SCUOLA/ Stefan, Harnek, Kledor e quella lezione di “miseria” a noi italiani

“Mentre noi ci affanniamo in tutti i modi a spiegare l’integrazione, questi uomini la vivono”. A proposito del problema degli immigrati a scuola, la lettera di VERA GOGGI

17.11.2013 - Vera Goggi
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Caro direttore,
intervengo sulla questione, ora tanto dibattuta, che vede al centro i ragazzi immigrati a scuola: uso la parola “questione” perché la presenza di questi studenti nelle mie classi è molto di più che un problema da risolvere. Per spiegarmi, racconto qualche storia.

Siamo in un centro di formazione professionale in provincia di Bergamo. Le classi degli alunni che hanno scelto il percorso “operatore elettrico” vedono una percentuale media di stranieri del 25-30%, quasi tutti di prima generazione.

Settimana scorsa un elettricista locale ha regalato a uno studente albanese del nostro Cfp che sta per iniziare lo stage da lui, il film L’albero degli zoccoli, rassicurandolo (“Ci sono i sottotitoli”) e sincerandosi che lo guardasse prima di iniziare a lavorare. Mentre noi ci affanniamo in tutti i modi a spiegare l’integrazione, questi uomini la vivono.

Certo, in classe a volte si sentono prese in giro legate all’origine dei compagni: la “Mano nera”, associazione irredentista serba a cui apparteneva il famoso Gavrilo Princip, ha causato notevole ilarità nei confronti dell’africano Abdoul. Ma la scena ricordava, più che il razzismo, quelle simpatiche coppie di vecchietti che passano ore a prendersi in giro. Così non solo Abdoul rideva più degli altri, ma tutta la classe si è ricordata il nome dell’associazione! Si vede che questi ragazzi sono cresciuti insieme, che conoscono questa terra, che hanno lo scopo comune di diventare dei bravi elettricisti. A differenza di me, cresciuta tra soli italiani, loro non hanno paura del diverso, ma hanno interesse a conoscerlo. Nella stessa lezione sulla prima guerra mondiale un kosovaro, seccato dal sentire ripetutamente la parola “Serbia”, ha iniziato a ribellarsi (a suo modo, un po’ istintivamente, iniziando a gridare insulti…). Avrei potuto dirgli: “Dashnim, piantala di disturbare, sto cercando di far lezione!” e invece, un suo compagno mi ha bruciato sul tempo, con una semplice domanda: “Dashnim, ma perché ti agiti tanto quando si parla dei serbi?”. Gli ho lasciato cinque minuti per raccontare cos’è stata la guerra in Kosovo e la lezione l’ha conclusa lui. 

Se io penso alla mia ora in classe come entrare-spiegare-uscire, di certo nessuno straniero mi faciliterà il lavoro; ma se io, per prima, desidero conoscere, i miei alunni si rivelano una immensa risorsa. Il fatto che Dashnim si esprima urlando insulti è da riprendere e correggere giorno per giorno ma, quando succede, ci sono due alternative: zittirlo perché “dovrebbe ascoltare me, non parlare lui” oppure – come insegna l’intelligente compagno – chiedersi perché, e iniziare a conoscere. 

La tentazione di vivere al condizionale, in classe, è continua: dovrebbero sapere l’italiano, dovrebbe essere educato, non dovrebbe dire insulti contro i serbitutte cose giuste, ma che non possono essere un punto di partenza perché, come testimonia il modo verbale, attualmente non sono: ciò che già è così come è, ben diverso da come te l’eri aspettato, può – al contrario – essere l’inizio di una conoscenza nuova, di lavori imprevisti, di scoperte impensate.

Tutti si stupiscono quando dico che, nelle mie classi, gli alunni migliori sono in buona parte stranieri. Prendiamo la prima, la seconda e le due terze; in prima, un indiano, un bosniaco e un rumeno, assieme a un bergamasco verace, “tirano” letteralmente la classe, bombardando i docenti di domande, richieste di chiarimento, tentativi di risposta: mostrano agli altri una vita, un desiderio di conoscere, di capire, di imparare che, in molti, si è già assopito. L’indiano, per esempio, fa una gran fatica in italiano: ma domanda, fa i compiti, e in due mesi ha imparato cose di grammatica che molti locali, decisamente più sicuri di loro stessi, non riescono ancora a capire (semplicemente perché non ascoltano). Nel suo caso, la difficoltà linguistica non è un limite, ma una enorme risorsa per me, perché diventa occasione di lavoro per tutta la classe. E ancora: in matematica, gli stessi indiani ottengono risultati invidiabili, e ricambiano così la pazienza avuta dagli italiani di fronte a certe domande di lingua: se Sarjot scrive “L’ettera”, Daniele scrive “3/5=15”.

Immagino che ci siano numerose teorie riguardo a questo. Io non le conosco ma, dopo aver letto alcuni temi scritti dai ragazzi di terza, sono sempre più convinta che l’esperienza vissuta da questi ragazzi li abbia resi umili, pieni di domande e di voglia di vivere. La traccia del tema era: “Da cosa può ricominciare un uomo nella miseria, che non sa più da che parte girarsi? Rispondi partendo dai testi letti in classe e, soprattutto, dalla tua esperienza personale”. Eccone tre estratti.

“Quando sono arrivato in Italia avevo cinque anni e ho iniziato ad andare a scuola quando avevo sei anni, non avevo amici e non sapevo parlare bene l’italiano in modo che potessi farmeli. All’intervallo stavo sempre da solo, non sapevo cosa dire, cosa fare, con chi giocare. Avevo paura persino di giocare e divertirmi con gli altri compagni di classe perché alcuni mi maltrattavano e altri sembrava che mi volessero bene (dico “sembrava” perché non capivo niente di quello che mi dicevano). Dopo un mese cominciai a parlare e capire meglio l’italiano perché ogni giorno, mentre i miei compagni erano in classe a fare lezione normalmente, io andavo con una persona a imparare la lingua. Ed ecco che, un giorno, un compagno mi invitò a giocare insieme a lui, e mi invitò a casa sua: non me lo sarei mai aspettato e mia mamma mi mise la camicia!” (Stefan, Romania)

“Quel giorno, il 20 novembre 2005 a Durazzo, dove si trovava il porto, abbiamo preso il traghetto per andare a Bari: lì ci aspettava mio padre. Partiti in macchina siamo andati a Covo (BG), dove nostro padre ha trovato lavoro e casa. Siamo entrati e abbiamo sistemato tutte le cose perché mio papà viveva con alcuni suoi amici disordinati. A febbraio mio papà ha deciso di mandarci a scuola, mi hanno messo in seconda e non in terza perché non sapevo l’italiano. La scuola è stato uno degli aiuti più grandi per ripartire” (Kleodor, Albania)

Da ultimo, un capolavoro di vita, anche se non di italiano.

“Per me l’uomo nella miseria vuol dire che è [in]namorato di qualcosa e non sa che parte andare. Anche se un uomo vuole fare qualcosa di bello per la sua famiglia… e non sa da che parte andare che è meglio per lui, per sua famiglia. Quando per la prima volta sono arrivato in Italia sono andato nella miseria perché non conoscevo nessuno. Prima volta avevo paura di parlare con persone perché non sapevo cosa dir loro. E poi ho cominciato ad andare a scuola e poi anche lì avevo paura ed ero nervoso. Dopo ho conosciuto i nuovi insegnanti e mi hanno cominciato a imparare [!] l’italiano” (Harnek, India)

Non ho mai trovato definizione migliore di miseria: “namorato di qualcosa e non sa da che parte andare”. Harnek sa malissimo l’italiano. Ma è vivo, “namorato”, in attesa di qualcuno che gli dia “una idea per comminciare una bella vita da vivere” (sempre Harnek). Harnek ha tutto quello che serve, anche per imparare l’italiano. Dall’altra parte (la nostra), questi estratti provano che, da miseri che sono, questi studenti non aspettano che una cosa: misericordia cioè, letteralmente: “partecipare con il cuore alla loro miseria”.

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