SCUOLA/ Se vuole educare, insegni come si “lavora”

Scuola, mondo del lavoro, orientamento. Spesso mondi non comunicanti, con il terzo chiamato a fare da ponte, in modo spesso artificioso e fallimentare. Il commento di CRISTINA CASASCHI

28.04.2012 - Cristina Casaschi
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Studenti nel laboratorio della Ducati (Immagine d'archivio)

Orientamento della persona, orientamento a scuola, orientamento al mondo del lavoro; questioni che è facile affrontare con la retorica della consequenzialità, svilendone la rilevanza.

Si dimentica spesso e volentieri che l’orientamento non è un concetto, non è una coordinata geografica, e non è nemmeno soltanto un volgersi in una direzione (orientarsi, volgersi ad Oriente). È un volgersi verso una direzione, intraprendendo passo passo un tragitto, seguendo un’attrattiva – che è l’unica cosa che muove sanamente la persona – utilizzando non solo la propria mente e il proprio cuore, ma anche e soprattutto il proprio corpo, inteso come unità ed integrità dell’essere.

È, in sintesi, fare un’esperienza, tenendo presente che non tutto ciò che viviamo costituisce un’esperienza. Esperienza è vivere accorgendosi di vivere, giudicando ciò che accade, possibilmente non da soli perché uno sguardo condiviso riesce sempre ad essere più profondo e radicale. Allora orientarsi significa sì conoscere sé, come spesso si recita pensando che ciascuno debba seguire le proprie attitudini ed i propri interessi, ma è un conoscere sé non “guardandosi riflessi nello specchio dei propri desideri illusori” bensì scoprendosi via via in un contesto reale con il quale ci si impatta, e che ci restituisce tanto, quanto più si posseggono e si utilizzano strumenti e criteri adeguati per leggere questo messaggio di realtà.

Realtà che oggi però, lo sappiamo, anzi, lo viviamo quotidianamente, è articolata, complessa, non di rado contraddittoria e disarmante.

I dati dell’Oms documentano gravi forme di disagio in oltre il 20% degli adolescenti, in Italia secondo l’Inps (e sono dati del 2010, quindi forse ottimistici) abbiamo 641mila ragazzi tra i 14 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e nemmeno cercano un’occupazione, mentre secondo i dati della Commissione europea i Neet (Not in Employement, Education or Training) salirebbero addirittura all’incredibile cifra di 2.100.000. D’altro canto il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è al 31,9% (Istat); sappiamo che nel Nord le cose vanno un po’ meglio rispetto alla media, ma non mancano i segnali d’allarme: in Lombardia (dati Commissione europea) è passato dal 12,8 del 2007 e dal 12,5 del 2008, al 19,8% del 2010.

I dati sulla dispersione scolastica, che sappiamo essere difficili da rilevare univocamente, dal 2010 (19,2%) risultano in calo, sebbene ancora molto lontani dall’obiettivo di Lisbona del 10%. Ma la consolazione sparisce di fronte allo sconcerto dei segnali relativi alla dispersione nascosta, se così possiamo chiamarla; per vederla basta osservare la demotivazione, il disincanto o l’apatia di tanti ragazzi nelle nostre stesse case, e non si pensi solo a chi va male a scuola, visto che il disamore è rilevabile anche tra chi ha risultati più che sufficienti, senza contare il quasi 40% di sospensioni del giudizio o bocciature nella secondaria di secondo grado (dati servizio statistico Miur 2010-2011).

Un dato del genere non può, oltre che far nascere domande sul vissuto dei ragazzi, non interrogare la scuola e la sua responsabilità nei confronti della riuscita. E per “riuscita”, termine che mi pare più congruo di “successo”, non intendiamo necessariamente o esclusivamente riuscita scolastica, quanto piuttosto il fatto che un giovane possa scoprirsi “efficace”, capace di incidenza personale e creativa sulla realtà e a questo prenda gusto.

Oggi più che mai un giovane non può essere lasciato solo, ha bisogno di maestri che lo accompagnino nel fare esperienza, e che di essa predispongano le condizioni: non per rendere tutto simulato o “artificiale” (l’artificio è un grande nemico dell’educazione), o più facile, “abbassando lo scalino” delle difficoltà, ma per dargli una mano affinché lui stesso sia in grado di affrontare lo scalino con le sue forze.

Ha oggi la scuola quelle stesse doti di intenzionalità, ragione, responsabilità e libertà che chiede al ragazzo di mettere in campo nella crescita? Vuole davvero agirle? E come l’incontro tra due volti diversi di un unico corpus di esperienza, la scuola e il lavoro, può dare origine ad un’alleanza che rigeneri reciprocamente? Fare una traduzione dal greco o misurare la ghiera di un rubinetto possono essere entrambe situazioni nelle quali il ragazzo vive un’esperienza di senso, che gli permetta di fare un esame di realtà, mettendo in gioco se stesso, il suo desiderio e la sua volontà?

Il Seminario che si è svolto il 23 e 24 aprile scorso (“Scuola… Al lavoro. Nuovi scenari e opportunità nell’incontro tra scuola e mondo del lavoro”), nell’ambito del progetto Il futuro è oggi: orientare per non disperdere, organizzato da Ansas, ex Irre Lombardia, si è proposto di problematizzare queste domande, e di tracciare qualche linea di risposta.

Ciò che è emerso con chiarezza è che esistono nella scuola spazi vivi di rinnovamento pulsante, fatti da persone che lasciandosi interrogare dalla concreta umanità di chi hanno di fronte, ovvero dalla domanda di senso che i ragazzi – oggi – urlano sempre di più anche con i loro silenzi, e dal contesto nel quale tutti siamo immersi, sanno accompagnarli alla scoperta di sé e di ciò che li realizza, invece di abbandonarli in balia di quel “galleggiamento” esistenziale al quale sempre più spesso si ricorre per descrivere la condizione spirituale dei giovani.

La scuola, si sa, ha spazi di autonomia più funzionali che reali, ma soprattutto ha la resistenza intrinseca a togliersi i paraocchi per cogliere la complessità ma anche la ricchezza di opportunità che il mondo di oggi offre.

Le esperienze narrate nel corso del Seminario testimoniano che nell’incontro con il mondo delle professioni il ragazzo si sente chiamato in causa nella sua responsabilità e soggettività, si apre all’incontro con il nuovo ed è disponibile ad apprendere, a correggersi, a mettersi in gioco. 

Andreina e Hajrie, studentesse venete, come parole chiave della loro esperienza di ristorazione hanno utilizzato Pratica, Passione, Famiglia, Sacrificio, Disponibilità; Luca e Raffaele, del Friuli Venezia Giulia, del loro progetto di recupero dell’ex casa del custode della scuola hanno evidenziato con soddisfazione la scoperta del lavoro di squadra, e l’importanza di dare ordine allo slancio ideativo e creativo per renderlo espressione concreta; Maria Vittoria ed Emilio, dalla Liguria, nella loro esperienza in campo sociale e solidale hanno scoperto che la relazione con gli altri ti cambia, e ti mette in discussione facendoti essere più vero, e Federico dal Piemonte ha testimoniato che l’esperienza in azienda stupisce, affascina ed è una scoperta, che fa vedere con occhi nuovi e rivalutare ciò che si impara a scuola. È altro l’orientamento?

Il rapporto con la realtà del mondo delle professioni offre alla scuola un’occasione unica per riaffermare il senso della sua proposta educativa, istruttiva e formativa, ancora attuale. Le esperienze in atto dimostrano  che nella cornice normativa, economica, sociale culturale in cui si trova essa non è prigioniera, ma libera di tracciare a più mani, quelle di tutti coloro che vi operano, quadri e scenari avvincenti, colorati, vivi e reali. Se lo vuole. Se ci crede. Se, come sa fare, si mette anch’essa… al lavoro.

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