STUDENTI IN PIAZZA/ Lo specchio di una scuola che non risponde alle “domande”

- Giovanni Cominelli

Scontri e tensioni ai cortei degli studenti, ieri in diverse città italiane, contro i tagli alla scuola operati dal governo Monti. Il commento di GIOVANNI COMINELLI

scuola_studenti_poliziaR400
Gli studenti hanno manifestato in varie città (InfoPhoto)

L’autunno, da decenni a questa parte, porta le piogge e le manifestazioni degli studenti, inizio a ottobre, fine a Natale. Così parrebbe confermato, leggendo le cronache di ieri. Li ho visti passare sotto casa, una decina di poliziotti in avanguardia, dietro un centinaio di giovani con furgone al seguito, musica rock duro ad alto volume, in coda un’altra decina di poliziotti. Unica trasgressione, quella del Codice della strada, perché stavano sulla carreggiata, invece che sul marciapiede. Uno slogan poetico: “non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo!”.

Che cosa vogliono? Le piattaforme, se così ancora si possono qualificare, sono un mix disordinato di questioni scolastiche (costo dei libri di testo, i fondi per Erasmus, contro la scuola privata, contro i nuovi Organi collegiali – ancora in mente Dei – contro i tagli…), di questioni sociali (lavoro e costo della vita), di questioni politiche (contro il governo dei tecnici). L’assonanza con slogan di sinistra estrema politica e sindacale potrebbe far pensare che qualcuno li organizza, li porta in piazza, li usa o si accinge a usarli. Ma non si vede dietro nessun Centro di comando, coordinamento e controllo. Oggi bastano i social network. Allora, che pensare?

La prima responsabilità delle generazioni adulte è quella di capire esattamente, senza accontentarsi, a fronte di slogan ripetitivi, della reiterazione di interpretazioni scadute.

Intanto, c’entra la scuola in tutto ciò? No. Al cospetto dei ragazzi essa è, in primo luogo, uno spazio fisico, dove possono socializzare liberamente, principalmente con i loro pari. È un buon parcheggio coperto e riscaldato, fuori dalla vita reale, un mondo a parte. Sarebbe del tutto azzardato credere che la scuola fornisca a questi ragazzi una qualsiasi ipotesi interpretativa di ciò che accade nel mondo e a loro. La vanno a prendere da fuori, in rete, per lo più. Perché anche gli adulti che vivono nella scuola se ne stanno alla larga dal mondo, incapaci di collocare l’istituzione in cui operano nel contesto sociale, istituzionale e politico del Paese.

L’istituzione è stata progettata come separata, perché lo Stato doveva svolgere la stessa funzione del Dio di Malebranche – il più noto seguace di Cartesio –: garantire l’armonia prestabilita, in questo caso tra scuola e società. Il guaio è che la società è cambiata, la scuola no. La politica scolastica è affaccendata in questioni importanti (il concorso per i dirigenti, il Tfa, il concorso per insegnanti, “la scuola in chiaro” ecc…), ma tali da neppure sfiorare la condizione esistenziale dei ragazzi. Che ogni giorno si vedono passare davanti le due ore di italiano, le due di matematica, quella di latino e via verso l’eterno ritorno prossimo venturo della settimana e dei mesi e degli anni successivi fino a 19 anni.

Che cosa apprendere/insegnare è già dato una volta per sempre, così come l’organizzazione dell’apprendere/ insegnare. E non saranno certo le Lim a spiantare la tradizionale organizzazione della didattica. Dunque, la politica scolastica non parla ai ragazzi, se non attraverso riduzioni di servizi. Giacchè la riorganizzazione dei medesimi, che comporterebbe maggiore efficienza ed efficacia e anche minore spesa, implicherebbe la messa in discussione di interessi politici e sindacali, che i partiti si guardano bene dal proporre e che il governo tecnico, che dal voto dei partiti dipende, non può fare. Spesa complessivamente inferiore a quella dei Paesi Ocse, ma spesa malissimo.

Dunque, escono dalle scuole e dalle università forniti di scarsa conoscenza della politica scolastica e universitaria, scendono per strada, tirano qualche sasso, cercano di forzare un ingresso, proclamano slogan improbabili e a prestito, prendono qualche manganellata: insomma, che cosa vogliono!? Queste manifestazioni sono “un grido disperato di speranza”. Disperato, perché mai il Paese era giunto ad un tale livello di oscurità sul proprio futuro, ad una tale assenza di prospettive per i propri figli. La fine della Prima repubblica fu drammatica, ma non disperata. Si intravedeva già l’alba di una Seconda repubblica: l’89 e l’implosione del sistema dei Paesi comunisti, il movimento referendario, Mani pulite, la nascita della Lega parevano aver rotto la crosta terrestre e liberato energie telluriche. 

Viceversa, la crisi di questa sedicente Seconda repubblica, costituendo a sua volta il fallimento di una speranza, è disperata e basta. Solo l’8 settembre del 1943 è una data comparabile: il venir meno di un’idea di destino collettivo, di Bene comune. In questi mesi si è squarciato sotto i nostri piedi un sottosuolo fetido, da cui salgono miasmi di irresponsabilità, di avidità, di volgarità, che l’intero arco costituzionale ha rappresentato e coperto. I nostri occhi sono anche troppo cinicamente avvezzi a questi scenari e forse siamo già pronti a fornire giustificazioni ex-post. Si sa, il peccato originale colpisce tutti indistintamente; così è sempre stato e così sarà; pensare un mondo perfetto non solo è un errore, ma una bestemmia dell’orgoglio umano; è vero questo, ma è vero anche l’opposto; ci sono molte cose positive… Certo! Ma vai a spiegarlo ai ragazzi! Anche perché non fanno fatica ad informarsi su come vanno le cose altrove, dove pure “nessuno è perfetto” e dove le cose positive sono anche di più. 

Eppure, in questo grido c’è una domanda piena di speranza, che continua ostinatamente ad essere rivolta alle generazioni adulte. Il gridare è il segnale che i giovani non si rassegnano, che non accettano, che non intendono accontentarsi dello “stato di cose presente”. Si tratta di un grido lanciato nell’arena pubblica, che porta dentro molte domande, formulate in termini talora goffi e del tutto imprecisi e con metodi che talora violano non solo il galateo di Monsignor Della Casa, ma anche le regole fondamentali della convivenza civile. Il gesto più grave non sono le sassaiole contro le forze dell’ordine, ma l’aver bruciato a Palermo i fac-simile di un centinaio di schede elettorali.  

Forse a nessuno di questi ragazzi, che si autocertificano molto di sinistra, la scuola ha insegnato che questi gesti sono stati i prodromi dei movimenti fascisti e nazisti in Europa, che hanno incominciato a dare l’assalto alle sedi dei partiti, a bruciare le schede elettorali, poi i libri e poi gli uomini. Come scrisse il poeta tedesco Heinrich Heine già nel 1817, criticando il nazionalismo aggressivo delle Leghe studentesche tedesche (le Burschenschaften): “Dort wo man Buecher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen” ( Dove si bruciano libri, alla fine si bruciano anche uomini). 

E tuttavia… “il grido disperato di speranza” che viene dalle piazze non è un ossimoro fatuo, perché i ragazzi cercano interlocutori. Che siamo noi. Ciò che sta accadendo tra le giovani generazioni – e non sappiamo se questi movimenti siano destinati a gonfiarsi o a spegnersi come già altre volte – interpella noi adulti e ci costringe ad assumerci le nostre responsabilità nel tempo presente. E chissà che questa volta la nostra risposta non si perda, come cantava molti anni fa un mio coetaneo, “blowing in the wind”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori