SCUOLA/ Si può essere docenti senza essere anche padri?

- Marcello Tempesta

In che senso la funzione autorevole è condizione di sviluppo della libertà? E in secondo luogo, come recuperarla oggi? Dopo Claudio Risè, il punto di vista di MARCELLO TEMPESTA

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Tfa, odissea infinita (Fotolia)

Nel dibattito sviluppatosi negli ultimi anni intorno alla cosiddetta “emergenza educativa” la questione dell’autorità ritorna comprensibilmente con insistenza, essendone uno dei nodi fondamentali. L’importanza del tema ci impone di non accontentarci di una sua riproposizione in termini riduttivi e residuali: tale pare essere, ad esempio, una certa invocazione del “ritorno all’autorità” a fronte delle innegabili derive che caratterizzano molti contesti scolastici, figlie di decenni di spontaneismo pedagogico.

Tutto quello che può servire a ridare dignità alle istituzioni educative è certamente benvenuto, ma non possiamo pensare di uscire dall’impasse attuale con un semplice richiamo all’ordine e alle regole, o ammonendo che la “ricreazione”, figlia del ’68, è finita. Si rischierebbe di opporsi polemicamente ad un certo flusso culturale, condividendone in realtà uno degli assunti di fondo: una idea “negativa” e “limitativa” dell’autorità. Ma se l’intervento dell’autorità nella dinamica educativa ha al massimo il senso di riaffermare l’esistenza di norme, di contemperare gli eccessi della libertà, di evitare i guasti del permissivismo, ciò che rischia di sfuggire è la sua affascinante dimensione “positiva” e “generativa”: in che senso la funzione autorevole è condizione di possibilità e fattore dinamico di sviluppo di personalità libere e capaci di costruzione.

Questo lavoro di riscoperta non ha nulla di accademico, perché implica un’attenzione al darsi di qualunque reale esperienza educativa in atto; è invece questione vitale per il destino di una civiltà e per il futuro di una generazione di giovani, impedita nel suo cammino di realizzazione umana proprio da un vuoto di presenza adulta. Il problema educativo è infatti muovere la libertà, e la libertà è effettivamente mossa solo dall’attrattiva della verità, esistenzialmente incontrabile attraverso il gesto di chi, compromettendosi con noi in un rapporto paziente, la testimonia e la indica, producendo segni che indicano un senso (in-segnando).

L’autorità educativa, diceva Martin Buber, è una “selezione del mondo agente”: il suo gesto è sempre l’offerta di una ricchezza, di un patrimonio fatto di tante cose (conoscenze, valori, pratiche), ma ultimamente di una ipotesi di senso sul mondo, di una speranza. L’autorità educativa è insomma tale perché portatrice di una proposta sospesa nell’attesa di una risposta, che provoca la libertà e le offre concretamente la possibilità di esercitarsi, correndo il rischio del rifiuto e della contestazione ma contrastando quello dell’apatia e dell’omologazione.

L’icona insuperabile del rapporto autorità-libertà è, in questo senso, la parabola evangelica del padre misericordioso, che dopo aver dato i propri beni al figlio, manifesta le sue fondamentali virtù educative: quella di rischiare, stimando la sua libertà (senza chiudere la porta di casa per impedire di uscire), e quella di restare (senza abbandonare la casa, permettendogli di ritrovarla). 

L’educazione postmoderna tende invece a negare questa dinamica profondamente umana e questa statura dell’avvenimento educativo, oscillando tra l’utopia della radicale autoeducazione (nomadismo esperienziale teso ad accumulare il più possibile esperienze) e la più prosaica prospettiva della formazione (sviluppo di abilità socialmente utili).

Il discredito moderno nei confronti dell’autorità in campo educativo, naturalmente interpretata come opprimente e mai come liberante, è certamente figlia di una antropologia dell’autosufficienza, esemplificata  dal titolo di una canzone rock di un po’ di anni fa, che suona come un autentico progetto culturale: No guru, no method, no teacher. L’autorità ha ovviamente una sua opacità, che tante volte la espone alla degenerazione autoritaria: ma il sospetto generalizzato, il pregiudizio sfavorevole nei suoi confronti rappresenta in ultima analisi (come opportunamente richiamato su queste pagine da Claudio Risè) un esito consequenziale della secolarizzazione come negazione della Paternità. Il drammatico rischio è però – e questo è un interessante punto di verifica dell’importanza dell’autorità per il compimento dell’uomo – quello di una completa eterogenesi dei fini: l’assenza di rapporti autorevoli, lungi dal generare libertà e creatività, tende a generare smarrimento e omologazione. È quanto afferma Erich Fromm in Fuga dalla libertà: “Nel corso della storia moderna l’autorità della Chiesa è stata sostituita da quella dello Stato, quella dello Stato dall’autorità della coscienza e nel nostro tempo quest’ultima è stata sostituita dall’autorità anonima del senso comune e dell’opinione pubblica quali strumenti di conformismo. Essendoci liberati dalle vecchie forme palesi di autorità, non ci rendiamo conto di esser caduti preda di un nuovo genere di autorità. Siamo diventati automi che vivono nell’illusione di essere individui autonomi”.

In positivo, mi pare allora di poter dire che il valore della funzione autorevole può essere riscoperto nel nostro tempo eminentemente se si danno a vedere esperienze capaci di documentare e rendere sensibilmente evidenti i suoi frutti: personalità autonome e libere, cioè capaci di adesione vero e al bello, e perciò di sviluppo, di costruzione positiva, di amore al reale.

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