SCUOLA/ E se tornassimo a insegnare la retorica?

- Giovanni Fighera

Oggi si studia al massimo qualche nozione di retorica, destinata per la maggior parte degli studenti a rimanere o una curiosità o una perdita di tempo. La proposta di GIOVANNI FIGHERA

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Statua raffigurante Marco Tullio Cicerone (Infophoto)

Quella che un tempo era l’arte del ben parlare e del ben scrivere, l’arte del persuadere, è ridotta nella scuola odierna allo studio delle figure retoriche, a una componente dell’elocutio, ovvero l’ornatus, un solo pezzo di quel gigantesco puzzle che è la retorica. 

Qualsiasi manuale di retorica antico o moderno, dal De oratore di Cicerone all’Institutio oratoria di Quintiliano, dai manuali rinascimentali all’ottimo Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli, presenta le cinque fasi di cui si compone la disciplina della retorica.

L’inventio insegna a recuperare gli esempi, le immagini, le storie, le prove più convincenti per sostenere una determinata tesi o per argomentare una questione posta.

Nella dispositio si impara a strutturare il discorso in modo che sia persuasivo. Così, il discorso si comporrà di un esordio, di una narrazione, di un’argomentazione della tesi propria e della confutazione dell’altrui, infine della perorazione in cui il retore dovrà assicurarsi il favore e  l’appoggio del pubblico.

Solo dopo queste prime due fasi preliminari, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, dalla correttezza (puritas) alla chiarezza espositiva (perspicuitas) alla bellezza del dettato (ornatus) attraverso l’uso delle figure retoriche, l’eleganza lessicale (elegantia), il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Questa terza parte della retorica che insegna a scrivere è chiamata elocutio.

Chiunque insegni o svolga attività in cui è centrale il rapporto con un uditorio sa bene quanto sia incisiva l’esposizione degli argomenti senza consultare appunti o libri. Chi parla deve possedere una memoria che gli permetta di esporre senza far riferimento al testo scritto o alla scaletta. Nella parte chiamata memoria il retore apprende le tecniche di mnemonica in modo da poter argomentare con sicurezza e per ore la propria tesi.

La fase conclusiva dello studio retorico comprende l’actio, in cui si apprende la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la postura corretta per tenere la scena di fronte all’uditorio. 

In poche righe ho sommariamente riassunto un apprendimento teorico e pratico che nell’antichità o nel medioevo avveniva durante l’arco di interi anni, fornendo una preparazione fondamentale per l’esercizio dell’attività politica, giudiziaria, letteraria. La disciplina della retorica era una grande madre di cui si avvalevano tutti gli studiosi, non solo i poeti e i letterati, ma anche gli storiografi e gli scienziati. Solo così si può comprendere come un’opera politica come Il principe di Machiavelli (1513) e un trattato scientifico come Il dialogo sopra i due massimi sistemi (1532) di Galileo Galilei siano a buon diritto diventati due classici della letteratura italiana. Solo nei secoli successivi le discipline si sarebbero affrancate dalla grande madre retorica. Oggi giorno un saggio scientifico non è anche un testo letterario, perché non è elaborato secondo le norme dei generi letterari e della classificazione degli stili. Seguirà evidentemente le norme della correttezza linguistica e della precisione e scientificità del lessico. In nessuna antologia letteraria compariranno, però, libri storici o scientifici contemporanei. 

Se fino al Seicento si assisteva al dominio incontrastato della retorica, propedeutica ad ogni sapere, oggi al contrario si assiste alla trasformazione in scienza di ogni disciplina. Ne sono prova le espressioni “scienze umane”, “scienze religiose”, “scienze letterarie”, “scienze filosofiche”, “scienze della comunicazione”. Non sorprende qui tanto la richiesta che ogni disciplina abbia un suo statuto ontologico e una sua serietà di studio, quanto la presunzione che discipline che sono sempre state separate dalla scienza, perché hanno un metodo differente, debbano oggi acquisire le stesse procedure di analisi tipiche dell’ambito scientifico. Il trionfo dell’illuminismo che ha esteso le sue ramificazioni fino al positivismo ottocentesco e al neopositivismo del secolo scorso ha ridotto la complessità dell’uomo e della realtà, sottovalutando o addirittura cassando quelle numerose facoltà umane che non sono contemplate sotto l’etichetta di “scientifico”.

Ma che è rimasto nella scuola di quella disciplina che era nata nella polis greca per l’agone politico, che era stata introdotta nella cultura romana per formare l’avvocato o colui che avesse voluto intraprendere il cursus honorum, nel medioevo era una delle discipline cardine del Trivio (insieme a grammatica e dialettica) e che nel primo Quattrocento era stata alla base della cultura di un Cancelliere di Firenze come Coluccio Salutati?

Tra le discipline di un liceo attuale è contemplato l’italiano inteso, per lo più, come storia della letteratura al triennio. Al biennio lo studente affronta la teoria della comunicazione, i testi letterari (dalla novella alla poesia), si fa un’infarinatura di figure retoriche da ritrovare in una poesia. Questo accade nei migliori dei casi. E poi il ragazzo si chiederà quale sia il fine del rintracciare le figure retoriche in un testo poetico. Gli apparirà come un gioco più o meno piacevole o gli sembrerà un’assoluta perdita di tempo, senza senso e alcuna utilità.

Ma, mi chiedo io, se il ragazzo fosse posto di fronte all’evidenza che l’uso della retorica e la facoltà di persuasione sono fondamentali nella quotidianità, vengono utilizzate in modo consapevole o inconsapevole, se lo studente avvertisse il fascino di saper parlare e scrivere bene, forse non percepirebbe come insostituibile lo studio della disciplina retorica a scuola?

La retorica non coincide con l’italiano del biennio o con la storia letteraria del triennio, non può neanche essere affrontata in maniera ridotta e parziale all’interno di queste discipline. Dovrebbe essere introdotta come disciplina a sé stante. Intendiamoci, però. Concordiamo con il massimo retore latino di tutti i tempi, ovvero Cicerone. La retorica, pur se studiata a sé, non è svincolata dagli altri saperi. Il buon retore deve avere una salda cultura, la più ampia possibile, deve amare la saggezza e la verità. Altrimenti potrebbe avvalersi delle sua abilità suasorie per fini cattivi. Cicerone era ben consapevole della veridicità del detto attribuito a Catone il Censore “rem tene, verba sequentur” (ovvero “conosci gli argomenti, le parole seguiranno”). Non è possibile separare, come sostiene la prassi pedagogica contemporanea, la competenza dalla cultura. Il saper fare viene acquisito attraverso l’apprendimento di un sapere. Ancora una volta, la contemporaneità fa rima con specializzazione e separazione.

 

Un tempo non c’era la parcellizzazione del sapere, ma un particolare come le figure retoriche (l’ornatus) era collegato al senso più complessivo del saper ben parlare e ben scrivere, cioè saper colorire l’espressione. La cultura di un tempo sapeva tenere assieme il dettaglio con il suo significato e la sua funzione. Oggi la specializzazione e la settorializzazione degli studi rischiano di perdere di vista il disegno più complessivo. 

Per verificare se quanto affermato fin qui abbia un fondamento facciamo un piccolo sondaggio. Chiediamo ad alcuni ragazzi del triennio che cosa sia la retorica e che cosa sia la logica. Chiediamo loro dove e in quali discipline a scuola vengano applicate logica e retorica. Infine, chiediamo loro quale sia la differenza tra “persuadere” e “convincere”. L’esito del sondaggio ci direbbe che la maggior parte degli studenti di un liceo non sa esattamente cosa siano logica e retorica.

Ma allora, come può un ragazzo scrivere e parlare bene se non conosce le due discipline che sono alla base di un discorso consequenziale, logico e ben scritto?

La logica ha come fine “convincere”. “Convincere” significa dimostrare una tesi partendo da dati, ipotesi di partenza considerate veritiere, utilizzando passaggi che siano consequenziali e strettamente vincolati tra loro (il verbo latino “vincio” ha il valore di “avvinghiare”, “tenere legato”). Se sono veritieri i dati di partenza, anche il discorso sviluppato con logica avrà i caratteri della veridicità. La retorica ha come fine la persuasione, che non è di necessità collegata alla verità e alla bontà del contenuto. Si può persuadere qualcuno anche a compiere crimini efferati. 

Alla base della logica e della retorica deve esserci l’arte del pensare e del ragionare. Ma la scuola educa davvero a pensare e a ragionare? 

 

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