SCUOLA/ Un prof: c’è un “patto” Monti-sindacati che la danneggia

- La Redazione

La scuola non è nei piani strategici del governo dei tecnici. La maggior parte dei docenti non è spaventato dal lavoro: chiede solo qualità. La lettera di GIANLUCA BOCCHINFUSO

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Caro direttore, 

La scuola, purtroppo, non è nei piani strategici di questo governo. Il modo in cui il governo ha affrontato “il tempo-scuola docenti” e il contenitore economico-finanziario in cui l’ha inserito – un numero a saldo finanziario tra tutti i saldi – sono solo l’ultima prova che l’istruzione rimane “serie di cattedre e di voci di gestione” e non opportunità strategico-funzionale alla crescita del Paese. Lo “stralcio” avvenuto in Parlamento non cambia la sostanza. Le timide aperture fatte dal ministro lo scorso 22 novembre, nella lettera inviata a insegnanti e studenti, non ribaltano il punto di vista e rimarcano solo la matrice economica di ogni ragionamento e azione. Non un’idea progettuale di scuola.

Nel corso di questi anni si è raschiato il barile in profondità. Un esempio, l’innalzamento del rapporto alunni-docente per classe con esiti didattici e logistici disastrosi. Interventi solo contabili con un taglio esponenziale di cattedre che trovano l’ultima conferma nell’arenata proposta di innalzare l’orario di rapporto didattico a 24 ore per docente, lasciando ai margini qualsiasi riflessione sul profilo professionale del docente e sul suo inquadramento economico-giuridico coerente al ruolo e ai bisogni di studenti, famiglie e società.

Le tanto nominate “centralità dello studente” e “dignità sociale del docente” – rimbalzate nella scuola da ministro a ministro – si raggiungono attraverso profondi investimenti sulla scuola, a partire dalla riforma sistematica di un carrozzone fermo nella sostanza alla fine degli anni 60, se si esclude quella elementare. Questo orientamento acquisterebbe ancora più senso perché inserito in un momento di profonda crisi economica e di richiesta di redistribuzione di ricchezza e oneri tributari. Anche il sindacato – in ordine sparso (come conferma da ultimo il 24 novembre), mai con una visione univoca di scuola, barcamenandosi tra scioperi, cortei e assemblee di colore sempre più rituali – si muove su un piano di palese conservatorismo: uno sguardo all’indietro senza riuscire a veicolare i veri bisogni e le esigenze di rinnovamento che esistono tra i docenti. Un sindacato che muove parole d’ordine e rimescola paure, ansie, spirito di sopravvivenza, divisione tra generazioni e status docenti, “battaglie a metà” sul contratto nazionale, gli scatti di anzianità, la qualità dell’insegnamento.

La scuola deve essere riformata in profondità. Bisogna estendere le migliori realtà a tutto il territorio nazionale; bisogna eliminare sprechi e assetti precari (materiali e umani!) per nulla rispondenti ai piani pedagogico, organizzativo, didattico che la scuola tutta – come contesto mobile di insegnamento-apprendimento – deve avere.

Riformare la scuola significa: aprire alla meritocrazia con valutazioni periodiche del lavoro degli insegnanti in relazione alla professionalità del loro compito e agli esiti formativi degli studenti; spostare dall’amministrazione del Miur i docenti in ruolo che sono utilizzati in altri incarichi o altre istituzioni; svecchiare il comparto docente, facilitando il pensionamento del personale in servizio che vuole lasciare la scuola; eliminare il precariato, cioè prevedere, esaurendo le graduatorie permanenti e dell’ultimo concorso, le immissioni in ruolo dei docenti già in servizio e monitorare i Tfa con numeri legati alla reale disponibilità di cattedre su scala provinciale; investire nella formazione di docenti come facilitatori linguistici e mediatori culturali; prevedere soldi per le scuole da utilizzare per fini didattici evitando concessioni a pioggia; investire nelle scuole delle aree a rischio o a forte presenza di studenti di recente immigrazione; investire nella didattica laboratoriale con strumenti moderni e adeguati; modernizzare gli istituti rendendoli “belli” e vivibili; sviluppare, con progetti didattici mirati e con l’utilizzo delle nuove tecnologie, reti di scuole sull’intero territorio nazionale che possano anche diventare strumento per la formazione/autoformazione in servizio e il tirocinio; aprire realmente la scuola al territorio, come dispositivo pubblico di socializzazione ma anche per il reperimento di fondi da “girare” alla didattica; mettere in pratica l’articolo 33 della nostra Costituzione, tagliando il denaro pubblico destinato alle scuole private che fanno “servizio pubblico” (come paritarie) ma rimangono, per statuto, private se non addirittura confessionali.

Ultimo – ma il più importante non solo in relazione alle recenti prese di posizione di insegnanti, politici e sindacati – ridefinire il tempo-scuola del docente: 35 ore settimanali per tutti. Un tempo-scuola che prevederebbe settimanalmente – secondo il calendario e le esigenze dei singoli istituti anche in relazione alla legge sull’autonomia scolastica – oltre al rapporto didattico di 18 ore settimanali, la programmazione e la post-programmazione, la preparazione e la correzione delle verifiche, i consigli di classe e di corso, i collegi, le commissioni interne, gli incontri con i genitori, la formazione e autoformazione dei docenti in servizio, la valutazione e autovalutazione degli esiti formativi del lavoro, il tirocinio dei nuovi docenti, il rapporto con il territorio e le istituzioni, la collaborazione in rete con altre scuole.

Solo questo permetterebbe una nuova determinazione economica dello stipendio-base dei docenti in un’ottica e una dignità europee, con possibilità di incremento grazie a trasparenti parametri di merito, di crescita e di titoli professionali, di pubblicazioni. In sintesi, la formalizzazione di un nuovo profilo professionale del docente che abbia anche competenze di ricercatore ed esperto di didattica.

Queste sono le proposte che un governo dovrebbe fare ai docenti e le battaglie di riforma da portare avanti per un sindacato. La maggior parte dei docenti non è spaventata dal lavoro. Chiede solo qualità. Così come non avrebbe alcuna ritrosia a rispondere positivamente ad uno Stato che, durante i periodi di chiusura delle scuole, metta a disposizioni fondi per l’aggiornamento e la ricerca anche all’estero.

Chi lavora nella scuola, però, ha solo il potere di fare proposte anche attraverso questo canale. Scegliere spetta al governo e al parlamento. E passa dall’idea di Paese che hanno in mente.

 

(Gianluca Bocchinfuso)

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