SCUOLA/ Tutte le anomalie del dimensionamento “stile Lombardia”

- Marco Zelioli

Il dimensionamento delle scuole lombarde per il 2013-14 è una realtà. La Lombardia ha fatto la sua parte per diminuire la spesa pubblica. Non tutto, però, torna. MARCO ZELIOLI

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Immagine di archivio

Il dimensionamento delle scuole lombarde per il 2013-14 è una realtà. Le scuole del primo ciclo non saranno più 861, ma 795 (66 in meno); le scuole del secondo ciclo saranno 352 invece di 358 (6 in meno). Bel colpo, bel risparmio, la Lombardia ha fatto la sua parte per diminuire la spesa pubblica dell’Italia in crisi. Il  prossimo anno scolastico il rapporto medio di studenti per scuola, con una media nazionale di 860, in Lombardia supererà le mille unità. Viva la Lombardia, viva l’Italia – verrebbe da dire; e diciamolo pure, se si guardano i risultati di altre regioni italiane, dalle quali è arrivato poco più del consueto niente rispetto alle aspettative. È un passo avanti, in ogni modo, che da regioni come la Campania sia arrivato un piano di dimensionamento finalmente degno di rispetto, a confronto con le continue mancate decisioni degli anni dal 2000 al 2011. Ma torniamo alla Lombardia, per dire francamente che non è oro tutto quel che luccica.

Il giorno della delibera della Giunta regionale lombarda (13 dicembre), in conferenza stampa il piano è stato presentato come frutto di “approccio sussidiario” e di “valorizzazione della programmazione territoriale”. Espressioni un po’ esagerate. Un approccio veramente sussidiario non avrebbe portato, infatti, alla creazione di scuole intorno ai 1.500 alunni a poca distanza da altre che ne hanno a malapena la metà (parlo di situazioni di città, come a Milano). Una vera valorizzazione della programmazione territoriale non avrebbe portato al mantenimento di plessi così sparsi da non venir integrati in nessuna autonomia scolastica, ma rimasti disaggregati dal tessuto delle scuole autonome.

Diciamo, più realisticamente, che c’era bisogno (questo lo si deve riconoscere) di dare una “regolatina” a certe scuole sottodimensionate, e che questa volta il procedimento utilizzato è stato più “condiviso” che in passato. Ma non ha raddrizzato tutte le storture delle scelte passate. Per farlo, ci sarebbe voluto il coraggio di por mano ad una revisione complessiva della dislocazione territoriale delle scuole di ogni ordine e grado. Forse è mancato il coraggio di guardare alla “vera territorialità” dell’offerta formativa diffusa nella regione, e forse il coraggio del “vero rispetto della sussidiarietà” chiedeva troppo sforzo. Perché la sussidiarietà “vera”, cioé quella tutta intera (verticale e orizzontale), avrebbe richiesto il coinvolgimento non solo degli Enti locali più vicini al cittadino (questa è sussidiarietà verticale), ma anche delle comunità locali che esprimono, in virtù della loro stessa esistenza, la domanda educativa di base alla quale il servizio scolastico dà (cerca di dare) le risposte più adeguate. 

Arrivare a questo coinvolgimento significa realizzare anche la sussidiarietà orizzontale. Ma questo significherebbe avere uno sguardo più aperto di quello che hanno dimostrato di avere i “decisori politici” che hanno approvato il piano di dimensionamento. In poche parole, bisognerebbe guardare con altro spirito a tutto il sistema pubblico di istruzione e formazione, come definito dall’articolo 1 della legge 62/2000, la cosiddetta “legge Berlinguer”, che si è sempre citata (troppo sbrigativamente) come la legge sulla parità scolastica, mentre andrebbe meglio ricordata e rispettata come la legge che, se compiutamente applicata, sarebbe capace di imprimere quella svolta democratica verso la scuola della comunità locale (invece che a difesa della scuola dello stato) che ancora manca in Italia, e che invece è una scuola molto ben rappresentata e sussidiata in tutt’Europa.

Volontaria o meno che sia, la “spinta” della delibera regionale sul dimensionamento va verso una direzione diversa, che porta prima o poi all’accaparramento di tutte le forme del sistema scolastico da parte dello Stato, a detrimento delle realtà culturali radicate sul territorio. Tale tendenza traspare anche dall’uso di una terminologia molto “centralistica”, che quasi rasenta le idee educative dello stato-padrone che (da Fichte ed Hegel e Marx in poi) hanno fatto scuola nel secolo scorso, sia a destra che a sinistra – a seconda di chi aveva il potere. Basti questa citazione: “L’obiettivo è sviluppare i presupposti affinché la scuola sempre più risulti, da una parte, adeguata ed attuale rispetto alle prioritarie esigenze educative e formative anche nelle modalità innovative richieste dal contesto [fin qui il discorso fila bene ed è condivisibile da tutti] e, dall’altra, quale nodo di una rete culturale e sociale che si estende a tutta la comunità [qui cominciamo a vedere l’ombra dello statalismo che si allunga sulle realtà locali] in tutti i momenti della giornata [e qui ci avviciniamo al pericoloso mito dello “Stato educatore dall’alba al tramonto”] per costituire il motore ed il riferimento del territorio e del sistema sociale ed imprenditoriale” [e qui ci dobbiamo forse aspettare la prospettazione di qualche piano quinquennale di staliniana memoria…]. Solo il riconoscimento della vera libertà e autonomia della scuola può evitare di ricadere in tale errore (dal quale anche le scuole dei paesi ex dittatoriali dell’Europa si sono liberate, chi prima e chi poi).

Per quanto riguarda gli “obiettivi non raggiunti” dalla delibera sul dimensionamento delle scuole lombarde mi fermerei volentieri qui, ma – purtroppo – c’è dell’altro. 

È vero che il piano regionale ha dovuto fare i conti con il “permanere del vincolo di norma nazionale che impedisce di assegnare in via esclusiva dirigenti scolastici e direttori dei servizi generali e amministrativi (Dsga) alle istituzioni scolastiche autonome costituite con un numero di alunni inferiore a 600 unità” (400 nelle piccole isole e nei comuni montani). Ed è anche vero che – piaccia o no – la stessa norma nazionale ha sancito la “necessità di completare il processo di verticalizzazione in istituti comprensivi delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente in direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado”. 

 

Ma quasi stupisce, a questo punto, che gli accordi con le Province, l’Anci Lombardia e l’Ufficio Scolastico Regionale “al fine di consolidare la programmazione della rete scolastica regionale … in un’ottica di equità di trattamento tra le diverse realtà territoriali” abbiano prodotto il risultato di avere ancora “35 autonomie che non rispettano il parametro di 600 alunni e che anche per l’anno scolastico 2013-2014 non potranno avere un dirigente e un DSGA titolari”. E questo perché, come è stato enfaticamente sottolineato nella conferenza stampa di presentazione del piano, “nessun plesso scolastico è stato soppresso, ma si è provveduto ad accorparli diversamente in autonomie scolastiche”.

Non è una critica, quella che segue. È una (piccola) polemica. Le 73 autonomie scolastiche in meno che la Lombardia avrà nel 2013-14 rispetto al 2012-13 (poiché i 20 Centri per l’istruzione degli adulti, Cpia, non sono ancora costituiti, e quindi continuano a gravare su scuole del tutto “normali”) sono almeno state un sacrificio risolutivo? No, se ci sono ancora la bellezza di 35 scuole sottodimensionate… A parte il caso delle 10 scuole del II ciclo ancora sottodimensionate (forse perché “quasi uniche” nel loro genere), per le altre 25 del I ciclo non sarebbe forse più “produttivo” (ed economico), anziché andar fieri di non aver soppresso alcun plesso scolastico, preparare un serio piano di dismissione dei plessi poco frequentati, incentivando l’uso (anche consortile) di scuolabus per far andare a scuola i bambini in classi “vere”, anche se un po’ più distanti da casa? 

Oppure – e qui torna in ballo la sussidiarietà orizzontale – dare spazio decisionale alle comunità locali affinché sostengano da sole le proprie scuole (anche sottodimensionate, se vogliono), contando però su un sussidio statale uguale a quello che costa mediamente uno studente dell’analoga scuola dello Stato? Basterebbe anche un po’ meno: ci sarebbe comunque un risparmio, stando ai dati da tempo disponibili sul costo di uno studente di scuola statale a confronto con quello di una scuola paritaria.

A conti fatti la spesa non salirebbe, la qualità della scuola sì. E senza temere sperequazioni tra scuole “di qui” e scuole “di là”, così artificiosamente tirate in ballo ogni volta che si chiede di lasciare la vera libertà ed autonomia alle scuole. Infatti, non dimentichiamolo, la citata legge 62/2000 prevede che una scuola, per essere parte del sistema scolastico nazionale, debba dimostrare di rispettare e applicare le “indicazioni nazionali” (a garanzia dell’omogeneità del sistema); e la legge 53/2003 prevede che ogni scuola del sistema debba garantire dei “livelli minimi di prestazione” definiti in base a degli standard nazionali (a garanzia della qualità del sistema).

Piccolo particolare: gli standard di riferimento sono attesi da nove anni e non sono mai stati individuati. Forse questa è una buona materia di riflessione per chi si accinge a candidarsi per il nuovo governo…

 

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