SCUOLA/ Docenti, non basta cambiare scuola per rimettersi in salute

- Anna Di Gennaro

Le richieste di trasferimento che giungono sempre più numerose da parte dei docenti non pongono solo un problema organizzativo. Il commento di ANNA DI GENNARO

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Provare a mettere sotto la lente d’ingrandimento la scuola italiana è doveroso e utile, se non fosse che chi legge dovrebbe anche avere gli strumenti adeguati per decodificare cosa significano le percentuali riportate in un recente articolo di Repubblica del 26 gennaio, nella pagina di Torino (“Secondo la sezione La scuola in chiaro del sito del ministero, mediamente in Piemonte chiede di spostarsi il 3,5% dei docenti delle elementari. Meno della media nazionale, che è al 4,3%. Ma il dato supera il 6% quando si parla delle sole primarie di Torino”) e comprendere meglio le cause del fenomeno migratorio degli insegnanti.

In particolare, per quanto concerne l’irrisolto problema del trasferimento, liberamente scelto o coatto, La scuola in chiaro fornisce dati molto utili, ma che occorre raffrontare per cogliere –almeno in parte – il problema sotteso al cambio di sede. Ogni anno si  possono reperire caratteristiche peculiari, non sempre correlate al territorio e al bacino d’utenza. Dal disadattamento alla fuga vera e propria il passo è breve. Chi si allontana, consapevolmente o meno, cerca un luogo di lavoro maggiormente appagante, un dirigente scolastico noto per saper gestire bene le situazioni di emergenza, colleghi disponibili al lavoro di équipe e genitori che sappiano svolgere il loro compito di educatori senza intromettersi troppo nelle scelte dell’insegnante.

Ma la componente onirica dei desiderata di un docente alla ricerca di una scuola “tranquilla” è quasi sempre disattesa dalla realtà. Se da Torino giungono notizie di un congruo numero di maestri in fuga da scuole dove insegnare è divenuto troppo difficile, occorre non sottovalutare da cosa nasce la richiesta spontanea o “suggerita”, spesso per “incompatibilità ambientale”. Consapevolmente o meno, chi chiede di cambiare scuola soffre per qualche motivo e crede di migliorare cambiando ambiente e relazioni interpersonali. Quando ciò avviene, l’equilibrio interiore si è già “rotto”, il disagio professionale è già iniziato e la ricerca di nuovi lidi cui approdare, solo una delle strategie di difesa che puntualmente preludono alla nuova rovinosa sconfitta in altra sede.

In essa il nuovo arrivato cercherà comprensione e troverà, invece, solo ciò che si porta dentro. Ci sarà sempre qualcuno che non comprenderà la sua sofferenza, qualcosa che non funzionerà a dovere. Genitori invadenti, colleghi incapaci di lavorare, dirigenti scolastici fissati su questo o quell’aspetto. Lentamente ma inesorabilmente chi si trasferisce per validi motivi comincerà a sentirsi vittima di soprusi e – a volte – anche di azioni di presunto “mobbing”. 

Prima di perdere la necessaria capacità di critica e giudizio, al docente in balia di se stesso non resta che fare autodiagnosi, come suggerisce questo brano estrapolato da un vecchio, ma non sorpassato articolo dello specialista Vittorio Lodolo D’Oria: “…Un cenno a parte merita la percezione – avvertita da numerosi pazienti – in base alla quale un soggetto si sente “mobbizzato”. Nei casi più importanti – e oramai avanzati per manifesto disagio psichico – l’individuo osservato si ritiene infatti, e non del tutto a torto, oggetto di un’azione di mobbing. Il confine tra la psicopatia e il mobbing è difficile da tracciare da parte dell’interessato in quanto le due realtà, dal suo punto d’osservazione, coincidono: infatti la persona che è a tutti gli effetti “attaccata” e messa all’indice dalla comunità circostante, ritiene tali atteggiamenti causa del proprio malessere anziché effetto”.

Resta valida la premessa di Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina (1908): “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”. Nuovo appello a non sottovalutare la questione del Disagio mentale professionale (Dmp) della categoria degli insegnanti, sia al ministro “tecnico” Francesco Profumo sia  ai suoi illustri sottosegretari designati a coadiuvarlo, durante questo frangente storico di transizione, nell’ardua impresa di usare correttamente proprio quella protesi indispensabile che è la lente d’ingrandimento… 

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