SCUOLA/ Preside cercasi. Ecco perché non “si trovano”

- Paolo Franco Comensoli

Chi (non) è oggi il dirigente scolastico? Il suo ruolo è completamente diverso rispetto al passato, perché è il mondo ad essersi trasformato. PAOLO FRANCO COMENSOLI

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Nel nostro Paese, con alterne e a volte paradossali vicende, proseguono le operazioni dei concorsi per i dirigenti scolastici. In alcune regioni, per la verità, in modo assolutamente arruffato. I vincitori, che sono teoricamente i migliori, rischiano di arrivare alla nomina spompati e delusi, quando dovrebbero invece esse chiamati a investire le loro migliori energie. Nel contempo le numerose reggenze rischiano di rendere il ruolo dei “presidi” sempre meno legato all’identità, alla storia e all’unicità di ogni singola scuola, trasformandoli in “commessi viaggiatori” tra una sede e l’altra. Si può dire insomma che mentre i contributi pedagogici degli ultimi vent’anni sono stati rivolti a scoprire il “leader educativo”, il “leader per gli apprendimenti” e via dicendo, cioè un ruolo assolutamente educativo, la realtà si scontra con l’evoluzione pasticciata e confusa di una funzione sempre più indefinibile e burocratica. 

Val la pena allora di riflettere su questa figura professionale. In particolare per  coglierne il ruolo di raccordo tra scuola e territorio, messo a grave rischio dalle dimensioni eccessive delle istituzioni scolastiche e più generalmente dall’invecchiamento di una categoria che ha avuto tradizioni di eccellenza. 

Prima di tutto: cosa significa parlare di territorio oggi? Alla luce del processo di globalizzazione in atto, qual è il “contesto” all’interno del quale si svolgono i processi formativi formali e informali degli alunni contemporanei e di quelli immediatamente a venire? Quali sono i nuovi veri “confini” del territorio, quali le “nicchie ecologiche” delle nostre scuole?

È questa una serie di questioni tutt’altro che oziosa o futuristica. Osservatori attenti già da tempo azzardano analisi del nuovo “territorio” che si va delineando in maniera ancora sostanzialmente indistinta sotto i nostri occhi. Non a caso il termine coniato per rappresentarlo è quello di “nuvola”. Per Giovanni Cominelli “l’homo sapiens digitale del XXI secolo sarà avvolto da una velocissima ‘nube della conoscenza’ che proviene da ogni direzione del web. Il primo effetto: la società intera sarà percorsa da una corrente continua di conoscenza, informazione, ricerca e, pertanto, costituita di un tessuto potenzialmente educante diffuso e policentrico”. E pure un pedagogista accreditato qual è Giuseppe Bertagna scrive: “Internet, social network, videogiochi, smartphone, tablet, ipod, ipad, lim, cellulari, pc e così via. In vent’anni, le Ntc hanno prodotto un’autentica rivoluzione. Niente è più come prima per i bambini che crescono e per gli adulti che li devono crescere bene. L’input tecnologico modifica la topografia del nostro cervello e produce, di conseguenza, anche la possibilità di nuovi output comportamentali e mentali, finora mai registrati. Come è noto da millenni, del resto, il contesto modifica il testo. L’ambiente cambia quindi anche la nostra testa. Immaginare, perciò, di poter educare ed istruire le nuove generazioni allo stesso modo, negli stessi luoghi e negli stessi tempi di quelle che le hanno precedute è ingenuo o irresponsabile”.

Come si vede ci siamo affacciati ad un’era nella quale la dimensione territoriale perde inevitabilmente i connotati fisico-geografici, e anche quelli delle aggregazioni sociali e, si badi bene, persino quelli culturali e linguistici, per assumere contorni dinamici, labili e indefinibili. 

Anche i contesti territoriali alpini nei quali io vivo, per esemplificare, con i loro bei confini fortemente segnati dalle cime dei monti, dalle valli, dai laghi, dai fiumi e dalle abetaie, non bastano più a determinare un’identità culturale che pare essere sempre più fragile e cangevole. Ogni tentativo di fissarla in alcuni caratteri per così dire da “museo etnografico” è miseramente fallito. 

In prospettiva risulta assai difficile anche solo immaginare gli approdi di questo nuovo straordinario cammino dell’uomo. Basta una visione ecologica o culturale o amministrativo-istituzionale dello spazio o ne serve una globale, tutta da scoprire e inventare? O tutte queste raffigurazioni del reale sopravvivranno insieme? 

Pare insufficiente a decifrare il possibile futuro del concetto di territorio anche la triade, di evidente ispirazione marxiana, di “globale”, “locale” e della loro pretesa sintesi “glocale”. Una categoria, quest’ultima, che ha avuto un certo successo nella letteratura sociologica degli ultimi anni, ma che a me pare del tutto improponibile e surreale, un prodotto di ingegneria genetica che non esiste in natura. 

Più convincente e suggestiva sembra invece “la Via” di Edgar Morin, laddove suggerisce di andare “oltre le alternative”. “Per elaborare le vie che si ricongiungerebbero nella Via, dobbiamo far venire alla luce delle alternative: mondializzazione/ demondializzazione; crescita/ decrescita; sviluppo/inviluppo; trasformazione/ conservazione. Occorre, nello stesso tempo, mondializzare e demondializzare, crescere e decrescere, sviluppare e inviluppare, conservare e trasformare. L’orientamento mondializzazione/ demondializzazione significa che se si devono moltiplicare i processi di comunicazione e di planetarizzazione culturale, se si deve generare una coscienza di Terra-Patria, coscienza di una comunità di destino, si deve anche promuovere lo sviluppo del locale nel globale. La demondializzazione darebbe una nuova vitalità all’economia locale e regionale…

La scuola è totalmente immersa in queste dinamiche in continuo divenire, anche se non sempre pare accorgersene inseguendo, come fa a volte ostinatamente e ciecamente, modelli del passato. Non può sottrarsi però alle domande incalzanti di cambiamento e deve inevitabilmente aprire la finestra su un mondo che stavolta si annuncia per davvero “nuovo”.

È ora da chiedersi come si pone il dirigente scolastico in questi scenari di cambiamento. Volendo rappresentare con un’icona il ruolo e il posizionamento del dirigente scolastico rispetto alla scuola e al territorio viene alla mente una microscopica struttura del sistema nervoso, la sinapsi. Essa dal greco sunaptein, vuol dire “connettere”. È una particella altamente specializzata che consente la comunicazione bidirezionale delle cellule del tessuto nervoso (neuroni) tra loro o con altre cellule (cellule muscolari, sensoriali o ghiandole endocrine). Attraverso la trasmissione sinaptica, l’impulso nervoso può viaggiare da un neurone all’altro o da un neurone ad una fibra muscolare e viceversa. In realtà nella sinapsi le cellule coinvolte non entrano in contatto direttamente tra loro. L’aspetto sorprendente è che i messaggi vengono filtrati e non tutti passano. La sinapsi, quindi, ha una sua “intelligenza”. Senza la sinapsi tutto il nostro sistema nervoso sarebbe cieco e sordo, con gli effetti che è facile immaginare.

Così vedo il dirigente scolastico. Egli è un tramite intelligente e accorto tra la scuola che egli rappresenta, sia sotto il profilo giuridico, ma specialmente socio-culturale, e il territorio. Un particolare importante: quest’ultimo non gli è estraneo. È questo un aspetto poco approfondito, ma centrale del problema. Il dirigente scolastico rappresenta in qualche modo anche il territorio sul versante scuola. Ne è una sorta di mediatore culturale. Ne sa cogliere gli stimoli, gli orientamenti, gli umori persino, e li traduce all’interno della sua organizzazione, filtrandoli e selezionandoli. Se questo meccanismo s’inciampa, per qualsiasi motivo, la scuola si isola dal suo contesto e il territorio, che è comunque e sempre pervasivo ed esigente, scavalcando il dirigente scolastico, cerca altri canali di “penetrazione”, che saranno di volta in volta i social network, i gruppi di genitori, i docenti singoli o organizzati per gruppi sindacali o ideologici, gli studenti nel secondo ciclo, gli assessori o i rappresentanti del mondo economico e via di seguito. 

Il dirigente scolastico deve dunque essere costantemente “connesso”. Non può lasciare che altri svolgano il suo ruolo che è appunto di tipo “sinaptico”. Ecco perché egli deve essere radicato nel suo territorio. Non è un problema né di nascita né di etnia, sia ben chiaro. È un problema di “riconoscimento sociale” che in qualche modo il dirigente scolastico deve sapersi conquistare. Deve cioè essere “riconosciuto” come espressione autorevole e rappresentativa anche del contesto territoriale in cui opera. 

Va da sé che quanto detto non fa del dirigente scolastico un operatore solitario ed in qualche misura eroico e solipsistico. Egli deve valorizzare tutte quante  le risorse interne della scuola, formali ed informali, nel rispetto delle competenze, dei ruoli e delle potenzialità di ciascuna, ma mantenendo evidente, cioè, come detto, “riconosciuta”,  la sua centralità nei processi di comunicazione esterno-interno, alto-basso e viceversa. 

Ruolo tutt’altro che semplice e di altrettanto difficile codificazione in tecniche o processi ordinari e riproducibili. Difficile tradurre tutto ciò in un manuale. Si possono individuare e raccontare buone pratiche, ma quasi mai esse sono riproducibili in contesti diversi. Entrano in gioco infatti aspetti specifici che attengono al carattere, alla cultura, alla sensibilità dei singoli dirigenti scolastici. Ciascuno, in fondo, “recita a soggetto” questo ruolo così delicato e centrale nella vita della scuola d’oggi. È richiesta molta sensibilità, una visione olistica delle strutture in gioco, flessibilità ed intuito, pazienza e determinazione. 

C’è anche chi fallisce. E sono guai. Ma per fortuna c’è ancora chi raccoglie la sfida.

 

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