SCUOLA/ Così l’inglese gioca un brutto scherzo al concorso e ai Tfa

- Silvia Ballabio

Il ministro Profumo intende modernizzare la scuola e per questo la seconda lingua è fondamentale. Ma nelle prove del Tfa e di accesso al concorso sarà davvero così? SILVIA BALLABIO

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Il ministro Profumo, in un suo intervento relativo al dibattito suscitato dalla decisione dello scorso aprile del Politecnico di Milano di avviare insegnamenti magistrali in lingua inglese, si era espresso con forza in merito alle priorità che dovrebbero regolare l’azione del Miur e la prassi scolastica: “Chi si iscrive ad alcune facoltà deve già possedere solide proprietà linguistiche. Non può essere l’università a farsene carico, se non in fase transitoria. Bisogna cominciare prima”. Con “solide proprietà linguistiche” il ministro intende probabilmente quanto posseduto da chi “can understand with ease virtually everything heard or read. Can summarise information from different spoken or written sources…”. Questo è parte del descrittore per un C2, un proficiency user, nel CERF, il Common European Framework of Reference for Languages, o Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue, la scala a sei livelli approntata presso il Consiglio d’Europa per descrivere in maniera chiara le competenze linguistiche e cognitive in L2, vale a dire in una lingua europea. Certo proprietà equivale a skill, o abilità.

Ma quel che conta, si dirà, è il succo del messaggio, attraverso uno slogan efficace e chiaro. “Un tablet ai docenti del Sud”. “Bisogna cominciare prima”. “Prima”, recita il dizionario, significa “in un tempo precedente, anteriormente”. Supponiamo che il ministro abbia inteso riferirsi alla tranche di percorso formativo conosciuto come “scuola secondaria di secondo grado”. Quindi alla Riforma dei cicli. Alla riduzione dell’orario dedicato alla L2 in tutti gli ordini di scuola, provvedimento in linea con l’abolizione del lettore madrelingua, in un’ideale continuità di intenti e metodi con il precedente ministro Gelmini nella politiche riguardanti le lingue straniere.

Fa riferimento anche all’avvio del Clil nei licei linguistici a partire dal secondo semestre del corrente anno scolastico, a fronte di corsi di formazione per docenti Dnl (Docenti Non Linguistici), cioè chiunque sia laureato, ma non in Lingue, da parte delle università. Queste hanno presentato domanda entro il 10 agosto 2012, hanno saputo l’esito della loro candidatura e ora staranno approntando a tempo di record corsi metodologici per 20 Cfu per tutti gli iscritti, che saranno quasi sicuramente anche impegnati nella frequenza di un corso di lingua per farsi certificare il livello C1.

Se poi si è precari, ma abilitati, e appartenenti alla casta delle classi di concorso baciate dalla dea bendata della volontà ministeriale, si tenterà anche di prepararsi al concorso il cui bando per l’immissione di circa 12mila docenti, di cui 4mila nelle scuole secondarie, è uscito il 25 ottobre scorso, rispettando quasi perfettamente gli auspici del ministro. Nei ritagli di tempo, si andrà in classe, con un tablet nuovo di zecca in mano. Ma non se si lavora nella retrograda Torino.

La satira ha sempre avuto ben chiara la natura della suo compito; distorce, certo, esaltando un particolare in un quadro più ampio, ma così facendo mostra il limite insito in una codificazione di significato che, per sua natura, non è assoluta, ma in divenire, perfettibile, e quindi sempre nuova e ricca. Il particolare messo sotto la lente impietosa della satira è certo distorto, ma la sua distorsione è intesa ad illustrare follie per correggerle, se possibile, attraverso una critica che tenti di non infrangere la legge non scritta che regola la comunicazione: “Thou shalt not ignore context”. Nell’Italia della formazione universitaria la bandiera inglese (the Union Jack, the Star and Stripes, the Maple Leaf, o altro ancora?) non è stata piantata ovunque; è ben salda, e non da quest’anno, su alcune lauree magistrali, ma altri territori sono ancora terra di conquista, con la difesa del patrimonio della lingua madre e della libera scelta degli studenti universitari fra L1 e L2 preferita alla “pananglificazione” paventata da Claudio Magris sul Corriere della Sera.

I tablet sono un tassello del processo di digitalizzazione del Bel Paese, funzionale anche allo riduzione dei costi per l’espletamento delle operazioni burocratiche (registri, pagelle, comunicazioni scuola-famiglia e simili) così importanti per lo studente, e la sua famiglia; un cordone ombelicale di dialogo in cui il passaggio delle informazioni deve essere veloce, pratico ed ordinato.

L’insegnamento delle L2 è questione seria, e bisogna cominciare bene, e continuare bene, ed altrettanto importante è la possibilità formativa della metodologia Clil per tutti i giocatori della partita; docenti e studenti. Il Clil è una metodologia nata nel Nord Europa, con docenti delle elementari fluenti (nella lingua madre) e multidisciplinari e multicompetenti, in un’ideale riunificazione dei saperi che, per la L2, deve avvalersi del cooperative learning (“imparare cooperando” non è proprio come “lavoro di gruppo”…) nella progettazione ed erogazione di moduli e percorsi, e procedere per passi ordinati dalle Bics (Basic Interpersonal Skills, leggi “sapersela cavare”) al Calp (Cognitive Academic Language Proficiency) – acronimi che indicano il passaggio dalla infanzia alla maturità linguistica e cognitiva.

Nella prova di ammissione al Tfa per Inglese per l’anno accademico 2012/13, tuttavia, non vi è traccia alcuna né di Clil, né di Bics, o di Calp; certo, c’è Michael Lewis, ma per l’attribuzione dell’authorship della sua opera fondamentale, i cui principi, tuttavia, non sembrano interessare all’item writer. Fortunatamente compare una domanda sulle funzioni della lingua, ma il suo autore, Roman Jakobson, rimane il John Doe della linguistica. Mentre sia il Lad, the Language Acquisition Device, che la Generative Grammar, due delle idee storiche non solo della linguistica, ma anche della didattica della L2, sono entrambe ritenute irrilevanti per verificare le competenze didattiche e metodologiche di una nuova generazione di docenti che, ammesso che superi il Tfa, avrà a che fare con studenti idealmente tesi a conseguire una certificazione che sembrerebbe non avere nulla a che fare con un certo Noam Chomsky…

Cosa ci si può ora ragionevolmente aspettare nel test di preselezione dei 160mila potenziali candidati da tenersi il 24 ottobre per le 7 domande relative alla L2, il cui descrittore è “Conoscenza di una lingua straniera comunitaria al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue straniere”? Uno fra i tanti descrittori, e i tanti descrittori tratteggiano varie figure. Quella di un burocrate, che conosce il sacro verbo della normativa,  di un aggregatore sociale, che sa dedicarsi ai “diversamente abili”, di un informatico provetto, e, in due scarni descrittori, quella di un docente che deve conoscere i contenuti della sua disciplina e i suoi fondamenti teorici?

Si tratterà di 50 domande a risposta multipla, da farsi on line in 50 minuti, con esito immediato; 18 di logica, 18 di comprensione del testo, 7 di informatica e 7 di L2. Passing level, si direbbe in inglese, 35/50, quindi il 70%: 1 punto per ogni risposta esatta, -0,5 per ogni risposta errata, 0 punti per risposta non svolta. Il candidato dotato di abilitazione e magari anche di qualche competenza nella L2, ma acquisita e mantenuta attraverso viaggi, scambi, senza un percorso di formazione preciso, magari avrà una chance in più; altrimenti dovrà sperare di trovarsi davanti a quesiti che ha memorizzato 20 giorni prima dalla banca dati che il ministero metterà a disposizione, o optare per l’equivalente informatico dell’umiliante “foglio bianco”. E se per caso le sue competenze informatiche fossero anch’esse discrete, ma di tipo operativo, acquisite sul campo, il rischio di esclusione dalla prova successiva aumenterà.

Cosa ci si può ora ragionevolmente aspettare nel test di preselezione dei 160mila potenziali candidati da tenersi il 24 ottobre per le 7 domande relative alla L2, il cui descrittore è “Conoscenza di una lingua straniera comunitaria al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue straniere”? Uno fra i tanti descrittori, e i tanti descrittori tratteggiano varie figure. Quella di un burocrate, che conosce il sacro verbo della normativa,  di un aggregatore sociale, che sa dedicarsi ai “diversamente abili”, di un informatico provetto, e, in due scarni descrittori, quella di un docente che deve conoscere i contenuti della sua disciplina e i suoi fondamenti teorici?

Si tratterà di 50 domande a risposta multipla, da farsi on line in 50 minuti, con esito immediato; 18 di logica, 18 di comprensione del testo, 7 di informatica e 7 di L2. Passing level, si direbbe in inglese, 35/50, quindi il 70%: 1 punto per ogni risposta esatta, -0,5 per ogni risposta errata, 0 punti per risposta non svolta. Il candidato dotato di abilitazione e magari anche di qualche competenza nella L2, ma acquisita e mantenuta attraverso viaggi, scambi, senza un percorso di formazione preciso, magari avrà una chance in più; altrimenti dovrà sperare di trovarsi davanti a quesiti che ha memorizzato 20 giorni prima dalla banca dati che il ministero metterà a disposizione, o optare per l’equivalente informatico dell’umiliante “foglio bianco”. E se per caso le sue competenze informatiche fossero anch’esse discrete, ma di tipo operativo, acquisite sul campo, il rischio di esclusione dalla prova successiva aumenterà.

Dopo la cultura generale del Trivial Pursuit dei vari tests, anche quelli per gli studenti che accedono ai corsi universitari a numero chiuso, toccherebbe alla lingua straniera, fra altre cose, il ruolo di mozzare le mani. Con la “preselezione”, come recita il documento del Miur, dei candidati che hanno la tecnica adatta.

Un neolaureato ha avuto nel Tfa di giugno 2012, non ancora concluso, la prima possibilità da anni di ottenere l’abilitazione necessaria per accedere al concorso imminente – e quindi il concorso sarà per altri – non per il neolaureato – che invece una L2 l’ha forse anche appresa coi programmi Erasmus e similari. I candidati potenziali del concorso potrebbero effettivamente non conoscere bene una L2, ma l’idea stessa che si possa concepire nella selezione del personale docente del futuro la conoscenza della L2, verificata con 7 domande, come uno strumento di preselezione, è ingiusta. Non solo verso i docenti. Ma anche e soprattutto per lo statuto della disciplina. 

Usata come mannaia. Soprattutto se la risposta a certe domande, anche ora che il bando è uscito, non sembra essere nella preoccupazione del Miur, che ci informa solo che la banca dati con i quesiti sarà resa disponibile. Venti giorni prima del testo di preselezione. Ma i quesiti, non del ministero, ma dei candidati potenziali al concorso, rimangono: 7 quesiti su che contenuti? Lingua della comunicazione? Lingua accademica? Il livello B2 indicato per la prova di preselezione è proprio quello dell’Indipendent User, che accede a molti tipi di testi sia scritti che orali e ne sa creare alcuni. I suoi descrittori nel Cerf, che pure il bando del concorso cita più volte, sono molti, ed articolati. E difficilmente saranno verificati in 7 quesiti.  Anche perché i quesiti forse dovrebbero avere a tema anche la metodologia dell’insegnamento disciplinare in lingua (leggasi Clil), visto che nel 2014/15 qualsiasi studente, e un buon numero di docenti, sarà impegnato nel Clil. O no?

Signor ministro, come docente di L2 non gradirei di vedere usare la conoscenza di un oggetto complesso ed articolato come una lingua, e a dire il vero di nessuna disciplina, come uno strumento non tanto di valutazione delle competenze di futuri docenti, atto legittimo, ma come mannaia atta a far cadere tante teste. Più costruttivamente, le indicazioni europee in merito alla L2 mi sembrano più adeguatamente soddisfatte dalla possibilità di frequentare corsi di formazione linguistici e metodologici relativi all’introduzione del Clil, sia per l’immediato futuro, che per tempi più remoti, per dire di un’esperienza sulla quale, a titolo personale, in molte scuole si sono fatte esperienze. E si sono formati docenti.

Bisogna cominciare bene. Bisogna formare i formatori. Magari procedendo parallelamente, come è stato annunciato per i futuri concorsi, ad ammodernare quello che è una croce della scuola italiana; la necessità, vitale, dell’abilitazione. E la simultanea assenza di un “obbligo”. Quello della formazione.

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