SCUOLA/ I nemici del precariato? Sono gli stessi che lo difendono

- Sergio Bianchini

Per SERGIO BIANCHINI, è una palese contraddizione sentire il sindacato e la sinistra condannare l’aumento delle sei ore per i docenti, dicendo che in questo modo si elimina il precariato

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Condannano il precariato a parole suscitando da decenni il senso di colpa in tutti i governi spinti ogni volta a sanatorie che stabilizzano i precari storici, ma subito dopo esigono che la mamma del precariato resti ancora incinta.

Fa specie sentire il sindacato e la sinistra condannare l’aumento delle 6 ore per i docenti, prima previsto e poi cancellato, dicendo che così “si elimina il precariato”. Ci sono argomenti forti contro l’azione duromollista del governo, come l’assurdità di un aumento non retribuito, la non distinzione tra tempo cattedra e tempo scuola, la creazione del pericolosissimo precedente di una categoria statale con due mesi di ferie. E infine l’obiezione, che nessuno ha sollevato, sul carattere privatistico del rapporto di lavoro dei docenti introdotto con grande enfasi dal governo Amato che impedisce la modifica per decreto dei termini contrattuali. Dove sono i fini giuristi, gli spaccapelisti di professione? Questa è l’Italia, questa è la situazione disastrosa in cui ci troviamo. 

Il decreto era inapplicabile ma gli “intelligentones” hanno obiettato che “così si elimina il precariato”. Dimostrando al mondo intero la loro doppiezza, che alle persone attente è ben nota da decenni e che io ho definito antistatalismo-ultrastatalista.

In effetti il tema della creazione di una eccedenza di tempo docenza da dedicare alle emergenze ed alle varie necessità delle scuole, come gli interventi mirati di recupero e potenziamento, è cogente da almeno 30 anni.

Il ministro Falcucci (alla guida dell’Istruzione dall’82 all’87 sotto due governi Fanfani e due governi Craxi) era stato insediato come tecnico e proveniva non dai partiti, ma dalla carriera interna dei funzionari ministeriali. Pressato già allora dalla necessità di contenere la spesa e dalle grida dei sensibilissimi ed agitatissimi propugnatori delle sacre necessità didattiche, lanciò l’idea di ridurre le ore a 50 minuti e di dotare quindi ogni docente di 3 ore di residuo docenza settimanale da mettere a disposizione delle scuole. Apriti cielo! L’idea fu accolta da sdegno e dolore infiniti. Con mezzucci tecnici si bypassava il grande e solenne tema della formazione dei giovani, del futuro delle nuove generazioni ecc. L’umanesimo veniva distrutto dal “mero calcolo economico”!

Sempre in quegli anni, sotto il governo Craxi, fu firmato un accordo contrattuale che prevedeva l’aumento di 6 ore di docenza su base volontaria a fronte di un aumento di stipendio di 250mila lire.  Di fatto ne fu impedita l’applicazione e l’argomento quale era? Esattamente quello odierno.

Ancora oggi esiste una norma che consente ai presidi di assegnare ad un docente di ruolo spezzoni residui di cattedra fino a 6 ore settimanali, ma i nostri amici condannano come affamatore il preside che se ne avvalga e preferiscono le famose cattedre orario esterne dove un docente supplente racimola 18 ore magari sommando le 6 ore settimanali di ciascuna delle tre scuole con residui a cui viene assegnato. 

Tutte le commissioni orario (oltre agli alunni) conoscono il problema, che impone sempre di modificare, e magari più volte visti i ritardi delle nomine, l’intero orario della scuola per consentire la pendolarizzazione del precario ed i suoi movimenti da una scuola all’altra.

Tutti sanno, ma la dittatura dei signori della graduatoria è tremenda e vince sempre.

Di fatto il potentissimo contropotere scolastico rifiutava e rifiuta qualunque razionalizzazione a costo zero. E proprio in quegli anni (1983) la vera grande piovra dava il via alla guerriglia tempopienista, cioè alla lotta tremenda che unendo in modo improprio le esigenze delle madri lavoratrici, le esigenze dei disoccupati laureati, la fame generalizzata di stipendio del ceto medio meridionale e l’incoscienza dei pedagogisti utopisti del nord incapaci di comprendere i problemi gestionali, ha portato ad avere in Italia il curricolo alunni più lungo e quindi più costoso d’Europa. Dietro alle varie bandierine propagandistico-pedagogiche usate abilmente volta per volta dal contropotere superpotente sono visibilissime alcune costanti immutabili: garantire al docente statale l’uniformità della funzione e quindi la totale intercambiabilità dei posti funzionale al trasferimento ed all’autogestione dei collegi docenti. Garantire i pomeriggi liberi. Garantire stipendi uniformi. Garantire vacanze lunghe. Garantire la mancanza di controlli e valutazioni. Garantire percorsi di inserimento emergenziali che producano poi la sanatoria. Garantire la costante dilatazione del numero dei posti. E per 30 anni il gioco ha funzionato, di fronte anche ad un ceto politico molto interessato ad ottenere il sostegno da quella che Salvemini chiamava la piccola borghesia intellettuale, con le sue caratteristiche ottimamente descritte per quel che riguardava la vita politica meridionale ma divenute oggi caratteristiche nazionali.

Ma in questa palude avvolta dalle tenebre basterebbe poco per tornare alla vita, a costo zero.

L’idea della Falcucci guarda caso è in funzione in Baviera dove il curricolo prevede 30 ore settimanali di 45 minuti. Insieme alla generalizzazione del part time e all’introduzione del long time consentirebbero una funzione docente flessibile e (oddio!) persino soddisfacente con l’eliminazione del precariato. Ma bisogna sapere in anticipo che tutti coloro che nelle tenebre e nei miasmi della palude sono cresciuti, si opporranno durissimamente.

Senza questa determinazione continuerà la farsa dei progetti di “riforma” ed il declino di un Paese che preferisce trasformare lo Stato in uno stipendificio disastroso, costosissimo ed oppressivo piuttosto che dotarsi di uno Stato leggero ed efficiente.

 

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