SCUOLA/ Lodolo D’Oria: salute dei docenti a rischio, Monti e i sindacati non fanno nulla?

Molto spesso i presidi non sono in grado di riconoscere i sintomi delle patologie da stress lavoro-correlato nei docenti. Cosa deve fare un Ds? Risponde VITTORIO LODOLO D’ORIA

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Foto Infophoto

Quanti docenti chiedono di cambiare sede? Molti, stando alla media nazionale del 4,3% segnalata nelle pagine del sito Scuola in chiaro del Miur. E il problema potrebbe essere più “grave” di quel che sembra. Non trattarsi, cioè, solo della ricerca di migliori rapporti interpersonali o condizioni lavorative – esigenze di famiglia a parte. Spesso, infatti, quello che potrebbe sembrare ad uno sguardo superficiale un semplice disagio, si rivela come la punta di un iceberg molto più grande. In altre parole, c’è di mezzo una patologia vera e propria, che andrebbe diagnosticata, nell’interesse degli insegnanti e dei loro allievi, il prima possibile. Il condizionale purtroppo è necessario, perché così non accade.
Il fatto è – scriveva già nel 2004 Lodolo D’Oria, tra i massimi esperti di burnout dei docenti – che il fenomeno del disagio mentale professionale «assume particolare rilevanza alla luce della nuova normativa sulla tutela della salute nei posti di lavoro (art. 28 del Dlgs 81/08 e s.m.). Questa pone in capo al datore di lavoro il compito di individuare e contrastare i rischi da stress lavoro-correlato (Slc) tenendo in giusto conto anche il genere e l’età del lavoratore. I dati del Ministero della Pubblica Istruzione, mostrano che il corpo docente è per l’82% composto da donne con un’età media di 50,2 anni. La categoria professionale dei docenti rientra tra le cosiddette helping profession e risulta essere maggiormente esposta ad usura psicofisica». Eppure, nonostante questo, «nell’opinione pubblica è ben radicata la convinzione che la suddetta categoria fruisce di una condizione privilegiata».
A quante pare, la situazione – è la denuncia dello specialista – non sta cambiando.

Vittorio Lodolo D’Oria, se le conseguenze da stress lavoro-correlato sono difficilmente riconoscibili ad occhi non allenati a leggere segni e sintomi del disagio mentale professionale (Dmp), chi può stabilire quando ci si deve preoccupare?

Il dirigente scolastico, e non altri, è sempre colui che ha il compito di riconoscere il disagio e gestirlo di conseguenza. Le espressioni (sintomatologia e segni clinici) del Dmp sono abbastanza stereotipate e piuttosto facilmente riconoscibili se si è a conoscenza del fenomeno (cosa tutt’altro che scontata per i direttori scolastici italiani). Ciò premesso, di fronte al sospetto di Dmp non si deve perdere tempo, ma valutare celermente tutti gli elementi a disposizione raccogliendo – con estrema discrezione – testimonianze e documentazione pregressa: ciò è utile a chiarire il quadro. Il conseguente invio alla Commissione medica di verifica (Cmv) per un accertamento medico d’ufficio deve poi essere corredato, a norma di legge, da una sintetica e significativa relazione d’invio al Collegio medico competente. Ogni elemento significativo riportato nella relazione deve essere suffragato da testimonianze e allegati alla relazione stessa.

Come si deve comportare un preside che riceve un insegnante “itinerante”?

È piuttosto frequente che, in seguito allo scaricabarile di un suo collega, un Ds riceva una cosiddetta “mina vagante”. Il dirigente non deve perdersi d’animo ma cominciare a raccogliere gli elementi utili di cui sopra, avendo cura di sostenere un colloquio col Ds dal quale ha ricevuto il prezioso “regalo”. È importante ricercare un dialogo con l’interessato, possibilmente in presenza di un testimone (es. collaboratore del preside). È buona norma verbalizzare il predetto colloquio.

Come relazionarsi con insegnanti dal comportamento strano o sospetto e provenienti da altra scuola?

Oltre a quanto detto, vale sottolineare che un Ds deve essere estremamente professionale nel rapportarsi con il lavoratore in Dmp. Avere bene in mente le proprie incombenze medico-legali, nonché i recenti strumenti messi a disposizione dal legislatore (vedi regolamento del Dpr 27 luglio 2011), rappresenta il primo passo indispensabile verso la soluzione di un caso, seppure complesso.

Quando è doveroso interpellare il collegio medico?

Tendenzialmente mai – a meno che non si tratti di un caso estremamente complesso – poiché deve essere rispettata la posizione di terzietà della Cmv rispetto al lavoratore e al datore di lavoro. Di norma il Ds deve essere in grado di rappresentare alla Cmv il caso di Dmp unicamente attraverso la relazione scritta in maniera esaustiva e sintetica.

Come farlo senza nuocere alla salute di ciascun attore?

Premesso che l’accertamento medico d’ufficio ha sempre il compito di tutelare la salute del lavoratore (anche nel caso che il Ds richiedente avesse altro fine), si consiglia di contattare direttamente la Cmv solo nel caso di estrema ed urgente gravità (es. pericolo per l’incolumità fisica del lavoratore stesso e/o dell’utenza). Passando attraverso la segreteria della Commissione si può richiedere un colloquio col presidente, dopo aver inoltrato la richiesta di accertamento, avendo l’accortezza di farlo almeno qualche giorno prima che la Cmv si riunisca. Contestare un provvedimento oramai deliberato e assunto dalla Cmv sarebbe è invece del tutto controproducente ai fini della risoluzione del caso in questione.

Cosa pensa di quello che il Miur sta facendo (o non facendo) in merito ai problemi appena descritti?

Né con la Gelmini né con l’attuale ministro la situazione sta migliorando. Le nuove tutele sulla salute dei docenti e sulla prevenzione dello Slc sono completamente inascoltate. A fronte del decreto 81/08 che contempla interventi di prevenzione contro l’usura psicofisica nelle cosiddette helping profession, nulla è stato fatto. Nessun fondo è stato stanziato e nessuna ricerca è stata effettuata o prevista. Eppure non ci vorrebbe molto a stabilire l’entità del problema: basterebbe raccogliere i dati dei Cmv sugli accertamenti sanitari per gli insegnanti. Ci si renderebbe subito conto che negli insegnanti devono essere prevenute soprattutto le patologie professionali di tipo psichiatrico e quelle oncologiche. Riguardo a queste ultime basti pensare che come inizio sarebbe sufficiente convincere le docenti (82% donne) a sottoporsi a mammografia: oggi la effettua solamente la metà delle insegnanti.

E per le patologie psichiatriche?

Per queste il discorso è più complesso. Andrebbe spiegato ai docenti che sono esposti al rischio professionale di contrarre psicopatologie (il loro lavoro comporta infatti usura psicofisica), e tale rischio aumenta se vi è un’anamnesi familiare positiva e una difficile situazione nella loro vita di relazione. Al contrario il governo – in completa controtendenza col decreto 81/08 – allunga l’età lavorativa senza premurarsi di accertare prima la vera condizione della categoria professionale. E ciò che fa più specie è il silenzio assordante dei sindacati che hanno paura degli stereotipi dell’opinione pubblica a fronte di quei pochi dati (raccapriccianti) disponibili sui loro iscritti.

Lei non traccia un quadro molto sereno.

No, infatti. La situazione potrebbe essere descritta in questi termini: governo schizofrenico, sindacati inadempienti, dirigenti scolastici impreparati (ci sono studi valenti a testimonianza di ciò), docenti ignari sui loro rischi e sui diritti/doveri nella tutela della salute. Possiamo aspettarci qualcosa di buono da questo scenario? Solo la cronaca nera se ne potrà avvantaggiare.



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