SCUOLA/ Edo e Michel, 18 ore non fanno un maestro

- Gianluca Zappa

“Insegnare, e insegnare bene, significa essere complici di possibilità trascendenti”; così George Steiner. A volte accadono episodi che ripagano di tanti sacrifici. GIANLUCA ZAPPA

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A volte succede. Succede che tu riesca a capire, anzi, meglio, a vedere la bellezza della tua missione d’insegnante. Succede che le parole di George Steiner, lette in citazione nel bel libro di Massimo Borghesi Il soggetto assente, prendano vita davanti a te: “Non esiste una professione di maggior privilegio. Risvegliare in un altro essere umano forze e sogni superiori alle proprie; indurre in altri l’amore per quello che amiamo; fare del proprio intimo presente il loro futuro: è una triplice avventura senza pari”.

Prima della pausa natalizia, alla cerimonia di consegna dei diplomi dell’esame di Stato. Nella mia scuola, dall’anno scorso, si fa così. Tutti gli studenti delle ex classi finali vengono richiamati per ricevere, con tutti gli onori del caso, il loro diploma. “Ci vogliono i riti”, ha scritto Saint-Exupéry, e aveva ragione: un conto è ritirare un pezzo di carta, un anonimo certificato tra le anonime pareti di una grigia segreteria scolastica, un conto è farlo davanti al preside, ai tuoi ormai ex professori, a parenti e amici in uno spazio pubblico. Diventa una festa, con tanto di foto di gruppo, l’ultimo bel ricordo di un’avventura che ha preso un quarto della tua vita.

Edo, un mio ex studente, uscito col massimo dei voti, prende la parola a nome di tutti e fa un intervento magistrale. Con sicurezza, con abilità da comunicatore e anche da attore, incanta la platea raccontando, ora che è universitario, cosa gli manca della vita che faceva solo otto mesi fa. Suscita applausi, cenni di consenso, fa ridere e fa pensare. E io (lo posso dire?) mi sento felice e anche un po’ orgoglioso di quel ragazzo. Me lo ricordo ancora, in prima liceo, fresco di scuola media, un po’ intimorito, quando mi chiese: “Ma è vero che qui al liceo bisogna studiare anche tutto il pomeriggio?”. Glielo aveva detto la prof. d’inglese con le sue solite maniere da sergente di ferro, e lui stentava a crederci. Ed ora è lì e va avanti a parlare con un’incredibile sicurezza, con una disinvoltura ammirabile davanti ad un microfono, con una capacità di sintesi straordinaria. E tu pensi che qualcosa di grande deve essergli capitato in quei cinque anni, se da ragazzino incosciente (nel senso etimologico della parola) è diventato già un adulto sicuro e deciso.

Lo dice lui stesso, quando, dopo aver ringraziato tutto il ringraziabile, viene a parlare dei professori e del loro ruolo importantissimo, anche se non riconosciuto. “Si sono interessati a noi, hanno creduto in noi, anche quando noi credevamo poco in noi stessi. E non c’era alcun obbligo contrattuale per cui lo dovessero fare”.

Cos’è che ha fatto crescere Edo, che l’ha fatto sbocciare? L’incontro con delle persone che gli hanno dato sicurezza, che l’hanno valorizzato, che hanno scommesso su di lui. Che l’hanno sostenuto ed educato. L’incontro con dei “maestri”, che non si possono valutare, come fanno tutti, sulla base delle 18 ore contrattuali d’insegnamento.

E allora ti torna di nuovo in mente quello che dice Steiner: “Insegnare, e insegnare bene, significa essere complici di possibilità trascendenti. Una volta risvegliato, quel bambino esasperante dell’ultima fila potrà scrivere pagine o concepire teoremi che terranno impegnati per secoli. Una società, come quella basata sul profitto sfrenato, che non fa onore ai propri insegnanti, è difettosa”. Steiner ha ragione e Edo lo conferma con la sua testimonianza e quasi lo grida a tutta la platea. E tu capisci e tocchi con mano che quello che fai ogni giorno è veramente grande.

Certo, non ci si riesce sempre. Non c’erano tutti gli studenti diplomati, alla cerimonia. A parte quelli impegnati con gli esami e quelli che sono in giro per l’Europa, alcuni non sono voluti intervenire di proposito, perché magari delusi dal voto finale, o troppo superficiali per capire l’importanza di quel momento e di quello che hanno vissuto; in ogni caso sconfitti. Ma per fortuna sono una minoranza.

Michel, un altro mio ex studente, mi si avvicina, mi saluta calorosamente, come sempre, e mi lascia una sua poesia. È intitolata “Il seme del Maestro” ed è veramente bella. C’è un passaggio che mi ha colpito particolarmente: “Rendeva le cose possibili,/ ogni volta una vittoria,/ insieme eravamo invincibili./ Quante esperienze piene di gioia,/ quanta vita, quanta magia,/ non c’era spazio, non per la noia”. Penso che solo a partire da un’esperienza umana così forte e bella ci si possa davvero interessare a quello che si studia. Solo coinvolgendosi così gli anni di scuola diventano i mattoni su cui si costruisce una vita.

“La mia vita chissà dove si convoglia,/ ma voglio che comunque vada egli sappia/ che questo seme ancora germoglia”. Grazie Michel. Grazie Edo, grazie a tutti gli altri di cui sarebbe lungo fare i nomi. Grazie per avermi testimoniato la bellezza di un incontro significativo per la vita. Quello che, tanti anni fa, ho fatto anch’io. 

 

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