SCUOLA/ Cari prof (e studenti), “messaggiare” non è comunicare

- Silvano Petrosino

Giovanni Fighera ha richiamato su queste pagine il valore educativo che potrebbe avere, ai giorni nostri, l’insegnamento della retorica. Il commento di SILVANO PETROSINO

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V. Carpaccio, Agostino nello studio (1502) (Immagine dal web)

In prima approssimazione il concetto di retorica può essere efficacemente raccolto nella tradizionale definizione di «ars bene dicendi», «arte di parlare bene». Questa nota definizione permette di cogliere, senza troppi preamboli e senza particolari difficoltà, l’evidenza a partire dalla quale la retorica si costituisce come disciplina: il rapporto dell’uomo alla parola e i rapporti tra gli uomini attraverso le parole non possono essere adeguatamente descritti e rigorosamente indagati all’interno di un sapere che si limiti ad analizzare le grammatiche e le strutture logiche che governano i codici utilizzati per comunicare. L’uomo non è solo intelletto ma anche corpo e la sua esperienza è in ogni istante abitata da sentimenti e passioni, paure e timori, ecc.; di conseguenza è necessario considerare gli effetti che ogni atto di parola inevitabilmente produce all’interno delle diverse situazioni umane. 

Ora, è proprio una simile attenzione a costringere ad interessarsi a questioni relative all’efficacia comunicativa, all’eleganza formale, alla bellezza espressiva, ecc., sollecitando così l’elaborazione di un sapere che sia capace di concentrarsi sul «modo» stesso in cui ci si esprime: non è infatti sufficiente sapere parlare correttamente, dato che bisogna sempre sapere parlare anche bene. Si può dunque affermare, sempre in prima approssimazione, che la retorica, in quanto disciplina, si configura come il deposito di quell’ininterrotta riflessione sulla parola umana che si sviluppa a partire da una coscienza dell’atto comunicativo come fenomeno drammaticamente coinvolto in dinamiche che non sono riducibili alle sole necessità della verità logica e della correttezza grammaticale.

Tuttavia, ecco la grande questione, una questione che resterà sempre aperta, che cosa significa «parlare bene»? A tale riguardo vale la pena ricordare le perplessità di padre Lamy di fronte alla definizione della retorica come l’«arte di parlare bene per persuadere» (in verità questa definizione è simile ma non identica a quella ricordata in apertura), definizione ch’egli considerava ridondante perché non si «insegna» un’arte per fare male qualcosa, ma soprattutto perché ogni volta che si parla lo si fa sempre allo scopo di portare sulle proprie posizioni coloro ai quali ci si rivolge. 

In tal senso si potrebbe sostenere che «bene» significa proprio «capace di persuadere», «efficace» nel senso del riuscire ad imporre all’altro, proprio attraverso quel sapiente uso delle parole di cui solo la retorica detiene il sapere, la propria opinione. Il millenario conflitto tra filosofia e retorica, alle quali è possibile ricondurre quelle che sono state definite le «due culture» di riferimento della tradizione occidentale (quella scientifica e quella umanistica), riguarda il senso e le conseguenze di tale imposizione: infatti, obietta il filosofo, si può «dire bene» anche il «male», o «dire bene» anche il «falso» facendolo così sembrare «vero», con il risultato di riuscire ad «ottenere ragione» senza «avere ragione». È del tutto evidente che il prodursi di un simile «inganno» non può che avere conseguenze nefaste nei rapporti interpersonali tra gli uomini, fino al punto di mettere in pericolo, ad un livello politico più generale, la tenuta stessa del vincolo civile.  

Riconosciuto un simile pericolo bisogna però osservare che un’identificazione troppo precipitosa della retorica con l’«arte del discorso persuasivo», e parallelamente della persuasione con una «pratica dell’inganno», può dimostrarsi una semplificazione che si trasforma facilmente in una trappola per il pensiero. Così facendo si rischia di lasciare sullo sfondo, senza indagarlo, il nesso essenziale che lega tra loro l’intenzione comunicativa, che si pone all’origine di ogni possibile discorso, e quelle che devono essere definite preoccupazioni di natura retorica

Non si può infatti negare che in ogni discorso – dunque anche laddove non vi sia alcuna intenzione da parte di chi parla di ingannare, di manipolare la coscienza altrui o di imporre semplicemente la propria idea – è viva la necessità di tenere presente colui al quale ci si rivolge, lo stato delle sue conoscenza e il portato della tradizione in cui egli si trova inserito (è ciò che si definisce la sua «enciclopedia di riferimento»), ma anche la sua condizione d’animo, così come non si può fare a meno di prestare attenzione al contesto in cui l’atto comunicativo si produce, facendo di tutto per essere comunicativi. Tale intenzione comunicativa – quella che dunque sollecita ad essere, oltre che logicamente coerenti e grammaticalmente corretti, anche chiari, comprensibili, piacevoli, coinvolgenti, ecc. – non caratterizza un particolare tipo di discorso, ad esempio quello più strettamente persuasivo, ma è all’origine di ogni discorso nella misura in cui attraverso di esso il soggetto intende sempre produrre un determinato effetto all’interno della situazione data allo scopo di modificarla: questa «modificazione» non necessariamente è una «manipolazione», così come l’effetto che ogni discorso persegue non necessariamente è una forma di «inganno». In estrema sintesi: ogni atto comunicativo, proprio in quanto pretende o spera di esserlo, è inevitabilmente retorico. 

Il senso del richiamo alla cautela più sopra avanzato può essere così meglio compreso; in effetti l’interpretazione che immediatamente connette il «bene» retorico al «successo della persuasione», sottolineando in particolare la natura ingannevole della persuasione stessa, tende a trascurare la tensione retorica che, sempre e comunque, attraversa quello che efficacemente H. Lausberg ha definito «discorso in generale» per concentrarsi esclusivamente sulla problematica inerente al «discorso di parte». Da questo punto di vista è solo all’interno della «retorica scolastica» che la semantizzazione del concetto di «bene» secondo l’ordine del «successo persuasivo» può essere accolta e data per ovvia, mentre essa deve essere respinta o per lo meno problematizzata in relazione ad un concetto di retorica assunto nel «senso più largo». 

Lo studio della retorica è fondamentale per non cadere nella trappola di quella ingenuità che nell’esaltare la comunicazione (a proposito, non se ne può più di questa «retorica» sulla comunicazione) in verità la svuota di significato, dando così vita a quella caricatura senza dramma che finisce per concepire il comunicare come un semplice trasferimento di messaggi. A proposito: «messaggiare» non è un sinonimo di comunicare. 

 



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