SCUOLA/ “Perché buttare così i vostri anni?” Lettera a una ragazza che si vende

Dopo il caso delle baby-squillo dei Parioli, imperversano le cronache e i casi sulle adolescenti che si vendono. Perché? MAURO GRIMOLDI, professore di liceo, dedica loro questa lettera

13.11.2013 - Mauro Grimoldi
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Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente al Re di Babilonia, città possente. 

Offriteli al Sovrano sbadatamente perverso, distrattamente crudele, in questo tempo che esige di nuovo il sangue dei suoi figli. 

Offrite i vostri corpi alle mille porosità della rete sociale, gettate i vostri sospiri scherzosi, i vostri respiri tragici nell’arena impalpabile del vuoto, dove non ha volto né l’agnello ingenuo né la belva spietata che li riceve. Quando vorrete potrete spegnere l’ospite divenuto ingombrante, sempre che non sia lui a spegnervi prima, stritolando, con pianto e stridor di denti, il gentile sistema binario che sorregge l’architettura dei vostri volti leggeri.

Offrite i vostri corpi, genuflessi sui sedili del tram, sui marciapiedi urbani, al vostro posto di non lavoro o di non studio, mentre sfiorate piccoli schermi ricettivi nella frenetica danza dei polpastrelli, digitando domande e risposte in un idioma muto e contratto, che toglie il fiato, come una corsa dietro l’insegna che d’ogne posa pare indegna.

Offrite il tempo al segugio che sceglie per voi l’assicurazione più consona alle vostre esigenze di morituri, al cracker che stuzzica le vostre antenne sensoriali con la crema al formaggio tanto attesa, cantando con trasporto: “Gran Biscotto is forever”.

Offrite l’assenso dei corpi al giudice che esige la testa del ministro che, non potendo aiutare tutti, nessuno deve soccorrere, perché giustizia esige assoluta uguaglianza. Offriteli alle orecchie di chi ascolta le nostre telefonate, decifra le nostre intenzioni, carpisce i nostri pensieri e discerne quel che non potevamo non sapere.

Offrite il grido dei vostri corpi per mandare tutti e tutto a farsi fottere, come voi sarete mandati a  farvi fottere. Non concedete a nessuno il pane quotidiano che è diritto acquisito e, soprattutto, non sognatevi neppure di rimettere alcunché ai vostri debitori perché la resa dei conti sia totale e definitiva.

Offrite il dolore dei corpi alla pietà chimica che vi risparmierà la sofferenza quando verrà il momento, offrite il grumo che fiorisce nei grembi all’eventualità del benessere futuro.

Offrite i corpi alle volubilità dei desideri voraci, siate, come Tiresia, terra e mare; siate, più di Tiresia, fiume, foce e sorgente di voi stessi.

Offrite i vostri corpi di adolescenti alla distrazione feroce della rispettabile clientela che paga l’ebbrezza di qualche ora di feroce folklore. Voi disincantate, cresciute rapidamente ai corsi multimediali di introduzione alla vita adulta in tre lezioni e loro, esemplari ben riusciti di giovani decrepiti, che pensano giovane, vestono giovane, si divertono giovane eccetera eccetera.

Si stupiscono che non proviate rimorso, e di che?, che non lo esprimiate davanti ai taccuini o alle telecamere o agli scranni dei tribunali, e a chi?, che provochiate scandalo, e perché?, presso coloro che vi hanno indirizzato alla sperdutezza dei migliori anni della vostra vita. Avete esagerato, avete oltrepassato il limite, avete lucrato e vi siete fatte lucrare, vi siete rivoltate come belve contro le vostre madri e i vostri padri. C’era un imbroglio, allora, in “godi fanciulla” o “fai quel che ti senti” o “prova tutto quello che c’è da provare”? Avete peccato, ma contro chi? Contro la spensieratezza, contro le possibilità che avete di far tutto o niente, contro la libertà illimitata di scelta di cui disponete come misere benestanti?

“Guai, guai, città immensa, Babilonia, città possente; in un’ora sola è giunta la tua condanna!”.

Eppure i nostri padri hanno conosciuto momenti più difficili del nostro. I limiti, più grandi di quelli che si ergono oggi sul nostro cammino, non li hanno annichiliti come stanno annichilendo noi. La loro povertà non toglieva il respiro come a noi, ora, lo toglie Babilonia cadente.

Guardandoci in tasca non troviamo che amarezza? Loro sapevano a chi dare la vita, ne conoscevano il volto, ne coltivavano l’amicizia, ne apprezzavano l’umanità. 

Per noi? Quel che possiamo dire è: Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo che cosa sia la verità”?

Non temere, piccolo gregge nell’immensa Babilonia, non ti abbandonerò, la tua supplica non resterà inascoltata, il tuo grido troverà una dimora amica. C’è dentro il sepolcro di questo spazio dolente un Risorto con sembianze di giardiniere: da Lui prende vita, nel regno della morte, la città della resurrezione.

Oh regalità dei mendicanti:
ho veduto la pianta della vite
dare frutti inattesi,        
i tralci inerpicarsi
fin sopra i cristalli
dei grattacieli
e abbracciare il fango
denso delle discariche.
Il piazzista sciorina
mercanzie deperibili;
il disoccupato
il fumo di una sigaretta
polverosa come il rammendo
di una vecchia poltrona.

Oh regalità dei mendicanti
che tendete la mano
e innalzate edifici.
Il vostro è sguardo
di figli: squarcia il velo
il viso lieto che è Tuo.

A Te porgo
questo dono acerbo di parole:
entrambi sappiamo
che splendore di sole
riluce nel frutto maturo.

“Né chi pianta né chi irriga
è qualche cosa,
ma Dio
che fa crescere”.

 

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