SCUOLA/ I prof sono abbastanza svegli per andare in gita?

“Prof, dove andiamo in gita quest’anno?” è una domanda che ricorre in questo periodo. Perché la gita scolastica è una occasione realmente da non perdere? SERGIO PALAZZI

11.11.2012 - Sergio Palazzi
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I rituali non scritti dell’anno scolastico prevedono, tra metà ottobre e metà novembre, l’intensificarsi di domande come “prof, dove andiamo in gita quest’anno?” mentre, da parte di questa o quell’organizzazione sindacale, si cerca il motivo di turno per protestare contro il ministro di turno con il rifiuto di accompagnare gli studenti in gita. 

Una ricorrenza annuale non merita più che un articolo di costume, ma quest’anno a far notizia ci sono almeno due fattori. Uno, confermato da altri colleghi, è che gli studenti sono un po’ meno pressanti rispetto al solito. Escludendo che abbiano moltiplicato le occasioni “ludico-esperienziali” e sentano meno il bisogno dell’appuntamento più classico, è forte il dubbio che anche loro percepiscano la difficoltà economica e siano meno portati a disturbare il portafoglio di papà. Una simile presa di coscienza sarebbe una positiva maturazione personale, ma assai triste, perché un ragazzo non dovrebbe essere costretto a rinunciare alla dimensione del sogno e della fantasia, fosse pure per un obiettivo semplice ed ingenuo come passare qualche giorno e qualche notte con i propri compagni, lontano dai propri luoghi consueti. 

L’altro aspetto, quello delle contestazioni sindacali, quest’anno avrebbe appigli tutt’altro che pretestuosi, come l’inconcepibile idea di aumentare a tutti l’orario di lavoro a 24 ore (anche se ieri il ministro Profumo, a Torino, ha detto niente ore in più) e per di più “aggratis”. Su queste pagine se ne è discusso parecchio, ed a proposito delle gite mi ritrovo con il commento che Gianni Mereghetti aveva fatto a un intervento in cui Gianluca Zappa affrontava proprio questa forma di protesta.  

Evidentemente l’idea che prevale, anche fra molti colleghi, è che questi momenti siano solo svaghi rispetto al normale tran tran, e quindi prescindibilissimi. Per me, è vero tutto il contrario. Continuiamo a lamentarci del fatto che gli studenti non sentono la scuola come parte del proprio mondo e della loro esperienza, eppure vorremmo ritrarci proprio da quelle attività che maggiormente possono aiutarci a collegarli con quel che facciamo a scuola, in aula e fuori, e una visita di istruzione ben programmata può essere un reale progetto di ricerca. Ovviamente non parlo di certe gite in mete prevedibili e dall’aria losca, dove insegnanti beceri abbandonano al loro destino orde di barbari per poi andare a farsi gli affari loro. Purtroppo capita più di una volta, e in questo caso sono più che sensate sia le critiche, sia il desiderio di non partecipare: non riesco più a sopportare la splendida Praga invasa da scolaresche italiane allo sbando. Voglio parlare solo di progetti didattici che meritino davvero questo titolo: e la “visita” diventa davvero “di istruzione” se consente di immaginare, organizzare e vivere la dimensione del viaggio, del sé, del crescere; non per perdere il proprio tempo, ma per investirlo in vista del futuro. 

Lo scorso anno mi era capitato di raccontare una formidabile settimana a Barcellona, la cui motivazione tutt’altro che ovvia era una importante fiera di settore, contornata da appuntamenti scientifici; potrei raccontare numerose altre proposte che hanno avuto successo proprio perché motivate e pensate insieme. 

Cosa cerchiamo allora in questa esperienza? L’idea della preparazione innanzitutto: vediamo di sottrarre, ogni tanto, qualche mezz’ora alle nostre preziosissime attività curricolari. Accendiamo con i ragazzi un videoproiettore, entriamo in uno dei tanti mappamondi satellitari, e andiamo ad esplorare da vicino il reale terreno dove ci potremmo muovere. Studiamo insieme la logistica, verificando se ci conviene l’aereo, l’autobus o uno degli ormai rari treni cuccette. Studiamo le mete, le tappe intermedie e i motivi di interesse: non semplicemente per fare un piano abbastanza astuto da compiacere tutti i componenti del consiglio di classe, ma rispondendo a delle effettive e nostre curiosità. Invitiamo i più tecnologici a trovare delle “app” per telefonini e tablet che servano da guida e siano più stimolanti dei soliti giochini. Quante “aree disciplinari” può coinvolgere, una semplice attività di questo tipo?

Se ci rimproverano di non saper trovare la sintonia con chi è troppo più giovane di noi, è forse perché non sappiamo cogliere stimoli inusuali; penso ad un caso personale che mi è capitato di recente, grazie a mia figlia che sta attraversando il suo periodo heavy metal. Mi ha fatto apprezzare un gruppo svedese, Sabaton, che ha la curiosa caratteristica di dedicare i propri testi, spesso ben fatti, a reali eventi bellici della storia. Da qui può nascere qualcosa di originale come una ragazzina che agli esami di terza media del 2012 porta come proprio argomento nientemeno che la battaglia di Midway. Ma se poi il papà scopre che, tra i suoi studenti, più di uno condivide con lui la passione per quel gruppo, potrebbe nascerne un imprevedibile interesse della classe per la rivolta di Varsavia; o per i luoghi della Guerra dei Trent’anni, quasi ignota ai nostri programmi di storia. E magari per i campi di battaglia più sanguinosi e più dimenticati, come quelli tra Ypres e Passchendaele, che tra l’altro vedono anche la nascita della guerra chimica. 

Perché non costruire da qui una motivazione verso luoghi imprevisti come i centri minori delle Fiandre, dove ci sono città di cultura e centri di ricerca scientifici di altissimo livello, e che difficilmente i ragazzi avrebbero altre occasioni di incontrare? È chiaramente solo un esempio, che suggerisco come stimolo per cercare la sintonia sul valore formativo di un percorso originale. Parigi, Amsterdam o Roma avranno sempre la possibilità di vederle per altre vie.

Ancora una volta insisto verso le mete estere, che trovo assolutamente preferibili a quelle nazionali, senza mettere in dubbio che l’Italia sia un luogo unico ed incomparabile. Certo, per me è facile: noi da Como possiamo uscire dall’Unione europea anche solo passeggiando a piedi, e per vedere l’incantevole cuore d’Europa a Strasburgo dobbiamo fare meno strada che per vedere la capitale italiana. 

Ma l’esperienza di viaggio, per essere davvero tale, deve essere straniante. Introdurre un vero elemento di distacco, anche se non si parte per l’Ultima Thule o per l’Isola non Trovata. Meglio se con un piccolo gruppo, senza altri gruppi paralleli che parlano la stessa lingua, in un contesto non omologato. Con i vantaggi economici, logistici e organizzativi del viaggio all’estero di cui dicevo nel precedente articolo, e non solo perché la ricettività nostrana lascia spesso a desiderare. 

È che, prima o poi, bisognerà finalmente sostituire la frase “sono italiano, voglio conoscere il mio paese” con “sono europeo, voglio conoscere ed amare il mio grande paese”. Riflettendo poi accuratamente, al ritorno, su quel che si è visto e vissuto. Ditemi voi se, da simili considerazioni, non possono nascere ottimi motivi per risvegliare gli europei del futuro, preparati al confronto con quella cosa là fuori che chiamano mondo.

 



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