indicata dal ddl Stabilità manca assolutamente di una visione equa e moderna dello Stato.

Sarebbe facile indicare recuperi di spesa cavalcando i risentimenti verso la politica o i vertici dello Stato. Anche se, però, è difficile definire peregrine proposte come, ad esempio, l’abolizione delle Province, il contributo di solidarietà da parte delle dirigenze apicali dello Stato, la restituzione da parte dei magistrati degli adeguamenti retributivi tolti da tempo a tutti i funzionari pubblici. 

Sugli sprechi nelle Province si sono “sprecati” servizi giornalistici, come quello sulla Provincia in Lombardia che ha usato tutti i fondi destinati all’edilizia scolastica per costruire la propria nuova sede, terminata poco prima delle richieste del Governo di modificare i confini.

Tocca alla politica ritrovare un sussulto di dignità e decidere la propria visione della scuola come bene della nazione.  

Da risparmiare sono i 183 milioni di euro indicati dalla legge 135 per il 2013:  molto meno dei 721 derivanti, entro il 2015, dalle misure proposte illustrate, sulla scuola, nella relazione tecnica allegata al ddl. Quindi il percorso non è impossibile.

4. Forse non è questo il momento (né per il tipo di Governo in carica, né per la situazione politica) di guardare a grandi prospettive. Ma un sistema che avrebbe coniugato risparmio ed efficacia formativa era quello presente nella prima proposta Bertagna (epoca del ministro Moratti), impallinata dalle forze politiche, economiche e sociali ed invece estremamenerte seria. 

Senza entare qui nel merito della visione complessiva, va solo ricordato (ai fini della discussione attuale) che quella proposta riconduceva il percorso scolastico a tre cicli di quattro anni l’uno, per terminare la scuola a 18 anni (un anno in meno dell’attuale: risparmio pari a tutti i tagli sulla scuola delle successive finanzarie). In fondo come in tutti i paesi europei, salvo poi dover avviare un serio (e autofinanziato) sistema di istruzione tecnica superiore (Its) ancora oggi assente.

Ora la politica deve accettare la sfida e cercare la collaborazione seria di chi la scuola la conosce: le associazioni professionali che rappresentano i dirigenti e i docenti. Se il ministro (e con lui i politici più attenti) ama la scuola quanto l’università, la deve difendere contro chi non la conosce, contro chi la tratta a suon di percentuali, ed accettare il confronto con chi invece ne conosce i meccanismi ed i reali bisogni.

 

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