SCUOLA/ Si possono insegnare le “domande” senza domandare?

“Che ‘cosa’ insegniamo quando insegniamo filosofia?”. È solo erudizione storica? Lo si può fare senza interrogare anche se stessi? MARCO FERRARI e GIANNI MEREGHETTI

20.10.2013 - Gianni Mereghetti, Marco Ferrari
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Raffaello, Scuola di Atene (1509-11; particolare) (Immagine dal web)

Che ‘cosa’ insegniamo quando insegniamo filosofia?”. “Per quale ‘ragione’ i nostri allievi dovrebbero stare ad ascoltarci?“. “Quali sono i problemi, gli autori e i testi essenziali per l’insegnamento della filosofia moderna nelle nostre classi?“. Queste tre domande sono state messe a tema nella Bottega di filosofia che si è aperta durante la Convention Scuola 2013 promossa da Diesse a Bologna il 12 e il 13 ottobre scorsi. Obiettivo della Bottega di filosofia, che ha visto impegnati in un lavoro appassionante e coinvolgente una cinquantina di insegnanti di filosofia di scuole statali e paritarie di tutta Italia, è di promuovere e portare avanti una riflessione critica sull’insegnamento della filosofia, affrontando quest’anno la “filosofia moderna”, più specificatamente “l’io, il mondo e Dio, tra Razionalismo ed Empirismo“. 

Alla Bottega (come in classe!) si parte sempre da un contenuto specifico, prettamente filosofico, per riscoprirlo al di là del “già saputo” e del “sedimentato”. In questo modo infatti possiamo riprendere con più ragioni e maggior fascino la grande avventura conoscitiva e didattica che ci aspetta facendo lezione. Non è possibile infatti ridurre il problema di cosa significhi insegnare riconducendolo a mere teorie di didattica filosofica, spesso tanto elaborate e sottili quanto astratte e inincidenti nella vita quotidiana. Lo scopo della Bottega invece è di ritrovare insieme, nell’esperienza quotidiana dell’insegnamento, la traccia di quelle domande che costituiscono il tessuto stesso della filosofia e il suo tentativo sempre aperto in cammino verso la verità. In questo lavoro di ripresa di coscienza del valore della propria esperienza di insegnanti è decisivo l’aiuto e la sfida di autentici maestri, che abbiamo cercato tra noi colleghi e tra docenti universitari. Tali maestri non sono dei guru a cui delegare il faticoso compito della ricerca, bensì filosofi che ci mostrano il loro lavoro in atto, che ci offrono lo spunto per una ripresa personale della domanda filosofica e del rigore che essa richiede, anche e soprattutto di fronte ai nostri allievi. 

Il prof. Costantino Esposito, all’inizio dell’anno scorso, ci aveva richiamato e suggerito in questo senso l’importanza fondamentale del risvegliarsi, innanzitutto in noi insegnanti, della domanda filosofica – domanda che nasce sempre da una tensione tra i due poli dell’io e del dato di realtà – davanti a qualsiasi argomento o problema filosofico ci troviamo, al fine di poterla risvegliare a nostra volta nei nostri allievi senza chiusure preconcette o dogmatiche. 

Come diceva Martin Heidegger: “la risposta essenziale trae la sua forza dall’insistenza del domandare. La risposta essenziale è soltanto l’inizio di una responsabilità, nella quale il domandare si risveglia in modo più originario” (M. Heidegger, Poscritto a “Che cos’è la metafisica?”, in Segnavia) Esposito, nelle lezioni alla passata edizione della Bottega che sono in via di pubblicazione con Itaca, ci ha ricordato infatti che “la storia della filosofia è la storia di una domanda, è la storia del domandare, e questa ‘domanda filosofica’ è uno strano oggetto perché non dà semplicemente e immediatamente un criterio di approccio ad un testo filosofico del passato. Perché possiamo capire che cosa sia la storia della filosofia o la filosofia tout-court, dobbiamo aver presente che si tratta di una ‘domanda’. 

Questo permette innanzitutto di capire, a livello più immediato, che bisogna comprendere in che modo certi autori si sono posti certe domande, che non sono state sempre le stesse domande: hanno linguaggi diversi, hanno condizionamenti diversi. Dobbiamo riaprire perciò il dossier delle loro domande, per ciascun autore. Al tempo stesso, tuttavia, l’unica possibilità per capire la domanda di un autore è che noi stessi domandiamo. Quindi la domanda è come un’interfaccia: non è un’altra etichetta, ma è come un’attenzione dello sguardo filosofico che ci permette di riaprire la questione da cui parte un autore e in qualche modo ci accompagna con lui nella sua domanda. Fenomenologicamente parlando, il domandare rappresenta, mette in scena entrambi questi due poli, l’io e il dato. E questo è, almeno per me, il campo di forze, il campo di forze straordinariamente affascinante della filosofia. Perché è chiaro anche che la realtà ci precede, è più grande di noi − non è un rapporto speculare quello tra ‘io’ e ‘realtà’, ma è un rapporto sbilanciato e asimmetrico. La realtà viene prima di noi. Noi siamo nati. Ben prima che essere-per-la-morte, siamo nati; e quindi il fatto che siamo nati vuol dire che siamo dati, e cioè che c’è qualcosa che ci dà a noi stessi – chiamatelo x, per l’amor del cielo, la mamma, il papà, gli spermatozoi, gli ovuli, la natura, Dio – ed è evidente alla ragione che c’è qualcosa da cui proveniamo“.

La modalità di lavoro della Bottega di filosofia è pensata proprio per sollecitare nei partecipanti l’attenzione a questo “domandare” della ragione, alla pratica e all’approfondimento della domanda, per reimparare noi stessi a pensare e, così, provocare i nostri allievi a prendere sul serio la propria domanda. 

Anche il prof. Carmine Di Martino, ancora un anno fa, insisteva sul fatto che reimparare a pensare è possibile soltanto se cerchiamo costantemente di mettere in luce i “presupposti inindagati” dei nostri saperi. 

A tal proposito lo stesso Edmund Husserl ci ammonisce circa il fatto che “l’umanità giunta alla ragione, esige dunque un’autentica filosofia. […] Ma proprio questo è il punto pericoloso! Esiste continuamente il pericolo di cadere in unilateralità e di darsi troppo in fretta per soddisfatti […]. Il filosofo deve quindi tendere costantemente a impadronirsi del senso vero e pieno della filosofia, della totalità dei suoi orizzonti infiniti. Nessuna linea conoscitiva, nessuna verità singola dev’essere assolutizzata e isolata. Soltanto in questa estrema auto-coscienza, che diventa a sua volta una delle componenti del compito infinito, la filosofia può esercitare la sua funzione, la funzione di realizzare se stessa e perciò un’autentica umanità. Ma anche questo rientra nell’ambito conoscitivo della filosofia giunta al grado di un estrema riflessione su se stessa. Soltanto attraverso questa costante riflessione la filosofia diventa una conoscenza universale. Ho detto prima che la via che la filosofia deve percorrere è quella che porta al di là dell’ingenuità. È qui il luogo di criticare il tanto conclamato irrazionalismo e insieme l’ingenuità di quel razionalismo che in genere viene scambiato per la razionalità filosofica […]. Ora se qualcuno chiede quale sia la fonte di tutti i mali attuali, occorre rispondere: questo obbiettivismo, questa concezione psicofisica del mondo, nonostante tutta la sua apparente ovvietà, è un’ingenua unilateralità che non è stata avvertita come tale. La realtà dello spirito, che viene presunto come un elemento reale dei corpi, il suo presunto essere spazio-temporale nella natura, è un controsenso” (Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Dissertazioni, ‘La crisi dell’umanità europea e la filosofia’, I, p. 349-350)


Possiamo dunque dire che per un’autentica filosofia è essenziale un io, non ridotto obbiettivisticamente, che domanda di fronte al reale e insieme una ripresa continua di consapevolezza circa l’originalità e l’universalità della domanda filosofica rispetto al pericolo dell’ovvietà e dell’unilateralità del pensiero.

A queste osservazioni si aggiunge quanto scrive Immanuel Kant nella Critica della ragion pura, circa le caratteristiche di un autentico filosofare. Egli afferma che le proprietà che un filosofo deve possedere sono “1) la cultura del talento e dell’abilità (Kultur des Talents und der Geschicklichkeit) […]; 2) destrezza (Fertigkeit) nell’uso di ogni mezzo per possibili fini. Le due cose devono essere unite; infatti, senza cognizioni (Kenntnisse) non si diventerà mai filosofo, ma, d’altro canto, non saranno mai le cognizioni da sole a fare un filosofo, se non vi si aggiunge una cognizione conforme a fini, la quale raccolga in unità tutte le conoscenze e abilità, e una visione perspicace dell’accordo di quelle con i fini supremi della ragione umana” (Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari, p. 19).

Per Kant, le capacità del filosofo, ovvero la cultura del talento e dell’abilità e la destrezza nell’uso dei mezzi in vista di fini possibili, non si hanno spontaneamente ma si acquisiscono solo “con l’esercizio e usando autonomamente la ragione” (ibidem). Conclude Kant: “si può ben affermare che la saggezza (cosmica) senza la scienza (scolastica) non è che l’ombra di una perfezione che non raggiungeremo mai” (Ibidem, p. 20).

Cognizioni, destrezza teoretica, curiosità circa i fini della ragione. C’è un passo del prof. Luca Illetterati che chiarisce e sintetizza tutto quanto detto, ovvero il cuore del lavoro della Bottega di filosofia appena incominciata: “Quello che, soprattutto sul piano didattico, si tratta di riuscire a valorizzare del patrimonio che caratterizza il sapere filosofico è infatti la sua potenza interrogante e la sua capacità di articolare sempre e ulteriormente il problema con un rigore che è in grado di condurre verso risultati non predeterminati – come accade invece in altre forme del sapere che si fondano su pratiche dimostrative – senza per questo essere sterile” (a cura di L. Illetterati, Insegnare filosofia. Modelli di pensiero e pratiche didattiche, Utet, Introduzione, p. XXVI). 

Questo primo appuntamento della Bottega ha visto protagonisti tre appassionanti maestri all’opera, i quali hanno riaperto da diversi punti di vista la sfida delle domande che costituiscono il cuore dell’uomo e che sono state messe a tema in modo dirompente dalla modernità. Giorgio Israel, docente di storia della matematica, Università di Roma “La Sapienza”, ha affrontato il tema della Matematica e della filosofia alle origini del pensiero moderno; Marco Lamanna, ricercatore della Scuola Normale Superiore di Pisa, si è addentrato nel Le origini (scolastiche) dell’ontologia moderna; infine Gian Paolo Terravecchia, docente liceale e cultore della materia presso l’Università di Padova, ha delineato l’alveo del digitale a scuola, mostrandone la grandezza e la miseria.

Tra insegnanti tesi a giudicare la loro esperienza, questi tre maestri hanno tenuto alto il livello della sfida che ci coinvolge tutti, oggi più che mai: che la domanda di vero e di bello che ogni giorno ci investe non trovi risposte preconfezionate e dottrinali, ma una strada precisa da percorrere insieme. Questa è la certezza che è emersa durante il Convegno di Diesse nella Bottega di filosofia, nel lavoro di docenti quanto mai decisi a sfidare un ambiente giovanile in cui è cambiata la percezione del valore dell’insegnamento di filosofia. 

Una volta, dentro il clima postsessantottino, la filosofia dentro la scuola teneva alto il confronto ideologico. Oggi il registro è cambiato radicalmente. La filosofia si presenta con una veste ancor più interessante, ovvero come un’apertura che sarebbe stata inimmaginabile in quei bui anni, dove prendere in mano un filosofo era collocarlo in uno schieramento, con l’inevitabile riduzione che ne discendeva. Al Convegno di Diesse nel dialogo tra gli insegnanti di filosofia è emerso che il fascino di questo insegnamento sta nell’impatto che esso ha con le domande di cui vibra il cuore umano. Non una spiegazione di idee sulla vita, non un dibattito sulle opinioni dominanti, né la identificazione di una morale che debba sostituire la metafisica considerata morente da secoli, niente di tutto questo. Ma un impatto con l’umano nostro e dei nostri allievi, questo è ciò che rende interessante insegnare filosofia oggi. 

È per questa ragione che la Bottega di Filosofia si è concentrata sulla questione della modernità, una questione quanto mai attuale perché, andando a vedere da dove nasca il pensiero moderno, si è avuta una sorpresa quanto mai inaspettata. Dentro l’origine del pensiero moderno si è scoperto la questione dell’oggi, il bisogno di vivere e di vivere intensamente che caratterizza i giovani d’oggi e che per questo si avvicinano alla filosofia, per trovare uno spazio che metta a tema l’umano. La questione seria della filosofia è l’uso della ragione non come mero problema intellettuale né come disquisizione astratti sugli strumenti dovremmo avere per conoscere la verità ma da intendere come leale paragone con le esperienze quotidiane. In questo modo possiamo far l’emergere il bisogno di unità dell’io dei nostri allievi, che era lo stesso da cui si è mosso Cartesio o Galileo. 

Scoprire che Newton pensava lo spazio secondo l’idea di Dio come maqom [Suo Luogo] ereditata dalla mistica ebraica e che, per il cosidetto campione del razionlismo scientifico, la legge stessa di gravitazione universale implicava necessarimanete l’azione divina (scrive Newton in una lettera al dott. Bentley: “È inconcepibile che materia bruta inanimata, senza la mediazione di qualcos’altro che non sia materiale, operi e produca effetti su altra materia, senza che vi sia reciproco contatto; come dovrebbe fare se la gravitazione nel senso di Epicuro, fosse essenziale e inerente ad essa. Questa è una ragione per cui desideravo che non mi attribuiste l’idea di una gravità innata. Che la gravità debba essere innata, inerente ed essenziale alla materia, così come un corpo possa agire su un altro a distanza attraverso un vacuum, senza la mediazione di nessun’altra cosa, dalla quale e attraverso la quale la loro azione e la loro forza possano essere comunicate dall’uno all’altro, è per me un’assurdità così grande che credo una simile idea non possa venire a nessun uomo che abbia in campo filosofico una sufficiente facoltà di pensare. La gravità dev’essere prodotta da un agente che agisca costantemente secondo certe leggi; ma se questo agente sia materiale o immateriale, lo lascio giudicare ai miei lettori“); o scoprire che i filosofi-teologi riformati abbiano sentito il bisogno di rifarsi alla manualistica gesuita per superare il divieto luterano di fare metafisica inagurando così la moderna ontologia non è sterile nozionismo, ma godere della ricchezza immensa della verità, vista la quale nessun ragazzo leale con se stesso si tirerebbe indietro.

La domanda è allora come tenere vivo questo bisogno, come portarlo diritto al suo scopo e non perderlo negli anfratti dei dualismi che invece hanno segnato il pensiero moderno. Si tratta di una domanda incalzante, di un uso della ragione che coincida con il vivere intensamente la realtà, di tenere unite le due direzioni solo apparentemente opposte, quella dell’andare a fondo dei contenuti specifici della disciplina e quella dello scoprire di più se stessi a partire dalla propria domanda di senso. Questo è il compito di un insegnamento serio della filosofia, tanto che è affascinante scoprire che mentre si analizzano i dualismi del cartesianesimo o la fisica newtoniana o le origini dell’ontologia moderna si arriva a snidare il bisogno di unità che Cartesio, Newton e i calvinisti riformati portavano dentro il cuore. 

È la capacità di stare dentro questi paradossi che rende l’insegnamento della filosofia una avventura sul filo del rasoio della felicità, la capacità di andare sempre a cogliere le pieghe di verità che ogni cosa porta, anche la più lontana. Ce lo insegna Papa Francesco nel suo dialogo con Scalfari, nel suo tendere verso le più lontane periferie, ce lo insegna lui con la sua certezza che tutto è per gustarsi il vivere. Insegnare filosofia ha questa pretesa, di toccare il gusto della vita, di metterlo in gioco in ogni confronto umano. Studiare la modernità allora non è analizzarne i dualismi come fossero meri giochi logici o linguistici, ma riprendere quel bisogno di unità da cui è nato un pensiero che ha voluto sfidare il fluttuare di ciò che sta oltre. 

Bisogna trovare la strada! E la freschezza della domanda dei giovani è la guida che libera le energie a tentare l’ideale della vita, ad abbracciarlo. In questa direzione, proprio per imparare dai giovani, è interessante che dalla Bottega di Filosofia sia nato il Concorso nazionale Romanae Disputationes, una possibilità di costruire con i giovani percorsi dove la ragione sia messa a prova della realtà.

Il tema del concorso ovviamente non è casuale, ma punta dritto al cuore di ciascuno: “Sapere aude! Natura e possibilità della ragione umana“. Il prossimo 7 novembre più di mille studenti di circa 40 scuole di tutta Italia parteciperanno alla lezione introduttiva tenuta dal prof. Costantino Esposito, per poi ritrovarsi il 18-19 marzo a Roma, per una due giorni di lezioni accademiche con i prof. Enrico Berti e Mario De Caro, seminari, visite guidate, eventi filosofico-musicali e naturalmente la premiazione.

“Sapere aude!”, con tutta l’ampiezza della ragione umana, è il modo migliore per affrontare l’avventura della scuola, ogni giorno.

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