SCUOLA/ Un prof: non sono un “facilitatore”, vorrei essere un maestro

- Gianni Mereghetti

Secondo uno studio svolto dalla Florida State University gli studenti ottengono risultati migliori se l’insegnamento è centrato su di loro. Ma questo che significa? GIANNI MEREGHETTI

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Caro direttore, uno studio di Donna Ellen Granger della Florida State University di Tallahassee, pubblicato su «Science», ripropone una questione decisiva per il mondo della scuola e il suo futuro. Le conclusioni di questo studio, che ha coinvolto 125 classi, per un totale di oltre 2.500 studenti di quarta e quinta elementare, appaiono provate e indubitabili: gli studenti ottengono risultati migliori se l’insegnamento è centrato su di loro, mentre se al centro vi è l’insegnante l’apprendimento si raggiunge a fatica e con esiti peggiori. Quindi da questo studio si evince che gli studenti devono essere messi al centro delle lezioni, e che l’insegnamento deve essere centrato su di loro e non viceversa. Con la conseguenza che deve cambiare la figura dell’insegnante, oggi sempre più definito come semplice facilitatore delle conoscenze anziché come colui che dalla cattedra le trasmette.

I risultati di questa ricerca propongono una questione che val la pena affrontare, anche perché ogni giorno dentro le classi si ripropone in modo più o meno esplicito. Che lo studente debba essere al centro delle lezioni è ormai riconosciuto da quasi tutti gli insegnanti; in un modo o nell’altro, chi non direbbe che spiega per gli studenti, che vuole che loro imparino, che è per il loro bene? Se è un dato di fatto che sia così, urge al tempo stesso che si chiarisca cosa mai vuol dire che ogni lezione ha lo studente al centro.

C’è infatti un modo di intendere questa affermazione che ribalta il sistema dei rapporti tra insegnante e studente senza portare nulla di nuovo. Se fino a qualche decennio fa era lo studente una semplice pedina che obbediva ai ritmi dettati dall’insegnante, oggi si corre il rischio opposto: quando infatti si dice che l’insegnante deve essere un facilitatore di fatto lo si elimina, perché in questo modo si sostiene, in modo più o meno esplicito, che egli deve farsi da parte, uscire dal processo educativo. Quanto più questo si realizza, infatti, tanto meno la figura dell’insegnante è essenziale.

Prima vi era l’insegnante, ora vi è solo lo studente, ma in entrambi i casi vi è una stessa logica ed è quella che esclude il rapporto dalla dinamica educativa. Ci si deve chiedere, di fronte ai risultati di Ellen Granger, se la prima conseguenza da tirare sia quella di trasformare l’insegnante in facilitatore e non invece quella di andare al fondo di questa urgenza a porre lo studente al centro del processo educativo. Sarebbe interessante andare al fondo di quest’ipotesi, affrontando la questione educativa come si pone ogni giorno in classe, sarebbe interessante chiedersi come si fa a mettere lo studente al centro di un’ora di lezione, e come questo possa essere efficace. 

In questa direzione mi permetto di osservare semplicemente che io mi rifiuto di essere un facilitatore. Voglio esserci io dentro il rapporto che ogni giorno si crea con i miei studenti, perché sono soprattutto io ad aver bisogno di loro: i loro volti, le loro domande, le loro osservazioni mi fanno capire di più ciò che porto loro, quelle conoscenze che comunico loro e che dentro il rapporto con loro diventano più vive, più mie. Sarebbe un di meno per me ridurmi a facilitatore, come se non c’entrassi in ciò che ogni mattina inizia, in quell’avventura di conoscenza che ogni volta prende il via da una mia proposta, ma che si arricchisce per il dialogo che genera. 

Se la scuola vuole mettere al centro gli studenti non ha bisogno di facilitatori ma di insegnanti che si impegnano a comunicare ciò che conoscono per impararlo di nuovo, più a fondo.

 

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