SCUOLA/ Quel vuoto educativo che nessun software può colmare

L’apprendimento sta alla base dell’evoluzione umana e la sua modalità varia durante il ciclo della vita. Ma che impatto stanno avendo le nuove tecnologie sull’apprendimento? ABELE BIANCHI

08.08.2012 - Abele Bianchi
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L’apprendimento sta alla base dell’evoluzione umana. Agli inizi fu un apprendimento di tipo informale dettato dalla necessità di sopravvivenza e di difesa dai predatori: il bisogno di nutrirsi e, nello stesso tempo, di non diventare cibo per altri, fu per il cervello umano un lavoro incessante di elaborazione di informazioni che affluivano dal mondo esterno.
Apprendere vuol dire acquisire nuove conoscenze o modificare quelle preesistenti nell’individuo che, rielaborate, possono diventare abilità: conoscenze e abilità sono necessarie nel processo di costruzione di competenze. Il possesso di queste cambia il comportamento dell’essere umano che, di generazione in generazione, subisce mutamenti strutturali del cervello e, conseguentemente, trasformazioni antropologiche.

La modalità di apprendimento varia durante il ciclo della vita di un individuo; è noto che i bambini hanno capacità cognitive diverse da quelle di un adolescente e ancor più da quelle un adulto. Gli stili cognitivi cambiano anche nel lungo periodo, con lo scorrere delle epoche, in quanto dipendono dall’ambiente e dal contesto storico-sociale in cui nasce e vive una persona. La Scuola, intesa come ambiente di apprendimento, deve tener conto dei mutamenti sociali e del contesto storico in cui opera cercando di non subire o, peggio, diventare succube nei confronti di tali mutamenti e contesti. Un sistema scolastico deve saper gestire il cambiamento in modo critico innovando metodologicamente la didattica attraverso una continua revisione degli statuti epistemologici delle discipline facendo emergere i saperi essenziali (nuclei fondanti).

Da qualche decennio è iniziata l’era delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (T.I.C.), sulla cui data di nascita non c’è concordanza; chi la fa risalire alla costruzione dei primi calcolatori, costruiti dall’IBM per il progetto Manhattan. Altri attribuiscono l’inizio di quest’epoca alla costruzione della rete ARPAnet realizzata nel 1969 per scopi militari, dall’ARPA (Advanced Research Projects Agency) e da alcune Università americane. Sicuramente un impulso decisivo fu la comparsa sul mercato dei Pc, resa possibile dall’invenzione dei transistor e, conseguentemente, dei microprocessori. Fino alla fine degli anni Ottanta chi possedeva un Personal Computer doveva essere in grado di programmarlo per poterlo utilizzare come calcolatore o simulatore di processi. L’introduzione di un’interfaccia grafica, di programmi applicativi e lo sfruttamento commerciale di ARPAnet, rinominata Internet, fu veramente l’alba di una nuova epoca: quella dell’Informazione e della comunicazione di massa.

Nel 1983, quando iniziai ad utilizzare il Pc (un M20 dell’Olivetti) nella didattica della Matematica in una classe quarta di un ITIS, tra me e i miei studenti non esisteva nessun “digital divide”. L’unica differenza era la conoscenza da parte mia di alcuni linguaggi di programmazione appresi all’Università: differenza colmata in pochi mesi. Infatti, la mia matrice cognitiva era quella dei miei studenti perché la differenza generazionale, di circa vent’anni, aveva poca incidenza nelle mie e loro modalità di apprendimento.
Il Cognitivismo, nato negli anni ‘50 del secolo scorso, ha esaltato il ruolo attivo del soggetto in apprendimento nell’elaborazione della realtà circostante, dando maggior rilievo ai processi interni di trasformazione e rappresentazione della realtà stessa. 

Se il Cognitivismo è una teoria che ci ha permesso di meglio indagare sui processi di apprendimento, le TIC, nate quarant’anni dopo, hanno, in qualche misura, confermato sperimentalmente le ipotesi cognitiviste modificando questi processi e incidendo sulle strutture cerebrali di cui parlavo all’inizio. Hanno, inoltre, contribuito all’aumento della velocità con la quale avvengono queste modifiche e, con esse, le mutazioni cerebrali in termini di connessioni neuronali. Una branca delle neuroscienze studia questi cambiamenti mentali.

L’innovazione tecnologica nelle scuole è avvenuta in modo graduale e, spesso, incontrando resistenze da parte di molti docenti soprattutto, e non solo, dell’area umanistica. Una massiccia campagna di formazione avvenuta dal 2000 al 2007 ha facilitato l’uso dei Pc e delle Reti anche se la mancanza di fondi ne ha ritardato la diffusione capillare. Ogni scuola doveva realizzare una rete di Istituto e un sito che negli anni è diventato un portale di accesso a molti servizi resi accessibili dalla scuola stessa. Sono stati e, per certi versi lo sono tuttora, anni difficili per quei docenti consapevoli dell’importanza delle Tecnologie, ma anche con la netta percezione di due grosse lacune: recuperare un gap tecnologico sempre più significativo nei confronti dei loro discenti (digital divide) e adattare la loro didattica non soltanto per proporla attraverso nuovi strumenti, ma innovandola metodologicamente rivedendo gli statuti epistemologici e modificando lo stile d’insegnamento.

Il grande sforzo di questi insegnanti è, talvolta, da essi percepito come vano perché non è tanto un problema di imparare a usare strumenti sempre più sofisticati quanto possedere un livello cognitivo in sintonia con lo strumento o, meglio, con il software che lo comanda. I bambini e gli adolescenti di oggi, a differenza di quelli nati 4-5 anni prima, hanno questa caratteristica e il loro modo di interagire è in simbiosi con la macchina: siamo già arrivati a comandi vocali nella comunicazione con essa e non è lontano il tempo in cui un microprocessore sarà impiantato e connesso con i circuiti neuronali del cervello. Il pensiero di questi ragazzi non è più completamente analogico, ma si sta spostando verso la modalità digitale; l’informazione viene elaborata per “pacchetti discreti”, come fa un computer, e utilizzata per il tempo necessario alla trasmissione verso altri o alla sua cancellazione. Questo mette in crisi il concetto stesso di apprendimento o, almeno, quello convenzionale.

Un possibile modo per tenere legati alla scuola e al suo messaggio formativo gli alunni delle ultime generazioni rimane quello di instaurare con essi una buona relazione didattica basata su un rapporto di fiducia e di collaborazione con il docente che costruisce insieme al discente le competenze disciplinari e trasversali (quelle di cittadinanza) attraverso un percorso didattico che preveda un’alternanza tra chi impara e chi insegna. 

In questo modo lo studente non soltanto diventa protagonista del suo successo formativo ma, con il suo contributo di “esperto digitale” contribuisce a diminuire quel “divide” che lo separa dall’insegnante.
L’alternativa è quella di una graduale sparizione del bisogno di docenti come facilitatori tra il contenuto da imparare e il soggetto che apprende; in altre parole fare a meno della Scuola. In una società dove anche la famiglia, spesso, delega alla scuola compiti educativi, l’assenza di un sistema scolastico, creerebbe un vuoto pedagogico che nessun network o software riuscirebbe a colmare.

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