SCUOLA/ In Italia avremmo bisogno di Obama o Romney, fa lo stesso…

- Francesco Magni

Tra i tanti temi di cui si è dibattuto nel corso della campagna elettorale americana, uno dei più rilevanti è stato quello dell’educazione. Il commento di FRANCESCO MAGNI

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Non sono un esperto di politica americana, ma ho seguito come meglio ho potuto attraverso internet e i social network la campagna elettorale per la corsa alla Casa Bianca e, tra i tanti aspetti che mi hanno affascinato e colpito, vi è stata la sorpresa che uno dei temi al centro del dibattito fosse quello dell’educazione. Così centrale che, in una fase concitata dell’ultimo confronto televisivo, il candidato repubblicano Romney si è trovato a ribadire più volte e con fermezza “I love teachers, I love teachers!” per ribattere alle accuse dello sfidante Obama. Durante il precedente agone televisivo del 3 ottobre, sempre Romney ha affermato, con una certa malcelata soddisfazione, che lui ama “le grandi scuole del Massachusetts. Le nostre scuole si sono classificate numero uno tra tutti i 50 Stati e la chiave per le grandi scuole è: grandi maestri. Quindi io respingo l’accusa di non credere nei grandi maestri!”.

Certo, anche negli States il corpo docente è numeroso e rappresenta una buona fetta di elettorato, ma questa constatazione non basta a giustificare che due tra i più importanti discorsi delle convention abbiano avuto al centro il tema education. Alla convention democratica di Charlotte, Julian Castro, sindaco di San Antonio, ha tenuto il keynote speech: il giorno dopo molti quotidiani hanno titolato il suo discorso con un emblematico “It starts with education”. Nel cuore del suo intervento Julian Castro ha ricordato quando andava al college con suo fratello, dove ha incontrato persone brillanti e intelligenti che pur avendo “lo stesso talento, lo stesso cervello, gli stessi sogni”, non hanno potuto proseguire gli studi con loro fino ad Harvard e a Stanford per difficoltà economiche. E il giovane sindaco democratico ha così concluso: “Ho capito che la differenza non era l’intelligenza. La differenza era l’opportunità. E noi dobbiamo investire in opportunità per l’oggi, per la prosperità di domani”.

Allo stesso modo, alla convention dei repubblicani a Tampa in Florida, ha suscitato una vera e propria ovazione l’intervento del governatore del New Jersey, Chris Christie: “Noi crediamo che la maggioranza degli insegnanti in America è consapevole che il nostro sistema deve essere riformato per mettere davanti a tutto gli studenti e permettere all’America di essere competitiva. Gli insegnanti non lo fanno per diventare ricchi o famosi. Loro insegnano perché amano i bambini”. E poi ha concluso con un attacco ai democratici: “They believe in teacher’s unions [sindacati]. We believe in teachers!”. 

Certo, qualcuno potrà obiettare che si tratta solo di slogan e poco altro, e forse è proprio così. Ma sinceramente faccio davvero fatica a immaginarmi un politico italiano, di qualunque schieramento, che incentri un suo intervento pubblico sull’importanza della scuola e dei nostri insegnanti. Semplicemente questo non è a tema nel dibattito pubblico: magari qualche volta è accaduto, ma sono ancora casi sporadici, subito sommersi da un vociare indistinto… (da segnalare, in controtendenza, il discorso di Matteo Renzi al Teatro Dal Verme di Milano conclusosi con un coraggioso ed accorato rilancio della professione dell’insegnante e dell’importanza della scuola).

Nella lunga marcia alla Presidenza degli Stati Uniti il tema della scuola e dell’educazione è ben presente anche nei programmi elettorali di entrambi i candidati, così come non mancano spot televisivi con accuse reciproche (e senza troppi complimenti…) di voler ridurre le risorse economiche da destinare al settore istruzione (si vede che i tagli lineari del professor Giulio Tremonti non sono ancora arrivati negli States…).

Scuola, insegnanti, allievi. Education. Accanto alla politica estera, alle ricette per superare la crisi economica, un grande Paese come l’America sembra essere consapevole che il futuro di una nazione comincia dall’educazione delle nuove generazioni e dall’investimento in capitale umano. Come recita quel famoso aforisma di Confucio: “Se vuoi investire per un anno pianta riso. Se per 10 anni, alberi da frutto. Se vuoi investire per un secolo educa dei bambini”. Negli Usa sembrano averlo capito. In Italia troppe cose sembrano più importanti e più urgenti, ma nascondersi dietro le continue (e spesso reali) emergenze non basta più. Negli ultimi anni la nostra classe politica si è troppe volte contraddistinta per un’assenza di progettualità, di ideali e di idee su questi temi fondamentali: all’affanosa ricerca di contenitori nuovi ha fatto seguito un disinteresse per i contenuti da mettere in gioco.

Per questi motivi, la campagna elettorale che è alle porte potrebbe essere l’occasione per rimettere al centro i contenuti, a partire dalla questione educativa, superando steccati ideologici fuori dal tempo (non siamo ormai nella terza Repubblica?) e favorendo un’ampio dibattito e una libera discussione a tutti i livelli. Tanti sono i nodi da affrontare: dal reclutamento dei docenti alla libertà di educazione, dal diritto allo studio alla valorizzazione della professione docente fino al rilancio e al sostegno della formazione professionale e degli istituti tecnici. Se c’è qualcuno cui interessa raccogliere la sfida, batta un colpo.

 

Twitter: @Francesco_Magni

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