SCUOLA/ Un prof scrive ai suoi studenti: ora tocca a voi diventare maestri

- Giovanni Fighera

GIOVANNI FIGHERA, insegnante, si rivolge con quest lettera ai suoi studenti e, in realtà, a tutti quanti. Senza usare il cuore come guida non si diventa adulti, ecco la vera “maturità”

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Carissimi ragazzi,

Vi vorrei salutare con affetto augurandomi di aver saputo essere in qualche modo per voi un maestro, cioè di aver cercato di indicarvi il Bene, il Bello, il Buono, il Giusto nella vita. Si è infatti maestri quando non si indica sé come punto di riferimento, ma si indica quel Bello che è insieme Buono e Vero. Nella conclusione de I promessi sposi alla prova di Testori il maestro lascia andare i suoi allievi auspicando che possano ora loro creare nuove compagnie, diventare a loro volta maestri. Così come nella parabola esistenziale il figlio diventa a tempo opportuno padre, allo stesso modo l’allievo diventerà maestro se avrà saputo, a tempo debito, essere pienamente allievo. Ecco allora il congedo del maestro: «Cari, cari ragazzi!! […] ecco, ovunque, sull’immensità sterminata della terra, può nascere, sempre, qualcosa come un chiarore, una luce, un’alba… Non solo a voi, ma a tutti, cosa si può dire… se non che, superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno». Siate voi ovunque strumento di creazione di un luogo di nuova umanità, grazie al vero e al bello che avete avuto modo di incontrare. Questo primo augurio si unisce ad altri che vorrei consegnarvi.

Il primo è di usare il vostro cuore. La vostra bussola sia sempre la ricerca della verità, della verità di di voi stessi in un confronto costante tra l’esperienza che vivete e la vostra esigenza insopprimibile di felicità. 

Secondo, conservate viva la capacità di stupirvi. Ecco, se c’è una cosa a cui la scuola può e deve servire, non è tanto imparare altre ovvietà, ma aiutare a disfarsi dell’ovvietà, cioè aiutare a coltivare lo stupore. Perché l’ovvio sta solo nei nostri occhi, è il nostro modo di guardare il mondo. Stupirci significa cogliere il mistero che ci circonda, a partire dal fatto apparentemente ovvio, ma invece misteriosissimo che noi oggi siamo qui, che ci parliamo, ci ascoltiamo, ci comprendiamo. Ciò che è ovvio, non per questo è anche conosciuto: infatti l’ovvio è ciò che si è accettato in modo superficiale, e l’ovvietà è il grande velo che ci nasconde la profondità delle cose.

Terzo, amate il desiderio che è in voi… per fare qualcosa di grande nella vita.Scrive A. De Saint Exupery nella Cittadella:«Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito».Nella stessa opera compare la figura del capo che istruisce i generali spronandoli a essere pienamente uomini mantenendo vivo il desiderio. Confessa loro:«Voi non vincerete perché cercate la perfezione. […] La torre, la roccaforte o l’impero crescono come l’albero. Esse sono manifestazioni della vita in quanto è necessario che ci sia l’uomo perché nascano. E l’uomo crede di calcolare. Crede che la ragione governi la costruzione delle sue pietre, quando invece la costruzione con quelle pietre è nata dapprima dal suo desiderio. […] I suoi calcoli non fanno altro che dare forma al suo desiderio e illustrarlo. […] Voi perderete la guerra se non desiderate nulla».

Quarto, fate fruttare i vostri talenti. Una vera educazione spalanca nel ragazzo una domanda sui talenti e apre alla consapevolezza che il loro uso nella vita non è affatto elemento secondario per la realizzazione e la felicità. Nel Vangelo la parabola dei talenti sottolinea come non conoscere i propri talenti e non utilizzarli significhi perderli, mentre scoprirne anche uno solo e farlo fruttificare sia più proficuo che possederne tanti senza adoperarli. Il frutto del proprio talento non è benefico solo per sé, ma per tutti, come se un pezzo di realtà fosse più compiuto e più bello quando i talenti sono messi al servizio del tutto, dell’universale. La conoscenza del talento comporta la considerazione della vita come assunzione di responsabilità, come compito, come «prendersi cura di».

Quinto: state vigili per cogliere come la realtà vi chiamerà: questa sarà la vostra vocazione. Madre Teresa di Calcutta, per capirla meglio, si confrontò con padre Franjo. Alla domanda su come si manifestasse la vocazione personale, questi rispose: «Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà». Non si può mentire a sé stessi. Una sincera e aperta domanda che diventa continua mendicanza, sguardo puro sulla realtà, sulle provocazioni e sui segni che arrivano dalle cose in cui il Mistero opera e ci chiama ad aderire: questa è la condizione per non inseguire un sogno.

Infine l’augurio che faccio a voi come a me stesso è quello di cercare e di amare sempre la vera bellezza, con quello stupore con cui si esprime sant’Agostino quando l’ha incontrata e si è fatto abbracciare da Lei: «Tardi ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco tu eri dentro di me e io stavo fuori e ti cercavo qui, gittandomi, deforme, sopra codeste forme di bellezza che sono creature tue. Tu eri con me, e io non ero con te. E mi tenevano lontano da Te quelle creature che, se non avessero la loro esistenza in Te, nemmeno avrebbero l’esistenza. Tu hai chiamato e gridato e squarciato la mia sordità. […] Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ardo dal desiderio della tua pace».

Cari ragazzi, la giovinezza permane nel tempo quando si è giovani nel cuore, pieni di stupore e di desiderio di vita.

 

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