SCUOLA/ Dire no alle 24 ore è difendere il peggiore statalismo?

- Gianni Zen

Niente più aumento delle ore per i docenti, al momento, anche se il problema da risolvere è quello della copertura finanziaria. La “scuola reale” intanto rimane sconosciuta. GIANNI ZEN

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Sembra che l’accordo, tra i partiti che sostengono Monti, sia stato raggiunto. Parlo della questione del passaggio dalle 18 alle 24 ore di insegnamento dei docenti. Resta il problema della copertura finanziaria, cosa per niente facile, viste le tante questioni aperte. Si arriverà alla cancellazione delle 6 ore in più oppure ad un compromesso a 20 o 21 ore? Difficile fare previsioni. Nel frattempo, stanno circolando diverse ipotesi di copertura finanziaria, alcune esterne (come il solito prelievo dalle spese militari, solito perché in tanti ci provano nelle diverse commissioni parlamentari), altre interne, come la riduzione del compenso dei commissari di maturità, oppure del fondo di istituto, o il taglio dei distacchi sindacali e ministeriali, ecc… Ma scovare tagli per 183 milioni di euro non è cosa facile. Perché, come è per la scuola, è anche per tutte le poste di bilancio, per cui è già da ora guerra aperta, per lo più sotterranea, tra tutti i “portatori di interesse”. Sempre che non salti la volontà del governo dei “saldi invariati”, cosa non scontata vista la situazione politica. L’unica certezza è la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio.

Resta perciò alta la tensione nelle scuole, al di là della promessa che la scelta del governo non passerà. Non solo per la questione in sé, cioè un aumento del lavoro senza aumento di stipendio, ma, in primo luogo, per il modo brutale adottato dal governo. Senza alcuna discussione preliminare, senza una valutazione di merito, come se la scuola fosse insignificante, irrilevante. Non solo. Ancora più difficile da accettare è il fatto che così viene disconosciuto il valore di chi la scuola la prende sul serio, con passione culturale ed educativa, col pensiero rivolto al bene dei propri ragazzi, al di là di questioni sindacali o stipendiali.

Ad essere sincero, come preside di un liceo con 2mila studenti e 160 docenti, mi aspetto sempre, anche dai grandi giornali e tv, dei contributi di comprensione della “scuola reale”. Ma non sempre sento avvertita l’esigenza di comprendere i problemi a tutto tondo; oltre anche le letture sindacali, troppe volte corporative e in molti casi sposate in modo acritico da alcuni esponenti politici, troppo preoccupati, più che dei problemi aperti, delle conseguenze elettorali. Perché se c’è un limite italiano, quando si affrontano le questioni di fondo, è questa situazione, tutta italiana, di permanente campagna elettorale, nella quale i problemi veri non vengono mai affrontati per non scontentare questo o quel settore, questi o quegli interessi di parte, ignorando cosa voglia dire “bene comune”. Cioè un bene il cui valore non può dipendere dalle opinioni, nel caso della scuola, dei docenti o dei presidi, essendo, in quanto “servizio pubblico”, un “bene sociale”. Per questo la scuola dovrebbe essere il primo settore di applicazione di una logica sussidiaria, e non più centralistico-statale, proprio perché, in quanto “servizio”, è di diretta responsabilità delle comunità locali. Come già avviene, con ottimi riscontri, in alcuni Paesi europei, ed in Italia nel nostro Trentino.

Per questo motivo, anche le recenti proteste non riescono ad appassionarmi, perché le scuole non sono dei docenti, come gli ospedali non sono dei medici, e le procure ed i tribunali non sono dei magistrati. Ma, in quanto “servizio pubblico”, sono, se così posso dire, dei cittadini.

Se la scuola è davvero compresa e considerata come “servizio”, primo investimento dei nostri ragazzi, dei nostri figli, solo allora potrà “pretendere” quell’attenzione che oggi molti rivendicano a mo’ di assioma fondamentale, mentre, come è in ogni “società aperta”, questo suo valore fondamentale va dimostrato, non preteso. Quindi non si tratta si rivendicare il valore-scuola, si tratta di “fare bene” la propria parte, come “servizio pubblico”. Per rispondere a questa esigenza “qualitativa”, richiesta da tutti, si deve dunque cambiare registro, anche la modalità di approccio.

Compresa la questione degli orari di cattedra dei docenti. Io non me la sento di condividere l’opinione di una indagine Censis di una decina di anni fa, che parlava per i docenti, grosso modo, di un “part-time mascherato”. Non è giusto nei confronti della stragrande maggioranza degli insegnanti che mettono cuore, competenza e passione educativa nel loro lavoro. Oltre, lo ripeto, i vincoli contrattuali, oltre le ore di cattedra.

Mi piacerebbe, ad esempio, leggere sui tanti siti dei e per i docenti della necessità di “valutare e diversamente compensare chi lavora e chi finge di farlo”. Il problema è che tutti i tentativi, sino ad ora, di realizzare questo scatto qualitativo del lavoro docente, si sono scontrati con il muro di gomma corporativo, centrato non sulla qualità, ma su un’idea di “mediocrità” del nostro lavoro. La stessa che alimenta un pregiudizio che non esiste più nel mondo del lavoro: tutti con lo stesso stipendio, con gli stessi diritti-doveri, al di là del merito. Ecco, per i lavoratori della scuola il merito sembra un tabù, mentre, lo sappiamo, è il primo valore di una società solidale. Mentre l’attuale corporativismo conservatore, che la scelta del governo paradossalmente conferma, è in realtà funzionale al dominante assistenzialismo, incapace di misurarsi sui risultati, non sulle sole intenzioni. Con la conseguenza, in passato, di gonfiare organici, moltiplicare la spesa, svalutare il valore sociale dello stesso lavoro dei docenti. Tutti dovremmo farci un bell’esame di coscienza, su questo punto.

Ora si tratta di rompere il fronte. Il modo scelto dal governo non è condivisibile, ma alla fine il fronte corporativo, del “tutti allo stesso modo”, va rotto.

Sarebbe bello che dalla “scuola reale”, e non dai corridoi ministeriali, partisse una discussione a tutto tondo sulla scuola, sulla domanda sempre più forte di qualità del “servizio pubblico”, cioè su un “servizio” inteso come concreto interfaccia con le comunità locali, cioè con la vera frontiera della vita delle nostre scuole. Oltre a quel neo-centralismo che, con la scusante del controllo della spesa, sta azzerando quanto di buono si sta facendo. Ci vuole una cultura sussidiaria, se si vuole la qualità, oltre le norme e standard nazionali, ci vogliono incentivi, risorse e adeguate verifiche. Per questo la revisione del Titolo V della Costituzione non può comportare che con l’acqua sporca venga buttato via anche il bambino.

In relazione a tutto questo, anche tante prese di posizione, più che chiarire una questione, finiscono per creare ulteriore confusione, perchè non si può ricondurre un problema serio ad una mera difesa dell’esistente, invece di riconsiderare il tutto in relazione a quell’“organico funzionale” tante volte richiest, e mai concesso. Quando mai si è discusso seriamente, partendo dalla esperienza di chi la scuola la conosce davvero, di reclutamento e governance, oltre che di risorse adeguate, non più a pioggia, cioè delle vere questioni aperte? Perché nei collegi dei docenti non si discute seriamente sui “saperi essenziali oggi”, e sulle modalità di coinvolgimento dei propri studenti? Basta risentire gli slogan degli studenti dei giorni scorsi, studenti non sempre consapevoli del fatto che quegli slogan, alla fin fine, sono contro di loro, contro la loro domanda di futuro.

In sintesi, se la scuola è giusto considerarla il primo investimento di un Paese che voglia alzare la testa e guardare in faccia il proprio futuro, se si vuole dare un minimo di speranza alle giovani generazioni, va cambiato il modo di leggere questa realtà. Si deve cambiare marcia. Ci vorrebbe un Piano Marshall, con al centro la “questione giovani”. Ma i politici nostrani, delle sigle vecchie e nuove, non so se siano consapevoli di questa priorità, con proposte coraggiose e fattibili, in grado di guardare oltre le prossime elezioni.

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