SCUOLA/ Perché greco e latino fanno bene alla generazione “.net”?

- Maria Pia Biroccesi

Perché tradurre dal greco e dal latino è ancora oggi, nell’era della “generazione .net”, una palestra in grado di educare la ragione e insegnare a pensare? Il commento di MARIA PIA BIROCCESI

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Caro direttore,

negli ultimi tempi, l’esperienza quotidiana mi ha costretto a riflettere più frequentemente sul significato del tradurre dal greco e latino e ha rafforzato in me il convincimento del suo estremo valore formativo, anche per il generale scetticismo che al riguardo percepisco intorno a me, non solo tra i ragazzi, ma anche tra gli insegnanti e i genitori.

Cinquant’anni fa lo studio e la traduzione della lingua greca e latina costituivano davvero un momento privilegiato di tali discipline, quasi finalizzato a se stesso ( penso alla traduzione dall’italiano al latino che ho affrontato all’esame di maturità). Dagli anni ottanta raccomandazioni ministeriali ribadivano la necessità che lo studio linguistico e la traduzione dei testi non fossero separati dal resto della disciplina (autori, storia, letteratura antica), ma considerati propedeutici all’incontro con una cultura nuova. In tal modo l’esercizio di traduzione si accreditava come “quell’operazione speciale” che permetteva allo studente di familiarizzare con un testo apparentemente oscuro ed estraneo, e rendeva in un certo qual modo più viva e contemporanea la civiltà greco-latina. D’altra parte, l’esperienza scolastica continuava a rafforzare la consapevolezza di una sorta di valore aggiunto positivo inerente a tale esercizio: trattandosi infatti di lingue morte, per natura di difficile accesso e di non immediata fruizione, esso richiedeva in partenza non solo il possesso e l’utilizzo di conoscenze specifiche, ma, rispetto alle lingue moderne, maggiori capacità di intuizione, previsione e immedesimazione. Insomma lo studente, dopo la fatica e il dispiego di tanti mezzi, poteva sperimentare che il testo “per la sua umanità” – per dirla con Machiavelli – era pronto a rispondergli. 

Oggi invece, come ho già detto, appare fortemente indebolita la percezione dell’utilità dell’esercizio traduttivo, a mio parere almeno per due fattori: l’estrema facilità nel reperire ottime traduzioni dei classici da leggere e commentare e la sempre più scarsa e latente disposizione da parte degli studenti di svolgere attività che richiedano tempo, pazienza e fatica.

Mi sono domandata che cosa stia accadendo. Provo a rispondere citando da una lettura recente passi che mi hanno profondamente colpito per il valore esplicativo e la straordinaria attualità :“Non penso più nel modo in cui pensavo prima, me ne accorgo soprattutto quando leggo. Di solito mi risultava facile immergermi in un libro o in un lungo articolo, la mia mente si lasciava catturare dal racconto o dalla complessità di un ragionamento… oggi non ci riesco più, divento irrequieto, perdo il filo, comincio a cercare qualcos’altro da fare… l’immersione profonda che prima mi risultava naturale oggi è diventata una lotta”; “ora il cervello umano è naturalmente distratto. Siamo naturalmente attratti dal movimento, da ciò che cambia, non da ciò che resta fermo”. (J. Lynch, Il profumo dei limoni).

Nessuno può negare che la “generazione net”, quella cresciuta con Internet, abbia modalità di apprendimento sicuramente più veloci e immediatamente gratificanti, ma che, di fatto, oggi per la prima volta rischi di veder tramontare l’esperienza stessa del sapere (da sapere, provare il sapore, gustare), a causa di un uso banalizzato, indistinto, “una sorta di consumo” delle molteplici conoscenze che vengono accumulate e come divorate, senza che suscitino alcuno stupore o gusto. 

Non intendo  inoltrarmi in analisi sociologiche o dare giudizi di carattere assoluto, ma ritengo che la traduzione dal greco-latino proprio per questo assuma oggi un significato e un valore sorprendentemente nuovi:  in una cultura che, tra l’altro, tende a  matematizzare la realtà (calcolare, misurare) o a ridurla secondo preconcetti ideologici, l’atto in sé del tradurre può restituirci dimensioni e abilità che paiono atrofizzate. 

Trovandomi spesso ad affiancare il ragazzo in questo momento, mi sono accorta che nel corso di tale attività accade qualcosa di sorprendente e positivo: parlo della possibilità, per lo studente, di riscoprire, a volte di ridestare, se non di introdurre ex novo, capacità e operazioni mentali, procedimenti logici, nessi di concetti e quindi di parole, che sembrano sopiti, sepolti sotto misteriosi ingombri o tornati da paesi lontani.

Anzitutto il giovane, che oggi quasi sempre abborda il testo greco-latino in modo “musicale”, cioè armato della sola intelligenza istintiva, “cacciatore veloce più che contadino attento”, è  costretto a fermarsi di fronte all’imponenza inesorabile del dato, per di più “straniero”, cioè a qualcosa che lui può solo constatare, riconoscere e accettare.

Momento di straordinaria valenza formativa per l’attenzione, concentrazione, pazienza e precisione che richiede, doti così indispensabili nei vari ambiti del sapere come di ogni attività umana, ma che  nel nostro tempo giacciono spesso inutilizzate e inerti!

In secondo luogo, al ragazzo che sosta sul dato viene restituita la percezione della durata del tempo, e con essa la possibilità di accorgersi di tanti fattori che lo riguardano personalmente, quali la memoria, le conoscenze possedute, la padronanza della lingua italiana e la possibilità di riacquistare una familiarità con essa.

Da ultimo, se ha resistito, giunge al risultato e può fare esperienza del premio al suo impegno, con il senso di gratificazione che l’accompagna.

Vale la pena per l’insegnante, e talora per il genitore, cogliere sul volto del ragazzo l’espressione di sorpresa e di stupore, di compiacimento gioioso dopo che, accettata la fatica di non spostarsi dal testo, ne comprenda il significato prima nascosto e lo ripeta ad alta voce, come teso a farlo risuonare tra sé e sé per non perderlo.

In sintesi, l’atto del tradurre può restituirci a noi stessi, come esseri capaci appunto di “pensare”, come dicono i latini, cioè di “pesare”, soppesare, valutare le cose.

Lo spiegava già Isocrate, maestro di retorica del IV secolo a.C., che della sua disciplina, da alcuni considerata inutile, scriveva: “queste discipline, poiché non seguono lo svolgersi della vita e non sono d’aiuto all’azione, non potrebbero arrecare alcun beneficio, ma giovano nell’atto di apprendere …infatti quando gli alunni dedicano il tempo alla sottigliezza e alla precisione della astronomia e della geometria e sono costretti a volgere la mente ad argomenti di difficile apprendimento, e ancora, quando sono abituati a soffermarsi e sforzarsi sugli enunciati e sulle dimostrazioni e a non avere la mente distratta, quando in ciò sono esercitati e spronati, più facilmente e più in fretta sono capaci di accogliere e di comprendere i problemi più seri e più importanti”. Ad maiora.

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